Opinione pubblica

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Copertina di Storia e Critica dell’Opinione Pubblica di Jurgen Habermas

1. Premessa

Del concetto di o.p. esistono diverse interpretazioni sia tra i non addetti ai lavori che tra gli stessi specialisti del campo. Susan Herbst, che su questo tema ha scritto un saggio, Numbered voices (Herbst, 1993), in cui discute le modificazioni apportate dai sondaggi d’opinione sulla struttura della politica, enumera quattro significati del termine o.p. Innanzitutto l’o.p. può essere interpretata come un aggregato, una somma di voci singole. L’interpretazione maggioritaria mette invece in luce come quelle che contano in una democrazia siano le opinioni della maggioranza, a loro volta frutto della somma di opinioni singole. L’interpretazione discorsivo/consensuale è, secondo la Herbst, quella che collega l’o.p. ai meccanismi di esplicitazione comunicativa: l’o.p. si svela esclusivamente nel dibattito pubblico attorno ai temi di interesse generale. Per altri ancora l’o.p. non esiste per niente, è una reificazione (questo è il nome che la Herbst dà a quest’ultima interpretazione), è una proiezione creata dai giornalisti e da coloro che la credono reale (Herbst, 1993). È questa, dice la Herbst, l’interpretazione sostenuta da uno degli autori classici del giornalismo, Walter Lippmann, che non a caso scrive un libro titolato The phantom public (1925).
Sembra possibile ricondurre queste quattro definizioni a due principali modalità di approccio al concetto di o.p.: l’approccio storico/critico e l’approccio empirico. Peraltro è questa la classificazione suggerita anche da Vincent Price in un altro testo di sintesi sul concetto di o.p. (Price, 1992). C’è infine, un aspetto, quello che oggi definiremmo dell’esternazione dell’o.p., che accomuna ambedue questi approcci e sul quale ci si soffermerà in seguito.
Per approccio storico/critico intendo riferirmi a quelle accezioni che interpretano l’o.p. come espressione di un ceto sociale dotato di una propria identità, essenzialmente politica, che negozia o si contrappone ad altri corpi sociali manifestando di fronte a essi bisogni, richieste, opposizioni. È un’accezione teorizzata innanzitutto in un testo di grande importanza, quello di Jurgen Habermas, tradotto in Italia con il titolo Storia e critica dell’opinione pubblica (1976). In questo testo Habermas interpreta l’o.p. come voce della nascente borghesia che reclama di fronte al potere assoluto allora imperante un diverso assetto dei commerci e quindi anche un nuovo assetto sociale. Seguendo questa linea interpretativa, nelle democrazie parlamentari odierne, l’o.p. costituisce uno strumento di controllo e stimolo sull’operato del governo. Possono essere ricondotte a quest’interpretazione la definizione discorsivo/consensuale e quella della reificazione proposte dalla Herbst.
Nella seconda accezione, quella empirica, l’o.p. è invece collegata essenzialmente alla tecnica del sondaggio grazie alla quale è possibile rilevare e misurare atteggiamenti ed esigenze dei singoli cittadini. In questo senso l’o.p. costituisce un aggregato di opinioni singole e non un fenomeno collettivo che agisce unitariamente nei confronti dei poteri costituiti come nella prima accezione (Price, 1992). È evidente la prossimità con la definizione aggregativa e con quella maggioritaria della Herbst.

