Metodologia della ricerca

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Secondo Thomas H. Huxley la scienza non è altro che senso comune opportunamente addestrato e organizzato; dello stesso parere Albert Einstein, che era solito dire: la scienza non è altro che un affinamento del pensiero quotidiano. Infatti, sia lo scienziato sia l’uomo comune, per la produzione di conoscenza, raccolgono informazioni (garantite da evidenza empirica) per trovare la soluzione a un determinato problema, o meglio, la risposta a una precisa domanda per la quale non ritengono di possederne già una accettabile. La principale differenza fra i due modi di procedere, quello della conoscenza scientifica e quello guidato dalla saggezza ‘quotidiana’, risiede essenzialmente nel fatto che nel primo dei modi le procedure e le scelte adottate devono essere rese esplicite e sistematiche. Pertanto la ricerca scientifica può essere sinteticamente definita come ‘un processo di osservazione deliberata e controllata’.

1. M.d.r. scientifica

1.1. Alcune premesse.
Le procedure utilizzate per raccogliere informazioni in tutte le discipline scientifiche sono dette metodi, mentre con metodologia si intende tutto ciò che riguarda l’applicazione dei metodi stessi. La definizione di ‘metodologia’ riportata ci deve far riflettere su due principi fondamentali.

Il primo riguarda il carattere normativo e operativo della metodologia: essa esplicita i criteri che guidano una buona ricerca e mette a punto il come deve essere condotta per ottenere risultati scientificamente validi. Questo carattere pragmatico differenzia la metodologia da altre discipline che si occupano dei principi che guidano la conoscenza, ma a un livello di maggiore attenzione, come la filosofia della scienza e l’epistemologia; come anche la sociologia della scienza, che si occupa invece del lavoro effettivo degli scienziati, sociali e non (Bruschi, 1991; Ricolfi, 1997).
Il secondo principio riguarda l’orientamento tendenzialmente transdisciplinare della m.d.r. Anche se la formazione dei singoli metodologi è spesso legata a una specifica scienza sociale, essi sono tenuti ad allargare le loro competenze per riuscire a condurre correttamente determinati tipi di ricerca il cui ambito di applicazione va molto al di là della singola disciplina. La m.d.r. cui facciamo riferimento, ad esempio, privilegia varie scienze, in particolare, la sociologia, ma anche la psicologia (e le discipline a esse riconducibili), la scienza politica, l’antropologia e la statistica.
Un’altra considerazione fondamentale da tenere sempre presente, quando si parla di scienze sociali piuttosto che di scienze naturali, riguarda la funzione della ricerca scientifica. Secondo l’approccio molto diffuso ispirato a un popperiano razionalismo critico (Popper, 1934), la funzione della ricerca sarebbe essenzialmente quella di modificare o sostituire una teoria preesistente in modo da rendere la nuova teoria compatibile con i fatti che hanno messo in crisi la teoria precedente, cosicché la ricerca si sviluppa seguendo la sequenza problemi-teorie-critiche.
Questa visione della ricerca è però inadeguata a rendere conto di ciò che effettivamente avviene nel campo delle scienze sociali (Ricolfi, 1997), dove la ricerca empirica non nasce e non si sviluppa a partire da problemi (aspettative o azioni deluse, teorie in crisi), ma semplicemente a partire da domande, ovvero da bisogni di conoscenza esplicitamente tradotti in insiemi di interrogazioni sulla realtà. Contrariamente a un’idea molto diffusa, la finalità dell’attività scientifica non è spiegare il reale ma rispondere a interrogativi sul reale (Boudon - Lazarsfeld, 1969). Pertanto, pur continuando a utilizzare termini come ‘problema e teoria’, siamo consapevoli che sarebbe preferibile parlare di ricerca empirica come risposta a domande di conoscenza piuttosto che soluzione di problemi di teoria.

1.2. Requisiti di scientificità.
Prima di raccogliere informazioni utili per elaborare la risposta a una domanda bisogna formulare in modo esplicito il problema, ovvero si devono individuare i diversi fattori (dimensioni, variabili) potenzialmente rilevanti rispetto al problema stesso e avanzare delle ipotesi circa gli effetti semplici o congiunti di tali fattori. Nel fare questo il ricercatore utilizza (o elabora) una teoria di riferimento ed è sulla base di essa e delle proprie intuizioni che egli avanza delle ipotesi di possibili soluzioni. Qualunque indagine empirica presuppone, infatti, una teoria (sia essa di tipo esplicito o implicito) che consiste in un insieme interrelato di concetti, di definizioni e proposizioni in grado di fornire una visione sistematica dei fenomeni specificando le relazioni tra le variabili, al fine di spiegare e prevedere i fenomeni stessi.
Pur non esistendo un metodo privilegiato per giungere alla elaborazione di una teoria, tuttavia i diversi metodi devono rispondere a certi requisiti per poter essere definiti "scientifici".
a) Innanzitutto un metodo scientifico deve essere oggettivo: conducendo le sue osservazioni attraverso un empirismo stretto e ragionando con la logica formale, il ricercatore cerca di assicurare oggettività al suo approccio. Di conseguenza, se il ricercatore giunge a una conclusione basata su una certa evidenza, altri ricercatori devono poter raggiungere la stessa evidenza e arrivare alla stessa conclusione o a una equivalente (principio della riproducibilità).
b) Poiché gli obiettivi a lungo termine dell’approccio scientifico sono la teoria e la scienza, una metodologia è scientifica nella misura in cui contribuisce all’elaborazione teorica. Ulteriore caratteristica di una metodologia scientifica è pertanto l’organicità. Lo scienziato generalmente non è interessato a semplici frammenti di informazione ma a un quadro complessivo di conoscenze; una buona metodologia scientifica cerca quindi di apportare contributi significativi al processo di scoperta di leggi o principi generali che governano determinati aspetti della realtà. Si considera conoscenza generale e sistematica quella scienza costituita da un insieme interconnesso di teorie e proposizioni specifiche dedotte da principi generali. Data questa interrelazione possiamo dire, ad esempio, che – anche nel caso ci fosse la ‘scienza delle comunicazioni di massa’ – non per questo esisterebbe un’unica teoria delle comunicazioni di massa.
c) Infine, chi si occupa di metodologia, come di ogni altra disciplina o insieme di tecniche, deve essere consapevole che tutte le conoscenze sono suscettibili di cambiamenti e miglioramenti: dubbi e interrogativi meritano quindi la massima attenzione. Leggi e principi devono essere soggetti a una costante valutazione critica. In altri termini, il ricercatore è chiamato a sottoporre sempre il suo lavoro all’esame critico degli altri ricercatori che operano nello stesso campo.

