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Consenso

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1. Definizione

Il c. è l’adesione, da parte della maggioranza di una società, ai valori, alle credenze, ai fondamenti dell’assetto politico, alle norme che regolano il suo funzionamento. Nel Corso di filosofia positiva (1830-1842) Comte aveva contribuito a diffondere l’idea, peraltro antica, del c. quale principio generale di equilibrio tra i diversi elementi di una società, in forza del quale ciascuno tende ad accordarsi con tutti gli altri. L’idea sarebbe stata portata avanti da molte, anche opposte, teorie sociali: dalla dottrina romantica dello Stato al marxismo, dall’organicismo spenceriano alle teorie della comunità, dalle sociologie della cultura (Spengler, Toynbee) al funzionalismo. Durkheim (La divisione del lavoro sociale, 1893) ha elaborato l’idea moderna del c. inteso quale comunanza di condizioni morali e materiali che gli individui sono chiamati a riconoscere, nelle società complesse, per assicurare l’ordine nelle interrelazioni di ruoli, diritti e doveri, scambi di beni e servizi. Dagli inizi di questo secolo il termine andò acquisendo significati legati agli atteggiamenti e al comportamento abituali, che appaiono scontati e dovuti, al punto da non essere oggetto di discussione. Altri hanno chiamato in causa i concetti di consonanza, bilanciamento, coerenza tra aspetti cognitivi, affettivi e di giudizio.
In generale, secondo Gallino (1978), il c. si attua in tre modi: 1) naturale, con lo sviluppo spontaneo di una cultura e di una morale omogenea; 2) artificiale, operando sui nuovi membri della società attraverso il controllo della socializzazione e dei processi educativi; 3) ancora artificiale, operando sui membri adulti della società attraverso l’indottrinamento, l’azione persuasoria dei mezzi di comunicazione, lo stimolo alla conformità, la limitazione del dissenso. Nella realtà il confine tra questi processi è alquanto labile, si verificano convergenze e talvolta uno si trasforma per consuetudine nell’altro oppure induce effetti boomerang.
La distinzione tra ‘propaganda’ (intesa come manipolazione di masse da parte di gruppi ristretti) e ‘comunicazione politica’ (partecipazione consapevole dei cittadini) trova sostegno nella riflessione di Habermas (1971) sul ruolo della "opinione pubblica informata e critica": i cittadini sono depositari della volontà popolare, dei processi della democrazia, in ultima analisi del controllo e della stessa gestione del potere. In effetti la dialettica tra le parti, quello che Lasswell chiama "scambio di risorse simboliche per la conquista del potere", è possibile solo in un contesto non coercitivo, di libertà. E la libertà di espressione legittima, insieme, autorità e opposizione. Viene così a imporsi, anche in campo socio-politico, il principio filosofico secondo cui il dissenso è la condizione per il c. reale (non solo formale). Il concetto habermasiano di ‘sfera pubblica’, opportunamente aggiornato in base a successive riletture, ha tenuto a battesimo il più attuale concetto di ‘spazio pubblico mediatizzato’ in cui i media vengono a costituire il "perno della comunicazione ascendente e discendente tra pubblico dei cittadini e sistema della politica" (Mazzoleni, 1998).