2. Origini e sviluppo del concetto di o.p.

Entriamo più specificamente all’interno di queste due diverse visioni. Il concetto di o.p. fa la sua prima apparizione, come appunto bene illustra Habermas, con l’avvento del nuovo assetto sociale che si identifica nel regime di libertà dei commerci e con le nuove forme di assetto politico che progressivamente si instaurano in Europa a partire dalla rivoluzione industriale. L’o.p. è la voce della società civile, di quel nuovo ceto sociale che basa la sua ricchezza sui commerci e che si contrappone al sovrano assoluto e all’aristocrazia terriera sui cui interessi si impernia l’allora dominante sistema politico della società. Dal corpo di questa aristocrazia terriera e dallo sviluppo dei commerci nasce un nuovo ceto che tende progressivamente a darsi una propria identità, quella di società civile, attraverso lo strumento dell’o.p.
L’idea di o.p. nasce dunque con il pensiero illuminista, si sviluppa quindi con i fisiocratici e poi con i teorici del liberalismo. Dopo il riferimento di Locke che, nel Saggio sull’intelletto umano pubblicato nel 1690, parla di una Law of Opinion and Reputation che si impone in quanto legge comune a tutti gli uomini, che regola i loro comportamenti e la loro coesistenza, appaiono le dizioni di public spirit e di volonté générale. La prima dizione, quella di public spirit, la si trova frequentemente nell’Inghilterra delle lotte tra Parlamento e monarchia assoluta e nelle idee dei ‘padri fondatori’ degli Stati Uniti d’America; la seconda nel pensiero degli illuministi francesi e nella stessa esperienza della rivoluzione francese.
La dizione di public spirit, è molto usata negli scritti politici e di costume che appaiono nei primi giornali inglesi del 1700, in particolar modo in The Spectator e in The Craftsman, che svolgono un ruolo fondamentale nella conquista e difesa della libertà di stampa. Questi giornali danno voce ai bisogni, alle richieste di una nuova entità, la società civile: il public spirit è la sua espressione. Questi giornali lo rappresentano per controllare e contrapporsi all’assetto imposto dai regimi assoluti. Accanto ai giornali nascono e si sviluppano alcuni circoli dove, come nei caffè, nei teatri, nei salotti delle case private, si riunisce la nascente borghesia. Nel cuore di quella che diventerà nel giro di pochi anni la City c’è anche la Lloyds coffee house: è il centro di ritrovo degli assicuratori, degli armatori, dei notai e dei commercianti che ricorrono ai loro servizi (Caracciolo, 1979). Sono questi i luoghi – così accuratamente descritti, oltre che da Habermas, anche in un numero monografico della rivista Quaderni Storici, specificatamente dedicato alla nascita e sviluppo della moderna o.p. – dove nasce un nuovo ceto commerciale e politico. I ‘nuovi borghesi’, che qui si riuniscono, parlano certo dei propri affari, ma sviluppano anche una cultura e una sensibilità nuove, un nuovo pensiero e una nuova filosofia politica. Generalizzano e universalizzano le loro richieste economiche e politiche in nome del public spirit
. Nel già citato volume monografico di Quaderni Storici viene dato ampio spazio allo sviluppo della scienza, al ruolo del puritanesimo, ai viaggi, alle scoperte e al commercio dei prodotti esotici importati dai Paesi di nuova colonizzazione. Le curiosità che provengono da questi luoghi costituiscono ulteriori ingredienti di quel fermento culturale che anima la nascente o.p. borghese. È in questo clima che, accanto alla richiesta di libera circolazione delle merci, nasce anche lo spirito della libera circolazione delle idee che Milton aveva già espresso così mirabilmente in Areopagitica. Ed è tra questi nuovi fermenti culturali che si sviluppa l’essenza del public spirit che diviene strumento dei nuovi borghesi contrapposti ai regimi dello stato assoluto.
Con i fisiocratici, che sostenevano la libertà di circolazione dei beni contro l’intervento pubblico e consideravano la terra unica fonte di ricchezze, si afferma compiutamente la separazione tra società civile e stato e inizia a svilupparsi anche il moderno concetto di o.p. I fisiocratici, attenti ai processi di sviluppo economico e alle forme organizzative e politiche in grado di assicurarne il massimo successo, cercano di risolvere, come afferma Habermas, il contrasto tra voluntas e ratio che verrà definitivamente superato soltanto con Kant. Nei fisiocratici l’o.p. esprime infatti il giudizio e quindi la volontà della collettività degli illuminati e rappresenta la loro voluntas che l’autorità del monarca deve incaricarsi di trasformare in razionalità legislativa, appunto, in ratio. Quella che i cittadini esprimono è un’o.p. che, seppure finalizzata alla reciproca utilità, è ancora allo stato emozionale, sensitivo, non suffragata da un adeguato supporto logico e critico/interpretativo che è invece appannaggio dei governi e dello stato.