2. Perché si fa ricerca?

Nel processo scientifico l’individuazione della domanda/problema su cui lavorare può essere determinata dalla necessità o dal desiderio dei ricercatori di sottoporre a verifica delle teorie formali o di esaminare teorie già affermate per modificarle ed espanderle; spesso è un interesse particolare del ricercatore per una più approfondita comprensione della sua disciplina ; altre volte può accadere che siano delle osservazioni casuali o delle indagini condotte a scopo didattico a rivelare una lacuna nelle conoscenze disponibili e quindi a motivare l’approfondimento. In questi casi potremmo parlare di ricerca pura.
In altri casi invece la ricerca sociale ha dei committenti ed è finalizzata alla realizzazione di progetti specifici. Per esempio, nel corso degli anni a George Gerbner sono stati assegnati milioni di dollari per studiare gli effetti della violenza televisiva sui bambini. Questo tipo di ricerca, definita ricerca applicata, è spesso condotta per rilevare dei fatti e ottenere risultati funzionali a determinate scelte politiche: il committente della ricerca ha infatti come obiettivo primario la messa a punto di un piano di azione che vuole garantito (Amministrativa,Ricerca).
Per quanto riguarda gli obiettivi della ricerca possiamo distinguerne tre fondamentali:
– molto spesso una ricerca intende esplorare un argomento e offrire un primo approccio conoscitivo. Gli studi esplorativi vengono condotti: per soddisfare la curiosità del ricercatore e il suo desiderio di una comprensione migliore; per verificare la possibilità di fare studi più approfonditi; per sviluppare i metodi necessari per uno studio più approfondito;
– un altro obiettivo è descrivere situazioni ed eventi che senza l’apporto di questi studi risulterebbero difficilmente comprensibili: gli studi demografici sono un esempio di questo tipo di ricerca;
– per quanto riguarda le scienze sociali, probabilmente, lo scopo più cruciale della ricerca è spiegare un fenomeno sociale.
Possiamo anche individuare diversi livelli d’indagine empirica:
– un primo livello, descrittivo, si propone di fornire una rappresentazione accurata e fedele di quanto accade;
– un ulteriore livello, correlazionale, cerca di stabilire come ciò che accade è in relazione con alcune dimensioni (variabili);
– infine l’indagine sperimentale si pone l’obiettivo di produrre informazioni circa le relazioni causali.
Naturalmente i livelli, così come gli obiettivi, non sono quasi mai mutuamente escludenti: infatti le ricerche sono spesso ‘miste’, ovvero prevalentemente ‘descrittivo-correlazionali’ e ‘correlazionali-sperimentali’.

3. Deduzione e induzione: due sistemi logici a confronto

Alla base delle diverse metodologie e approcci scientifici adottati nella ricerca sulla comunicazione operano due sistemi logici, la deduzione e l’induzione, entrambi in grado di permettere al ricercatore di arrivare a conclusioni valide. Nel caso della deduzione il ricercatore muove da principi universali verso fenomeni particolari, mentre nel caso dell’induzione egli muove dal particolare verso l’universale. La storia della ricerca sulla comunicazione è ricca di studi che adottano ora l’uno ora l’altro procedimento logico.
Uno studio classico che adotta l’approccio deduttivo è quello condotto da Glock, Ringer e Babbie (1967) per esaminare i diversi livelli di coinvolgimento nelle attività della loro Chiesa degli episcopaliani (i fedeli di una comunità protestante). Basandosi sulla tesi marxista della religione come oppio dei popoli e della prevalente influenza della Chiesa tra i poveri e gli emarginati, essi formulano un principio ‘universale’, la cosiddetta ipotesi del benessere. Secondo questa ipotesi, si rivolge alla religione – per trovarvi un certo benessere – chi è privo di gratificazioni nella società; pertanto il coinvolgimento nelle attività della Chiesa è destinato a essere più alto tra coloro che godono di minori gratificazioni nella vita pubblica. I risultati dello studio hanno dimostrato la veridicità della ipotesi di partenza: le donne, che in genere godono di uno status sociale secondario rispetto agli uomini, sono più coinvolte; così come lo sono gli anziani rispetto ai giovani, e i single o le coppie senza figli rispetto ai nuclei familiari. Integrando i vari risultati, gli autori della ricerca hanno concluso che le parrocchiane single, senza figli, anziane e di classe sociale medio-bassa sono tre volte più attive in Chiesa di quanto non lo siano i parrocchiani sposati con figli, giovani e di classe sociale medio-alta. Il principio universale dell’ipotesi del benessere è stato quindi dimostrato dall’evidenza di un caso particolare.
Gli stessi autori hanno condotto lo stesso studio secondo il metodo induttivo. In questo caso Glock, Ringer e Babbie non sono partiti facendo un’affermazione generale, ma hanno distribuito ai parrocchiani un questionario in cui si chiedevano determinate informazioni finalizzate a capire per quali ragioni alcuni partecipassero più di altri alle attività della Chiesa. Dopo aver raccolto tutte le informazioni, i ricercatori hanno esaminato i vari gruppi classificati secondo variabili come il sesso, la professione, il reddito, lo stato familiare e la partecipazione alle attività della chiesa. Cercando poi di risalire a un filo comune che unisse i vari risultati, sono giunti a dei risultati che confermano l’ipotesi del benessere.
Si può concludere dunque che anche il processo induttivo, che parte dall’osservazione diretta, è in grado di giungere alla formulazione di una spiegazione teorica generale; e, più in generale, che la scienza richiede al tempo stesso procedure deduttive e induttive.