2. C. e media

Si apre a questo punto la questione relativa al ‘potere dei media’. Le interpretazioni sono varie, spesso inconciliabili. Rimane fermo il ruolo dei mezzi di comunicazione come arena pubblica in cui hanno luogo lo scambio e i rapporti di forza fra tre attori: soggetti politici (partiti, candidati, governanti), cittadini (elettori, governati), sistema mediale (insieme spazio e protagonista). Attraverso un processo graduale, differente nei contesti nazionali, i mass media sono diventati: a) fonte di potere (strumento di controllo, innovazione, informazione istituzionale); b) sede di confronto democratico; c) luogo di costruzione/manifestazione di immagini della realtà sociale e dei suoi cambiamenti; d) chiave di visibilità pubblica (McQuail, 1995). Qualcuno si spinge a ipotizzare che oggi la legittimità dell’esercizio del potere deriva dalla capacità dei governanti di ‘apparire’ sui media. Il fatto che, a loro volta, questi abbiano necessità della politica (regolamentazione, controllo da parte pubblica, ecc.) obbliga a riflettere sui meccanismi della ‘mediocrazia’.
In quasi tutte le società, comunque, le istituzioni esercitano una ‘pressione’ a favore della ‘normalità’, dell’armonia identificata con l’ordine; e si dà per scontato il c. su alcuni ‘valori fondamentali’. Questo fissa tra l’altro il punto di equilibrio che i mass media sono chiamati a occupare e che costituisce riferimento per valutarne le prestazioni. Nello schema dell’ordine sociale McQuail (1996) distingue da una parte il controllo e dall’altra la solidarietà. Il controllo si esprime con due aspetti: mantenimento dell’ordine pubblico e costruzione del c. (manipolando il ‘sistema simbolico’). A sua volta la solidarietà si configura come identità (coesione di gruppo) oppure empatia (senso comunitario). Poiché i conflitti sociali mettono in crisi il c. sui valori dominanti, le aspettative sul giusto ruolo dei media sono spesso contraddittorie. I mezzi di comunicazione dovrebbero evitare di indebolire l’autorità costituita, ma anche riflettere i mutamenti dei valori e delle norme e promuovere il cambiamento. Storicamente le opinioni intorno al ruolo dei media nel mantenere il c. hanno alimentato, da un lato, una tendenza conservatrice, secondo cui essi possono mettere in crisi i valori tradizionali e il controllo sociale, dall’altro una tendenza critica, che interpreta i loro messaggi (soprattutto quelli televisivi) come strumento di controllo, favorevole alla cultura e all’ordine dominante. Sotto questo profilo, anche la logica dei media commerciali sembrerebbe orientata a rafforzare e non a indebolire il c. Lettori, ascoltatori e spettatori (e magari anche inserzionisti) sono in prevalenza urtati, anziché affascinati, da rappresentazioni devianti o anticonformiste. Nel complesso i media sono tenuti a giustificare le deviazioni dalle norme convenzionali, sebbene possano sostenere di riflettere la società che cambia.
Nelle società il ‘potere’ è distribuito in modo ineguale tra individui e gruppi. Poiché i media sono più legati, in vario grado, alla struttura dominante, il loro controllo e accesso vengono continuamente dibattuti e sottoposti a regole politiche, giuridiche ed economiche. Tra le questioni prevalenti nella ricerca figurano dunque: chi controlla i media e nell’interesse di chi? Favoriscono o no l’eguaglianza sociale? Si contrappongono in proposito due modelli: quello dell’egemonia, secondo cui i media sono subalterni alle istituzioni, controllati da interessi forti, diffondono una visione del mondo che legittima la struttura al potere, filtrano le voci alternative frenando il cambiamento; e quello del pluralismo, ispirato alla libertà di espressione e di mercato, che ritiene possibile la circolazione delle idee, il confronto democratico, la risposta attiva del pubblico ai tentativi di persuasione. Nella pratica si attuano in prevalenza forme miste, intermedie, che coniugano libertà e controllo. (Potere e comunicazione)

3. Media e integrazione sociale

Un tema cruciale, sviluppato particolarmente per la Tv, è quello della integrazione sociale che, in quanto non garantita in assoluto dalla produzione di norme, si considera obiettivo della "ricerca di c." (Luhmann, 1977). Nei primi tempi il mezzo televisivo è stato stigmatizzato come trasportatore indiscriminato di modelli e valori dalla città alla campagna, di urbanizzazione a scapito delle tradizioni, di consumismo, spersonalizzazione, disordine sociale. Una visione opposta, via via consolidatasi, ha individuato invece nella televisione la capacità di unificare culturalmente e linguisticamente (identità nazionale), di integrare i nuovi arrivati (immigrati) nelle comunità più progredite, di fungere da moderna agenzia di socializzazione. Occorre pertanto distinguere tra ‘integrazione funzionale’ (assenza di conflitto, cooperazione) e ‘integrazione normativa’ (comunanza di valori, accettazione di regole). Più di recente la ricerca si è fatta più attenta con riguardo all’internazionalizzazione e alla globalizzazione dei media che potrebbero ledere le identità nazionali (Comunicazione internazionale).
Gli effetti delle comunicazioni di massa sono stati spesso indagati in base al loro contributo a un ‘controllo informale’ oppure alla ‘formazione’ del c. Le istituzioni dei media perseguono il rispetto dell’interesse nazionale o, almeno, vigilano affinché operino nei limiti di una critica considerata accettabile. Dalle analisi del contenuto emerge come i media più seguiti tendano, anche se non sempre in maniera espressa, a difendere sostanzialmente i valori dominanti. In particolare la fiction polarizza l’attenzione, da un lato, sui personaggi che rappresentano le aspirazioni della maggioranza, dall’altro su quelli che le rifiutano (devianti, criminali, ecc.), esprimendo nell’ immaginario la dialettica c./dissenso. Le ricerche sul pubblico dimostrano come una delle spinte a utilizzare i mezzi di comunicazione sia la volontà di "rinsaldare l’attaccamento alla società e ai suoi valori, o almeno trovare sicurezza e rassicurazione" (Katz, 1974). I ‘grandi eventi’ (Media event) ripresi dalla televisione (cerimonie, sport di risonanza mondiale, ecc.), che attirano un pubblico enorme, sono funzionali a "cementare società altrimenti atomizzate" (Dayan e Katz, 1994). In sintesi: nel sistema mediale il c. trova una variegata gamma di espressioni, più o meno spontanee o controllate.

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