Una lettura non dissimile la si ritrova in Rousseau che è tra i primi a usare il termine di o.p.. È appunto in questo autore che l’o.p., così come la volontà generale, diviene un’entità che riguarda la comunità nel suo insieme: essa è un dato universalistico che deriva dai singoli privati e che tutti li ricomprende. Ma in Rousseau c’è differenza tra volontà generale e o.p.: la prima è impressionistica, primordiale, equivale al senso comune che nasce dal rapporto immediato e diretto con il sentire dei componenti della comunità; non implica alcuna riflessione o alcuna interpretazione critica dell’esperienza quotidiana. L’o.p. è invece il frutto delle discussioni tra gli ‘illuminati’, è il frutto degli incontri di salotto, di teatro. La prima esprime "l’istinto dell’umanità" (Habermas, 1977, p. 120), la seconda si riassume nelle discussioni lunghe e spesso farraginose del public éclairé. La prima è il fulcro della democrazia diretta della polis ateniese, la seconda costituisce la base ‘ragionata’ per l’attività del legislatore.
In Rousseau c’è ancora la separazione tra voluntas (la volontà generale) e ratio (l’o.p.) che verrà superata soltanto con Kant nel breve saggio apparso originariamente nel 1795, Per la pace perpetua. Progetto filosofico. Il filosofo tedesco parla di pubblicità come radice dell’o.p. Quest’ultima esiste soltanto a partire dalla possibilità di svelare e superare la logica degli arcana imperii che ancora indirizza, negli anni in cui Kant scrive, tutte le scelte del potere assoluto che decide e agisce al riparo dagli occhi esterni. L’avvento della società civile, come soggetto altro e contrapposto al sovrano assoluto, determina la necessità di conoscere e indagare le scelte politiche da quest’ultimo operate e le loro motivazioni. È per rispondere a questa esigenza che Kant propone la nota formula trascendentale dei diritto pubblico: "tutte le azioni relative al diritto degli altri uomini, la cui massima è incompatibile con la pubblicità, sono ingiuste". Si tratta di un principio non soltanto etico, nel senso che è giusto che sia così, ma anche di un principio giuridico: non esiste diritto se esso non presuppone la possibilità della pubblicità. La massima trascendentale del diritto pubblico esemplifica alla perfezione il pensiero di Kant a questo proposito: la politica potrà essere morale soltanto se abbinata alla pubblicità. I governanti infatti saranno costretti a governare secondo giustizia soltanto se le loro azioni potranno essere continuamente controllate attraverso lo strumento della pubblicità: non c’è nessuna giustizia se l’azione politica non è conoscibile pubblicamente.
La massima trascendentale del diritto si affianca a un altro dei fondamenti principali dell’opera kantiana: l’impegno pubblico dei filosofi. Il loro compito principale è quello di assicurare razionalità all’azione di governo (Matteucci, 1990). I filosofi assumono una ben precisa responsabilità nei confronti dei loro lettori: li devono spingere alla ragione e quindi al raggiungimento di quell’ideale di convivenza universale che è così tanto presente nell’opera di Kant. Uguale compito essi hanno nei confronti dell’azione di governo. La razionalità si pone così al servizio della convivenza civile. E infatti, Per la pace perpetua ha questo obiettivo fondamentale: ricercare i modi in cui attraverso il diritto si può assicurare la pacifica convivenza tra i popoli.
Il concetto di pubblicità, così formulato, costituisce la linfa vitale dell’o.p.: soltanto se avrà la possibilità di conoscere le scelte operate dal governo, che in quel momento storico si identifica nel sovrano assoluto, la nascente società civile avrà la possibilità di costituirsi, attraverso lo strumento dell’o.p., come alternativa e controllo dello stesso governo e rappresentare di fronte a esso i suoi bisogni e richieste. È questa la nozione di o.p. rintracciabile nel pensiero illuminista e nella filosofia del liberalismo politico: in quanto public spirit essa rappresenta l’alternativa e il limite al potere, prima del sovrano assoluto, e poi del governo che si instaura con la stessa democrazia parlamentare.