4. La causalità nella ricerca delle scienze sociali

Come dicevamo precedentemente, uno degli obiettivi principali dello scienziato sociale – proprio perché scienziato – è di spiegare il perché dello stato delle cose, ovvero scoprire le cause dei fenomeni sociali. Va tenuta presente, però, una precisazione. La scienza sociale opera in genere sulla base di un modello causale probabilistico (diversamente dalle scienze naturali, più inclini al determinismo): piuttosto che fare previsioni precise sul comportamento di una persona, essa suggerisce ciò che verosimilmente quella persona può fare in determinate situazioni e contesti ambientali.
Per arrivare alla formulazione dei nessi causali tra i fenomeni sociali si è ricorso spesso a due modelli: il modello ideografico e il modello nomotetico. Il primo cerca di spiegare il singolo fenomeno sociale tramite l’enumerazione delle molteplici circostanze che lo accompagnano; il suo scopo è quello di essere il più possibile esaustivo. Gli storici, per esempio, possono adottare questo modello nel risalire alle cause della seconda guerra mondiale; gli psicologi clinici cercano di dare una spiegazione minuziosa del comportamento aberrante di un determinato paziente; un collegio giudicante in un tribunale cerca di scoprire anche i più piccoli dettagli del crimine di cui si occupa.
Il modello nomotetico invece intende spiegare le azioni o gli eventi, cerca le costanti e, a questo fine, si basa su un’accezione probabilistica della causalità, risalendo alle circostanze che appaiono più importanti. Nella ricerca sulla comunicazione viene adottato prevalentemente questo secondo modello.
Come può un ricercatore stabilire che un particolare fattore è realmente causa di un fenomeno? Paul Lazarsfeld (1967) ha proposto i seguenti criteri di causalità:
1) la causa deve precedere nel tempo l’effetto: sebbene questo sembri immediatamente logico, in molti aspetti della vita sociale è difficile stabilire con esattezza se un evento avviene prima di un altro;
2) le variabili devono essere empiricamente legate l’una all’altra, in caso contrario non è possibile stabilire un rapporto causa-effetto;
3) la correlazione osservata empiricamente tra due variabili potrebbe essere spiegata anche in base all’influenza di una terza variabile che le causa entrambe: per esempio possiamo sostenere che la religiosità provoca atteggiamenti anti-abortisti, ma entrambi potrebbero essere causati da una mentalità conservatrice.

Pertanto va ricordato che l’evidenza di una correlazione non implica necessariamente un rapporto di causa-effetto.

5. Concetti e definizioni

5.1. Alcune definizioni.
E’ utile definire sinteticamente alcuni concetti fondamentali della ricerca scientifico-sociale. L’osservazione si riferisce al processo di raccolta di dati. Il fatto (detto anche datum) è ciò che viene osservato. Le leggi (dette anche principi) sono generalizzazioni universali relative a classi di fatti; esse si devono presentare come modelli universali e non accidentali riscontrati all’interno di uno specifico ordine di fatti. La teoria è una spiegazione sistematica dei fatti e delle leggi osservate in un particolare aspetto della vita (per esempio, il divorzio nella società contemporanea). I concetti sono le pietre con cui si costruisce la teoria; si tratta di elementi astratti che rappresentano le proprietà che ci si propone di indagare (classi di fenomeni in un dato campo di ricerca). Le variabili costituiscono la controparte empirica dei concetti; mentre infatti questi ultimi rimangono nel campo della teoria, le variabili, grazie alle definizioni operative, consentono l’osservazione e la misurazione pratica. In una teoria compaiono diversi tipi di affermazione, tra cui gli assiomi (affermazioni fondamentali – considerate certe – su cui si basa la teoria) e le proposizioni (conclusioni tratte dalle relazioni tra i concetti e basate sulle interrelazioni logiche tra gli assiomi).
Le scienze sociali usano un linguaggio specifico. Vediamo di specificare meglio alcuni altri termini fondamentali:
raccogliere informazioni significa registrare gli stati in cui si presentano determinate proprietà in un insieme di casi che rappresentano il campione indagato;
– una proprietà (es. il sesso, l’attività lavorativa, un determinato atteggiamento), per poter essere inserita nel disegno della ricerca, deve rispettare due condizioni: deve variare, ovvero assumere stati diversi (almeno due) nei casi considerati; e deve poter essere trasformata in una variabile della ricerca attraverso la definizione operativa;
– per definizione operativa si intende l’insieme di regole che guidano le operazioni di raccolta, classificazione e analisi dei dati: se la proprietà che interessa indagare è complessa, ad essa corrisponde un concetto complesso ed astratto che non permette di passare subito alla definizione operativa; bisognerà allora individuare delle sotto-dimensioni più analitiche che rappresentino ciascuna un’area semantica diversa fra quelle che concorrono alla determinazione del significato generale;
– per ogni sotto-dimensione si cercano indicatori empirici, ovvero proprietà più semplici, con un basso livello di astrazione che permettono di passare finalmente alla definizione operativa.

5.2. L’oggetto della ricerca.
La ricerca può occuparsi di temi quanto mai differenti; ciò significa che gli oggetti concreti sottoposti allo studio variano fortemente. Dal punto di vista tecnico questi ‘oggetti’ sono definiti unità di analisi e possono essere costituite da:
individui: gli esseri umani sono le unità di analisi tipiche delle scienze sociali; i risultati della ricerca hanno un valore maggiore quando sono generalizzabili a tutti gli individui e non solo a una classe specifica;
gruppi, costituiti da più individui, per esempio i nuclei familiari o le bande dei teppisti urbani;
organizzazioni, complessi formati da persone e beni per il conseguimento di determinate finalità: in questo caso si può – ad esempio – risalire alle caratteristiche di certe organizzazioni sociali attraverso lo studio delle caratteristiche dei singoli membri;
produzioni sociali: libri, giornali, film, pitture, sculture, edifici, automobili, canzoni, scoperte scientifiche, oggettistica, ecc.

5.3. Aree di interesse.
Tre sono le macro-aree a cui si possono ricondurre gli interessi – molteplici e differenziati – delle scienze sociali: le caratteristiche, gli orientamenti e le azioni.
Caratteristiche: le varie unità di analisi mostrano certe qualità o stati d’essere che possono diventare oggetto di studio. Tra queste ricordiamo: il sesso, l’età, l’altezza, lo stato anagrafico, il reddito, il luogo di origine, ecc.
Orientamenti: spesso le scienze sociali, nello studio degli atteggiamenti, dei tratti caratteriali, dei pregiudizi, delle predisposizioni ecc., vogliono capire il tipo di orientamento assunto dalle persone.
Azioni: l’oggetto di studio delle scienze sociali può essere costituito anche da diversi tipi di azione e di comportamento come andare a votare, abbandonare la scuola, convertirsi a una religione, andare al cinema o comprare una particolare marca di profumo.

5.4. La dimensione temporale.
Il tempo gioca un ruolo fondamentale nella progettazione e nell’esecuzione di un progetto di ricerca. A seconda della cornice temporale all’interno della quale uno studio viene condotto, possiamo avere studi intersezionali e studi longitudinali.
Gli studi intersezionali. In questo caso viene accuratamente studiata, in un momento ben preciso, una data sezione della popolazione (campione/unità d’analisi). Un esempio sono i censimenti effettuati periodicamente. Questo tipo di studi può presentare delle difficoltà, soprattutto quando fra gli obiettivi c’è anche il controllo dello sviluppo dei processi causali nel corso del tempo, perché le loro conclusioni sono basate su osservazioni condotte in un determinato periodo. Comunque ai fini dell’economia della ricerca (in rapporto cioè alla disponibilità di risorse economiche, materiali, individuali e temporali) sono gli studi più frequentemente utilizzati.
Gli studi longitudinali. Con questi studi è possibile fare osservazioni a lungo termine. Possiamo avere tre tipi di studi longitudinali: gli studi di tendenza che indagano sui cambiamenti nel corso del tempo della popolazione in generale; gli studi di gruppo che esaminano i cambiamenti di specifici sub-gruppi della popolazione; gli studi a panel, molto simili ai primi due, ma concentrati sullo studio nel corso del tempo di uno stesso gruppo di persone.
Rispetto agli studi intersezionali, gli studi longitudinali offrono in genere maggiori vantaggi nel fornire informazioni e descrivere processi che si svolgono a lungo termine, pur richiedendo alti investimenti in termini sia di tempo sia di denaro.

6. La ricerca delle scienze sociali: la pianificazione ‘simbolica’

Per una ‘buona’ ricerca empirica occorre anzitutto pianificare e organizzare – a livello simbolico – l’insieme di attività che bisognerà poi intraprendere – a livello pratico – per raggiungere l’obiettivo della ricerca. Nell’elaborazione di un progetto d’indagine devono essere organizzate attività che si condizionano reciprocamente e che pertanto devono essere coordinate come effettive ‘operazioni di ricerca’. Possiamo individuare cinque livelli, o famiglie di attività, che in virtù del reciproco condizionamento non sono semplicemente in sequenza (vedi tavola 1).
Tavola 1

7. La pianificazione ‘empirica’: come impostare un progetto di ricerca

Sebbene ogni progetto di ricerca sia unico e debba essere modellato sulla base dello specifico argomento in esame e delle risorse disponibili, è possibile individuare alcune fasi comuni a tutti i progetti. Le tappe qui elencate sono puramente indicative. In realtà ogni ricercatore scoprirà passaggi e priorità del suo lavoro man mano che la ricerca va avanti; inoltre, nel tracciare un progetto di ricerca, egli dovrà valutare attentamente tre aspetti: i suoi interessi personali, le sue capacità e le risorse a disposizione. Pertanto la flessibilità e la creatività sono qualità che ogni ricercatore deve coltivare.