3. Il declino

Dopo una prima fase di esaltazione di tale originaria accezione inizia la sua decadenza: il primo autore che si pone in questa posizione è Hegel che svaluta fortemente l’o.p. almeno in confronto alle interpretazioni, più o meno a lui contemporanee, in gran parte costruite sull’idea della sua incorruttibilità. Per Hegel è allo stato che compete il compito di assicurare la convivenza dei cittadini mentre questi, riuniti nella società civile, gestiscono e mediano i propri interessi. Nello stato si affermano l’ordine e il rispetto della legalità, nella società civile prevale spesso il conflitto non regolamentato. Parimenti l’o.p., che nasce dalla società civile, è un insieme di giudizi non argomentati e spesso preda del senso comune e del pregiudizio. Con Hegel ha inizio quella che Matteucci definisce "la crisi dell’o.p." (Matteucci, 1990) e Habermas chiama invece "dimensione pubblica degradata a mezzo di educazione" (Habermas, 1977, p. 146). Habermas e Matteucci sono concordi nel giudizio: è un’o.p. degradata. Somiglia molto alla doxa dei greci, al giudizio approssimativo e non dimostrato scientificamente: può avere a volte una funzione educativa, ma è nettamente distinta dal sapere dei dotti a cui, principalmente, spetta il compito di organizzare lo stato universalistico.
Così, mentre da una parte si trovano autori come Bentham, Guizot e Constant che sostengono ‘l’incorruttibilità’ dell’o.p., il suo essere cioè un giudice imparziale e non manovrabile dell’operato del governo, dall’altra appaiono altri autori che avanzano invece dubbi e riserve soprattutto quando l’o.p. si identifica con l’opinione della maggioranza. È soprattutto John Stuart Mill che in On liberty mette in luce i rischi connessi a una pretesa dittatura della maggioranza. Una volta finito il tempo in cui era necessario difendere l’o.p. di fronte agli attacchi dei governi assoluti, si pone il problema inverso, quello del potere esorbitante che si concentra attorno alle opinioni della maggioranza. Queste rischiano di schiacciare, di togliere la parola alle opinioni discordanti instaurando appunto ‘la tirannia della maggioranza’. E in questo senso On liberty è un inno all’individualismo di fronte al peso schiacciante della maggioranza e contemporaneamente è un aspro rifiuto del conformismo.
L’idea di o.p. si è così radicalmente trasformata: non è più lo strumento di controllo della società civile nei confronti del potere assoluto. Può al contrario costituire una sorta di tirannia della maggioranza che tende inevitabilmente a degradarsi a senso e luogo comune. Di fronte a questo rischio si erge l’esaltazione della libertà del pensiero individuale e di tutte le opinioni dal cui confronto, secondo Mill, tutta la società potrà trovare giovamento.
Il pensiero di Mill influenza più o meno direttamente la teorizzazione di Habermas. Anch’egli vede infatti un processo di progressivo scadimento dell’o.p. Da strumento di critica razionale operata da borghesi che discutono in pubblico degli affari di interesse generale (l’interpretazione discorsiva/consensuale della Herbst) essa si trasforma, con l’avvento delle moderne società di massa, in ‘o.p. ricettiva’. La diffusione degli strumenti di comunicazione di massa comporta un ‘processo di commercializzazione’ dell’o.p. La sua costruzione, a opera di un corpo professionale sempre più specializzato, diviene ‘un affare’: l’o.p. viene progressivamente ridotta a semplice istanza ricettiva di informazioni, giudizi, interpretazioni prodotte e veicolate esclusivamente a fini commerciali. Nello stesso tempo l’ampliamento delle funzioni dello stato, e in modo particolare la nascita e sviluppo dello ‘stato sociale’, implicano un restringimento degli spazi che nell’originario modello liberale erano deputati all’azione e alla spontanea organizzazione dei privati cittadini. Lo stato cioè si accolla compiti che la filosofia liberale assegnava invece ai privati. Anche i compiti di produzione e gestione della comunicazione vengono così sottratti ai privati e assegnati allo stato determinando, afferma Habermas, un processo di ‘rifeudalizzazione’ della sfera pubblica. Essa torna cioè a essere quello che era nel Medioevo, un’istanza meramente rappresentativa in cui il potere, ora lo stato sociale, dispiega i suoi simboli e la sua comunicazione.