1) Definizione del problema oggetto d’indagine. Il ricercatore comincia con l’individuare e analizzare il problema di cui vuole/deve offrire una soluzione. La ricerca inizia sempre da un’attenta ricognizione della letteratura esistente sull’argomento: se la ricerca è rivolta allo studio della relazione tra età e atteggiamenti xenofobi, il ricercatore incomincia con l’esaminare la letteratura su queste due proprietà. In questo modo egli si assicura che le ipotesi che andrà a formulare tengano conto delle ricerche già effettuate da altri studiosi. E’ poi consigliabile riassumere l’obiettivo della ricerca in una singola frase. Se ci sono delle ipotesi da verificare (come, ad esempio, negli studi esplorativi), bisogna articolare nel modo più chiaro possibile le domande a cui la ricerca intende rispondere.
2) La concettualizzazione. Dopo aver formulato chiaramente le ipotesi di partenza, il ricercatore dovrà scomporre queste ipotesi nelle relative componenti. E’ necessario elencare e specificare i concetti prima di potervi condurre una ricerca. Bisogna impostare i cinque livelli della ricerca che abbiamo visto in precedenza e delineare il disegno della ricerca, nonché procedere alla costruzione delle variabili riducendo il livello di astrazione delle dimensioni con cui si lavora, secondo la progressione proprietà-concetti-dimensioni-indicatori-definizioni operative-variabili.
3) La scelta del metodo. Esistono diversi metodi di ricerca nelle scienze sociali. Ciascun metodo ha i suoi punti forza e le sue debolezze; alcuni concetti vengono studiati meglio con un metodo piuttosto che con un altro. Un ricercatore deve valutare attentamente gli obiettivi del suo lavoro quando sceglie il metodo di ricerca che intende usare. Per esempio, le indagini statistiche sono adatte allo studio degli atteggiamenti e delle opinioni personali. Invece il metodo sperimentale è indicato per stabilire la causalità in un ambiente controllato. La natura dello studio e la quantità di risorse disponibili determinano il tipo di metodo adottato. Di solito il miglior progetto è quello che fa uso di diversi metodi di ricerca arricchendosi dei rispettivi punti di forza.
4) La popolazione e il campionamento. Dopo aver individuato i principali concetti e delineato il processo di operazionalizzazione, il ricercatore deve decidere chi o che cosa intende studiare. La popolazione di uno studio è costituita da quel gruppo su cui egli vuole trarre delle conclusioni. Se la ricerca non riguarda storie di vita, studio di casi, ricerche etnografiche o simili (quindi popolazioni ristrette), non si studia l’intera popolazione, ma solo un campione Per poter generalizzare i risultati della ricerca a tutta la popolazione bisogna scegliere con cura il campione. Bisogna anche decidere che tipo di campione si vuole isolare – un campione a caso, o un campione stratificato, o ancora un campione di convenienza – e quali dimensioni esso dovrà avere ( Campionamento).
5) Definizione del campo di osservazione. A questo punto il ricercatore è pronto per raccogliere i primi dati empirici. Quale metodo impiegherà? Il metodo di osservazione cambia a seconda del metodo di ricerca adottato. Per esempio, se il metodo è l’indagine statistica, si dovrà decidere se usare la posta oppure contattare i soggetti per telefono. Ovviamente tale decisione dipenderà anche dal tipo di campione della popolazione preso in esame e dalla quantità di risorse disponibili.
6) Classificazione e misurazione. Nell’ambito della conoscenza scientifica classificare significa effettuare operazioni sostanzialmente analoghe alla classificazione compiuta nella conoscenza comune; la differenza sostanziale è che nella conoscenza scientifica bisogna rispettare rigorosamente alcune regole. Allo stesso termine ‘classificazione’ sono riconducibili tre concetti, tutti egualmente rilevanti ai fini della comprensione di questa fondamentale operazione (Marradi, 1995). Abbiamo visto che nella ricerca sociale le operazioni di classificazione sono effettuate mediante variabili; per classificare una variabile in realtà si effettuano tre operazioni:
– classificazione A: procedimento in base al quale si individuano le modalità della variabile;
– classificazione B: l’insieme delle modalità (esito della classificazione A) che rappresentano le classi;
– classificazione C: assegnazione di ogni caso a una classe e registrazione del corrispondente valore numerico nella matrice dei dati.

Già la logica classica aveva individuato le regole da rispettare nell’effettuare le operazioni relative alla classificazione, e a questi tre requisiti non bisogna mai venir meno;
a) l’unicità del fundamentum divisionis: il criterio in base al quale i casi vengono attribuiti alle classi deve essere uno solo e lo stesso per tutti i casi;
b) l’esaustività dell’insieme delle categorie: si deve poter classificare ogni caso, nessuno escluso;
c) la mutua esclusività delle categorie: ogni caso deve essere attribuito a una sola classe perché queste non devono sovrapporsi.
Rispettare queste regole non è affatto semplice, ma è doveroso in ogni caso. Esistono soluzioni ormai sperimentate ai problemi più frequenti, come ad esempio l’introduzione dell’alternativa ‘altro’ o il ‘criterio della prevalenza’ per le risposte multiple.