4. L’epoca dei sondaggi

Contemporaneamente alla critica di Habermas nei confronti dello scadimento dell’o.p. nasce anche la sua seconda accezione. Essa si collega e dipende quasi esclusivamente dalla tecnica dei sondaggi: l’o.p. diventa ciò che i sondaggi cercano di misurare (Price, 1992). Alla concezione superindividuale di o.p. che si era imposta con il pensiero illuminista e con la filosofia liberale, si sostituisce ora una diversa visione: l’o.p. è data dalla somma delle opinioni individuali. L’o.p. è un’aggregazione di opinioni atomizzate (Herbst, 1993). Questa differente interpretazione rispecchia ovviamente le modificazioni nel frattempo intervenute nella struttura sociale che ha enormemente incrementato il suo livello di complessità. Se la società civile nasceva dalla separazione dal corpo del sovrano assoluto di interessi economici, politici e culturali, che in esso non trovavano risposta, ora questi interessi si sono ulteriormente diversificati e articolati. L’o.p. che originariamente, in quanto voce della società civile, poteva essere interpretata come alternativa alla cultura dello stato assoluto e quindi come controllo sull’operato dei governi parlamentari, ora si differenzia al suo interno. La società civile infatti articola i suoi interessi che non possono essere più rappresentati in termini unitari. La nozione di mercato – dei beni di consumo e di prodotti culturali – si inserisce in questo quadro di mutamenti più vasti.
Ora le opinioni, percezioni, domande, esigenze devono essere misurate in termini di gruppi diversificati, se non di singoli cittadini. L’innovazione tecnologica (si veda in particolare l’uso del computer nella gestione dei dati dei sondaggi) consente di compiere questa operazione di articolazione e scavo che prima invece risultava impossibile. Se l’o.p. continua ancora a mantenere "il carattere di forza politica non prevista da alcuna costituzione" (Sauvy, 1971), come appunto era nell’originario modello di democrazia liberale, ora la sua misurazione ne rafforza per certi aspetti il potere, ma contemporaneamente lo indebolisce. Se è ben evidente che la diffusione dei sondaggi d’opinione fa dipendere le scelte del governo dal consenso della maggioranza (e in questo senso si può parlare di interpretazione maggioritaria), nello stesso tempo la sua articolazione crea spazi, occasioni di dibattito, discussione e conflitto prima sconosciuti.
Non a caso Herbert Blumer, in un saggio divenuto ormai un classico, argomentava attorno alla forma di aggregazione del ‘pubblico’, mettendo in luce come l’elemento che lo caratterizza dalle altre forme aggregative è la condivisione di uno stesso problema rispetto al quale esistono diversi punti di vista che quindi entrano in discussione e confronto dando appunto luogo alla o.p. (Blumer, 1950). Anche quest’ultimo saggio di Blumer, come peraltro le altre definizioni viste finora, evidenziano un carattere imprescindibile dell’o.p.: essa è un fenomeno comunicativo. L’o.p. esiste in quanto è comunicata, in quanto ha voce: altrimenti non esiste. Sia nella sua accezione storico/critica che in quella empirica, l’o.p. deve essere esplicitata: il sondaggio d’opinione è esso stesso l’esplicitazione di percezioni, opinioni, mode, sensibilità che altrimenti non diventerebbero di patrimonio comune. Tanto più esse vengono esplicitate se diventano oggetto della comunicazione di massa. E ugualmente, nell’interpretazione di Habermas, l’o.p. è un fenomeno comunicativo di un insieme di soggetti privati, i borghesi, che si riuniscono in pubblico, che discutono e quindi rendono visibili richieste, esigenze e bisogni.
È indubbio che oggi siano soprattutto i mezzi della comunicazione di massa che danno voce all’o.p. Per alcuni autori, come Lippmann, la reificano, per altri danno voce a una moltitudine di atteggiamenti che altrimenti rimarrebbero silenti. Il problema è capire quali siano gli strumenti attraverso i quali gli stessi giornalisti percepiscono l’o.p., come vengono a conoscenza di questa moltitudine di atteggiamenti, richieste, bisogni, critiche, proteste che si agita nella società. Ancora un volta il problema è comunicativo: come si esprime l’o.p. per essere captata dai mass media? Attraverso i sondaggi, le lettere al direttore, le manifestazioni di piazza?