Per quanto riguarda la misurazione, invece, questa consiste in un insieme di operazioni basate sulla classificazione o implicanti la classificazione, mediante le quali si registrano stati di una proprietà che corrispondono a livelli diversi di intensità con cui la proprietà stessa si presenta da caso a caso. È intuitivo che la misurazione riguarda proprietà continue per le quali esiste già una unità di misura naturale oppure è possibile per il ricercatore costruirne una convenzionale. Gli strumenti basati su unità di misura convenzionali usati nella ricerca sociale non hanno tutti la stessa portata generale di quelli utilizzati nelle scienze naturali (es. una scala d’atteggiamento contro un termometro!); per non effettuare misurazioni improprie bisogna quindi distinguere vari livelli di misurazione ai quali corrispondono strumenti di misurazione (detti ‘scale’) differenti e operazioni che si è autorizzati o meno a effettuare.
– Primo livello: scala nominale. Anche definizione scala è impropria perché si tratta di categorie non ordinate (es. variabile sesso: categorie maschio e femmina) per le quali è possibile stabilire tra i casi solo relazioni del tipo uguale/diverso ed effettuare il conteggio (non una misurazione).
– Secondo livello: scala ordinale. Le classi sono categorie ordinate per le quali si possono stabilire relazioni del tipo uguale/diverso e maggiore/minore (es. variabile titolo di studio: categorie ‘licenza elementare’, ‘licenza scuola media inferiore’, ‘licenza. scuola media superiore’, ‘laurea’...), anche in questo caso si effettua un conteggio.
– Terzo livello: scala a intervalli. È possibile individuare un intervallo che viene assunto come unità di misura convenzionale e un arbitrario punto zero che identifica l’assenza della caratteristica da misurare. Si individuano relazioni di uguale/diverso, maggiore/minore e anche operazioni algebriche per calcolare la distanza fra i numeri associati ai diversi punti della scala (es. misura della temperatura in gradi Celsius).
– Quarto livello: scala di rapporti o scala cardinale. Caratterizzato dalla presenza di un punto zero assoluto che corrisponde all’assenza della proprietà considerata, è il più alto livello di misura conseguibile. Si possono registrare tutte le relazioni precedenti con l’aggiunta dell’intensità delle differenze (es. l’età).
7) L’analisi e l’elaborazione dei risultati. A seconda del metodo di rilevazione adottato, il ricercatore si troverà alla fine con un insieme di dati più o meno facilmente interpretabili. Ad esempio le risposte fornite dai destinatari di un questionario non possono condurre a generalizzazioni significative se non vengono sottoposte a un attento processo di analisi ed elaborazione dei risultati.
Per trarre delle conclusioni pertinenti con gli interessi, le idee e le teorie su cui si basa il progetto di ricerca, il ricercatore dovrà analizzare e rielaborare i dati codificati. Inizialmente potrà limitarsi a fare delle semplici descrizioni e in seguito avanzare delle inferenze più approfondite. E’ consigliabile esaminare anche le sub-popolazioni (o sub-gruppi) prima di entrare in spiegazioni più complesse. Esistono oggi numerosi software che agevolano molto il lavoro di elaborazione dei dati, ad esempio con SPSS (Statistical Package for the Social Sciences) si possono effettuare complesse analisi statistiche con il minimo sforzo. Naturalmente queste complicate operazioni non sono fine a se stesse; il ricercatore non perde di vista il disegno della sua ricerca e le domande alle quali si propone di dare risposta e non tralascia di esplicitare ogni passaggio importante delle sue elaborazioni per rendere la ricerca trasparente e ripetibile.
8) La divulgazione. Il passo finale riguarda l’uso che il ricercatore intende fare delle conclusioni cui è giunto nel corso della ricerca. Dopo aver riflettuto sulla relazione esistente tra i suoi risultati e le ricerche condotte precedentemente, su quali nuove conoscenze il suo lavoro ha portato alla comunità scientifica e quali possibili ulteriori sviluppi o approfondimenti prevede si possano affrontare a partire dal suo lavoro, egli dovrà anche trovare i modi più adatti a comunicare i suoi risultati agli altri ricercatori (interventi a dibattiti/seminari, pubblicazioni).

8. I metodi di ricerca scientifica

Come già accennato prima, la ricerca sulla comunicazione può adottare diversi metodi operativi per studiare un dato fenomeno. Tra i metodi più comuni ricordiamo le indagini statistiche, l’analisi del contenuto, il metodo sperimentale, e lo studio di casi (case studies).

1) L’inchiesta. La tecnica di ricerca più diffusa è probabilmente l’inchiesta, un metodo impiegato da tutta una serie di ricercatori, dagli studiosi di marketing agli esperti di comunicazione politica. In genere è applicata per studiare un campione specifico di popolazione. Costa sicuramente meno di un censimento e può contribuire a raccogliere una grande quantità di dati a costi minimi. Inoltre permette di fare delle generalizzazioni sulla popolazione con un buon margine di approssimazione (probabilità). La modalità di raccolta delle informazioni tipica dell’inchiesta è l’intervista.
Si distinguono molti tipi di interviste a seconda del grado di standardizzazione che le caratterizza, e più tipi di interviste possono essere utilizzati nella stessa ricerca a seconda delle fasi in cui si collocano. Il tipo meno standardizzato è certamente l’intervista libera o non direttiva; seguono l’intervista guidata, l’intervista focalizzata e infine l’intervista con questionario.
Un questionario è un insieme di domande attentamente ed esplicitamente formulate, ciascuna corrispondente a una variabile prevista nel disegno della ricerca. I questionari possono essere somministrati in vari modi: per telefono, via posta, attraverso interviste face to face con intervistatori appositamente addestrati e, in casi particolari, possono anche essere autosomministrati. I dati raccolti permettono non solo di descrivere la popolazione presa in esame, ma anche di trovare delle associazioni (o correlazioni) e fare dei confronti fra diverse sub-popolazioni.
2) L’analisi del contenuto. Per condurre un’analisi sistematica di un testo – sia esso un messaggio orale, a stampa o audiovisivo – il ricercatore può ricorrere all’analisi del contenuto. Fu Lasswell (1902-1978) a elaborare un procedimento sistematico e quantitativo per l’analisi della comunicazione politica denominato ‘content analysis’, successivamente esteso al contenuto linguistico ed extralinguistico di qualsiasi comunicazione. Il primo passo importante è, come sempre, decidere che tipo di testi considerare. Quindi, stabiliti i criteri di analisi, bisogna mettere a punto la scheda di rilevazione, che – in sostanza – è molto simile a un questionario articolato in aree problematiche, in cui vengono via via segnati e codificati gli elementi del testo. Una volta codificati, tali elementi possono essere trattati come dati statistici ed elaborati quindi applicando le molteplici procedure dell’analisi statistica.
3) Il metodo sperimentale. Per stabilire rapporti certi di causa-effetto il ricercatore deve ricorrere all’ambiente controllato che è tipico del metodo sperimentale. I disegni della ricerca riferiti al metodo sperimentale permettono al ricercatore di ridurre moltissimo (a volte eliminare) il rischio che ipotesi alternative minaccino la validità delle conclusioni della propria indagine. Questo metodo implica sostanzialmente il completo controllo di un fattore o variabile, della quale si suppone il ruolo causale, e il controllo sulla selezione dei soggetti-casi che costituiscono sia il gruppo sperimentale che quello di controllo. Occorre infatti selezionare due gruppi identici: il gruppo sperimentale e il gruppo di controllo. I membri di ciascun gruppo presentano le medesime caratteristiche rispetto a tutte le variabili conosciute. Il gruppo sperimentale viene sottoposto al ‘trattamento’ e il gruppo di controllo no. Viene quindi monitorato l’effetto del trattamento sul primo gruppo e confrontato con il comportamento dei componenti del secondo gruppo. I maggiori vantaggi di questo metodo stanno nella capacità di controllo e di rigore logico che esso offre.
4) I casi studio. Mentre l’indagine statistica cerca di identificare i tratti comuni all’interno di un campione e quindi di diffondere la ricerca secondo un andamento orizzontale, i casi studio cercano di penetrare più in profondità concentrandosi su un singolo aspetto. L’obiettivo primario è di essere il più possibile esaustivi nell’esaminare le molte caratteristiche di tale aspetto. Inoltre i casi studio permettono di venire a conoscenza, in un certo periodo di tempo, di tutto quanto riguarda l’aspetto in esame. E’ difficile tuttavia generalizzare i risultati raggiunti con questo tipo di studi, in quanto si occupano solo degli aspetti specifici di casi particolari.

Oltre ai metodi più conosciuti appena descritti, se ne possono adottare molti altri ancora. Soprattutto negli ultimi anni, gli studiosi hanno messo a punto i metodi conosciuti genericamente come metodi qualitativi. Sebbene alcuni tra i primi esponenti della ricerca sulle comunicazioni avessero già impiegato metodi simili, Herbert Blumer per esempio, per decenni la ricerca sulle comunicazioni di massa è stata dominata da metodi quantitativi o positivistici.

9. Analisi qualitativa o analisi quantitativa?

La dicotomia maggiormente utilizzata per distinguere fra diversi modi di fare ricerca è quella fra ricerca qualitativa e ricerca quantitativa, dicotomia che risale al rapporto fra teoria ed empirìa e si sostanzia come l’espressione di una sociologia ‘individualistico-interpretativa’ per la prima, e ‘positivo-scientifica’ per la seconda. Nel primo orientamento si collocano ricerche che assumono prevalentemente come riferimento teorico l’ interazionismo simbolico e l’etnometodologia e si caratterizzano come ricerche sul campo più o meno dipendenti dall’osservazione partecipante. Nel secondo orientamento invece rientrano ricerche di impostazione oggettivistica che costruiscono i dati con procedure formali e impersonali ma non sono riconducibili a un solo orientamento teorico, anzi questo dipende dal punto di vista del ricercatore e dalle fasi della ricerca. Sono soprattutto ricerche sociali basate su un ampio ricorso alla statistica, tipo l’inchiesta, l’analisi ecologica, la ricerca survey, i disegni sperimentali.

1) L’approccio qualitativo. Il campo della ricerca qualitativa, nonostante un orientamento prevalente in tal senso, è ben lungi dall’essere un insieme unificato di principi che gli studiosi accettano senza discussione (Denzin e Lincoln, 1994). Esso è invece costituito da una combinazione alquanto versatile di pratiche interpretative e non privilegia alcuna metodologia in particolare. Forse è più facile dire che cosa la ricerca qualitativa non è, piuttosto che definire ciò che è. Una definizione fondamentale è quella fornita da Denzin e Lincoln (1994): "La ricerca qualitativa rappresenta diverse cose per diverse persone. La sua essenza è duplice: da una parte essa si presenta come una versione particolare dell’approccio naturalistico e interpretativo, dall’altra si impone come una costante critica nei riguardi della politica e dei metodi del positivismo".
La ricerca qualitativa non si vanta di avere messo a punto metodi specifici, ma preferisce piuttosto ricorrere di volta in volta all’analisi semiotica del discorso, del contenuto, della narrazione, e persino all’analisi statistica (Denzin e Lincoln, 1994). La ricerca qualitativa fa anche uso dei metodi della ricerca naturalistica o etnografica. Tra gli altri ricordiamo lo studio dei casi, la ricerca-azione, la ricerca collaborativa e quella fenomenologica, lo studio sul campo, l’interazionismo simbolico (Lindlof, 1995).
L’approccio qualitativo offre alcuni vantaggi rispetto ai metodi di tipo positivistico: il contatto con la ‘vita reale’, il radicamento nel locale, la ricchezza e la visione organica, la capacità di studiare i processi. Inoltre, si presta in maniera particolarmente efficace allo studio dei ‘significati’. I dati qualitativi infatti sottolineano l’importanza dell’esperienza vissuta e quindi sono particolarmente adatti a individuare i significati che le persone attribuiscono agli eventi, ai processi, e alle strutture della loro vita – percezioni, assunti, pregiudizi e presupposizioni – e a collegare questi significati al mondo sociale che li circonda.
I metodi qualitativi sono efficaci anche in altre tre aree. Permettono di esplorare nuovi campi di ricerca e di sviluppare ipotesi che possono essere successivamente verificate impiegando metodi quantitativi; possono a loro volta verificare delle ipotesi; ma soprattutto sono particolarmente "utili quando occorre complementare, convalidare, spiegare, illuminare, o reinterpretare i dati quantitativi raccolti nello stesso ambito" (Miles-Huberman, 1994).
2) L’approccio quantitativo. A partire dai primi del novecento la ricerca sociale si è sviluppata negli Stati Uniti, prima e più rapidamente che altrove, con impronta prevalentemente empirista e orientamento pragmatico per esaudire desideri di conoscenza diretta su temi concreti di immediata rilevanza sociale. Nella sociologia delle comunicazioni di massa, ad esempio, le esigenze della committenza hanno determinato il proliferare di ricerche su problemi circoscritti alla fonte, al messaggio o al destinatario, ma non al processo di comunicazione tra mass media e pubblico nella sua globalità (Losito, 1998). Per questa tendenza a subordinare le esigenze teoriche a quelle metodologiche e tecniche, la communication research si è trovata al centro di annose polemiche fra ricerca ‘amministrativa’ e ricerca ‘critica’, fra americani ed europei, fra sostenitori dell’approccio qualitativo e fautori del quantitativo.
In realtà anche questa contrapposizione è mal posta. I due approcci si differenziano certamente ma non si contrappongono, anzi, in fasi diverse della ricerca si può anche ricorrere ai modi tipici dell’uno o dell’altro secondo le esigenze. Riportiamo la distinzione proposta da Ricolfi (1997) per ricordare le caratteristiche fondamentali delle ricerche riconducibili ai due approcci.
Le ricerche quantitative si caratterizzano per:
– l’impiego della matrice dei dati (livello di standardizzazione elevato);
– il ricorso a definizioni operative per la costruzione delle variabili;
– l’impiego della statistica per l’analisi dei dati.