5. La società riflessa

Per risolvere questo dilemma un semiologo francese, Eric Landowskj, alcuni anni fa suggerì uno schema interpretativo di un certo interesse. Egli paragonava il rapporto tra giornalisti e o.p. al rapporto tra coro e spettatori nella tragedia greca. In essa, infatti, il coro, poteva svolgere un duplice ruolo: essere il portavoce dei sentimenti degli spettatori (più esattamente è il corifeo a svolgere questo ruolo) e nello stesso tempo esprimere il suo proprio stato d’animo. Nel primo caso il coro è il portavoce degli spettatori, sono essi a produrre i sentimenti da esprimere. Nel secondo il coro assume una posizione più attiva e autonoma rispetto alla precedente, esprimendo in prima persona il proprio parere/sentimento. Per Landowskj il rapporto tra giornalisti e o.p. è simile: a volte i giornalisti ascoltano le richieste, i bisogni dell’o.p. e se ne fanno portavoce, altre volte essi assurgono invece ad artefici e manipolatori della stessa o.p. (Landowskj, 1989). Il paragone sembra calzante: il giornalismo spesso rispecchia le opinioni dei cittadini che esso percepisce attraverso differenti canali, mentre altre volte si erge a portavoce, non sempre legittimato, di opinioni non verificate.
La valenza comunicativa dell’o.p. è stata inoltre ampiamente sottolineata da Niklas Luhmann in un saggio scritto in aperta critica delle ipotesi di Habermas. Luhmann, seguendo in questo l’approccio funzionalista, suggerisce di prendere in esame le funzioni che l’o.p. svolge nella società contemporanea e non la sua evoluzione storica e filosofica, come sembra soprattutto fare Habermas. Luhmann propone così di sostituire il termine di o.p. con quello di tema d’opinione. I temi d’opinione servono per organizzare il dibattito pubblico attorno ai problemi di interesse generale: essi assolvono quelle che il sociologo tedesco chiama le regole dell’attenzione (attention rules). Servono cioè, attraverso l’azione dei mass media, per imporre all’attenzione del sistema di governo i problemi sui quali è necessario che esso svolga la sua funzione decisionale (decision rules). In questo modo i temi d’opinione hanno un’essenziale funzione semplificatrice della complessità sociale (Luhmann, 1978).

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Come citare questa voce
Mancini Paolo , Opinione pubblica, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (15/12/2017).
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