Le ricerche qualitative si caratterizzano per:
– l’assenza della matrice dei dati (livello di standardizzazione molto basso);
– la non ispezionabilità della base empirica;
– il carattere informale delle procedure di analisi dei dati.

10. Validità e affidabilità

Il carattere relativo e probabilistico delle verità raggiungibili nelle scienze sociali è ben evidenziato dalla definizione di validità espressa da Campbell e Stanley (1966) i quali la ritengono la migliore approssimazione disponibile alla verità delle proposizioni, incluse quelle circa la causalità.
Dal punto di vista statistico la validità è stata affrontata e definita nelle sue molteplici accezioni:
validità delle conclusioni statistiche (decidere che esiste una relazione fra variabili quando questa non c’è – errore del I tipo – o decidere che non c’è quando al contrario c’è – errore del II tipo);
validità interna (scartare interpretazioni alternative alla relazione appurata fra due variabili X ed Y, come ad esempio l’intervento di una terza variabile C);
validità delle procedure di misurazione delle variabili (errata o confusa rappresentazione del concetto che non permette di esplicitare variabili ‘parassite’);
validità esterna (generalizzare i risultati di una indagine a persone, contesti, modalità di osservazione, misurazioni diverse da quelle dell’indagine stessa).
Ma anche per concetti, definizioni operative e indicatori si pone il problema della validità. Molti autori si sono cimentati nel tentativo di individuarne i criteri e le regole in modo altrettanto formale che nell’approccio prevalentemente statistico. In realtà questo tipo di validità non può essere misurato perché non è possibile misurare l’estensione della corrispondenza semantica fra due concetti; si preferisce allora cercare indizi di validità e parlare di validità in termini di utilità conoscitiva: un concetto è tanto più valido, o utile, quanto meglio riesce a suggerire una definizione operativa che risponde alle esigenze conoscitive del ricercatore; una definizione operativa è valida se traduce in adeguate operazioni di ricerca il concetto associato alla proprietà considerata, e non altri; un indicatore è valido se c’è corrispondenza fra il significato del concetto che lo rappresenta e il significato del concetto che rappresenta la proprietà originaria.
Discorso simile per l’affidabilità (associata all’attendibilità). Non si può misurare direttamente ma è più facile individuarne gli indizi come la corrispondenza fra registrazioni diverse. Va riferita alla fedeltà: infatti una definizione operativa è ritenuta affidabile se i suoi esiti consistono in dati fedeli, ovvero corrispondenti agli stati effettivi della proprietà considerata, così come si presentano da caso a caso (Losito, 1998).
Nel caso di ricerche squisitamente qualitative i concetti di validità e affidabilità diventano molto più sfumati, perdono gran parte del rigore metodologico che abbiamo illustrato sinora e sconfinano nuovamente nella dicotomia qualitativo/quantitativo di cui sopra.
Sebbene non si possa parlare di affidabilità e validità con la ricerca qualitativa, tuttavia anche in questo caso è necessario stabilire dei criteri di credibilità e applicabilità della metodologia, del sistema di raccolta dei dati, del processo di analisi e interpretazione.
Seguendo lo schema delineato da Lincoln e Guba (1985) e da Wallendorf e Belk (1989), possiamo distinguere cinque criteri fondamentali per garantire la veridicità di qualsiasi tipo di ricerca: la credibilità, la trasferibilità, la dipendenza, la confermabilità e l’integrità. Questi studiosi suggeriscono anche diverse strategie per verificare il grado di realizzazione di questi criteri: l’osservazione persistente, la triangolazione delle fonti, dei metodi, e dei ricercatori; l’interazione costante tra i componenti del team di ricerca; l’analisi dei casi contrari; il confronto con i colleghi; i controlli reciproci; i diari e le audizioni singole. Inoltre, Wallendorf e Belk dichiarano di non voler imporre una "nuova ortodossia" tesa a "sopprimere la varietà e la reattività nella progettazione e realizzazione della ricerca interpretativa" (1988). Il ricercatore deve essere insomma sempre particolarmente attento alla natura del problema che la ricerca prende in esame e progettare il suo lavoro di conseguenza.

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Note

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Berchmans M. Britto , Rimano Alessandra , Metodologia della ricerca, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (15/12/2017).
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