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Retorica

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Autore: Ugo VOLLI
 
Il busto di Marco Tullio Cicerone
La r. è definita nei dizionari come l’arte di persuadere mediante l’uso di strumenti linguistici. Dato che la persuasione è uno degli scopi naturali e degli usi più frequenti del linguaggio, una dimensione retorica si può ritrovare pressoché in ogni concreta situazione linguistica (o, più in generale comunicativa). Non c’è bisogno di avere studiato la teoria retorica per usare con successo figure retoriche, o per produrre complesse forme argomentative. Questa capacità, che naturalmente dipende dal talento individuale e dalla cultura, è almeno in parte radicata nella competenza comunicativa di ciascun parlante. Dato che la persuasione e in genere la forza perlocutiva (la capacità di produrre reazioni emotive e pratiche da parte dell’interlocutore) sono parte ineliminabile di ogni produzione linguistica, la competenza linguistica di qualunque parlante deve contenere la capacità di usare modalità e strumenti retorici. È facile verificare in testi precedenti alla formulazione esplicita della r., come la Bibbia o l’Odissea, o in culture dove il concetto di r. non si è mai affacciato, una presenza spesso molto raffinata di strumenti che noi diremmo retorici. Per la stessa ragione, non è possibile realizzare l’ideale utopistico, che di frequente si è riaffacciato fra filosofi e critici del linguaggio, di una comunicazione da cui la r. sia del tutto esclusa e il linguaggio si presenti nudo nella sua semplice funzione comunicativa. Al massimo si può sostituire a una r. più o meno pesante ed evidente (che nell’antichità veniva definita ‘asianesimo’) una r. più o meno sobria e semplice (‘atticismo’).

1. La r. classica

Oltre che una dimensione del linguaggio, la r. nella cultura occidentale è diventata a un certo momento una tecnica esplicita e una teoria delle funzioni del linguaggio. La r. classica è stata la prima tecnica comunicativa e la prima teoria pragmatica costruita nella cultura occidentale. Non è probabilmente un caso che le sue origini si confondano con quelle della democrazia e della filosofia greca, quando era essenziale il problema delle forme e della legittimità dell’argomentazione pubblica, capace di suscitare il consenso popolare. Elaborata nell’Atene e nelle colonie siciliane del V secolo a.C. dai sofisti, fu codificata in maniera sistematica già da Aristotele ed è stata conservata per molti secoli nella terminologia latina coniata da Cicerone, come parte essenziale dell’educazione umanistica.
Il campo della r. classica si usa suddividere in cinque parti, che corrispondono a diverse pratiche e, insieme, costituiscono la competenza dell’oratore, sia egli impegnato in discorsi politici, giudiziari o d’altro tipo. Nella tabella a pagina seguente i nomi e le definizioni classiche.

INVENTIO - Euresis Invenire quod dicas Trovare cosa dire
DISPOSITIO - Taxis Inventa disponere Ordinare ciò che si è trovato
ELOCUTIO - Lexis Ornare verbis Aggiungere l’ornamento delle figure
ACTIO - Ypocrisis Agere et pronuntiare Recitare il discorso come un attore: gesti e parole
MEMORIA - Mneme Memoriae mandare Studiare a memoria


1.1. Inventio (costruzione degli argomenti).
Alla base di qualunque atto persuasivo sta la costruzione di un’argomentazione con cui ottenere il consenso del destinatario. Secondo la tradizione r. si possono seguire due strade principali per ottenere questo risultato: la commozione del pubblico, basata sulla manipolazione dei suoi sentimenti e il suo convincimento, basato su argomentazioni più o meno razionali. I rami successivi della classificazione degli argomenti dell’inventio costituiscono delle opzioni pragmatiche, che si possono scegliere o praticare successivamente nel corso della stessa argomentazione.
Si può cercare così di coinvolgere emotivamente (commuovere) un destinatario vantando la franchezza, la saggezza o la simpatia dell’oratore, dunque lavorando sulla definizione passionale dell’enunciatore; o eccitando le passioni che già dominano il pubblico. Il convincimento si può cercare per via di prove estrinseche (cioè non costruite nell’argomentazione ma prese dall’esterno già pronte) come i pregiudizi comuni, le voci, i giuramenti, le testimonianze, gli atti; o ancora cercare di convincere per prove intrinseche, cioè realizzate all’interno dell’argomentazione, come gli esempi storici, le parabole o gli entimemi. L’entimema è il tipico ragionamento retorico, che non ha forza logica, ma grande potere persuasivo, essendo fondato – secondo Aristotele – su verosimiglianze, indizi e segni, non sul vero o l’immediato. In sostanza le premesse sono solo probabili, non scientificamente dimostrate, e spesso anche la forma dell’argomentazione è priva di valore logico.
I materiali per queste premesse vengono spesso dai topoi o luoghi comuni: stereotipi, ma anche forme vuote per sviluppare il discorso, su cui esiste un consenso universale. Spesso queste premesse hanno una forma non dichiarativa ma esprimono dei giudizi di valore più o meno mascherati: per esempio ‘bisogna’ amare la patria, oppure l’eroismo è la ‘massima’ virtù. Si classificano in diversi modi: topoi grammaticali, logici, metafisici; oppure topoi dell’oratoria, del comico, della teologia, dell’immaginazione. Inutile dire che i luoghi comuni sono pericolosi proprio per la loro genericità che può dar luogo a pratiche persuasive insidiose e irrazionali. Ancora c’è una topica generale (loci generalissimi: possibile/impossibile, reale/irreale, piú/meno) e una topica particolare relativa all’argomento, organizzata in forma di quaestio, che dà forma alla specificità del discorso.
Il cuore dell’argomentazione retorica, nello spazio del convincimento intrinseco dell’inventio, è la quaestio, il problema da decidere. Lo si considera da due punti di vista, uno generale (Tesi) e uno specifico detto Ipotesi, ma anche causa, che è il problema vero e proprio. La causa va esaminata da tre punti di vista (status): la realtà del fatto da giudicare (congettura), la sua definizione e la sua qualità. Per esempio, di fronte a un processo per omicidio, il problema concreto (ipotesi o causa vera e propria) sarà : X è colpevole della morte del suo nemico? Questa domanda si potrà scomporre in una congettura fattuale (ha avuto luogo o no la morte?), in un problema astratto di tipo etico, cioè in una tesi (per esempio: è lecito uccidere i propri nemici?) e infine si concretizzerà in un’ipotesi, che cercherà di configurare la qualità dell’evento sottoposto a giudizio, la sua definizione (per esempio, che cos’è accaduto davvero? si tratta proprio di un assassinio?).
Bisogna tener conto che la quaestio è una tecnica per organizzare la ricerca di argomenti pertinenti al caso in discussione, che esso sia politico, giuridico o d’altro tipo. Si tratta cioè di stabilire la pertinenza dei discorsi da svolgere e di sviluppare in modo corretto gli entimemi che vi si riferiscono.

1.2. Dispositio (ordinamento del discorso).
La costruzione degli argomenti e la loro sistemazione secondo schemi dimostrativi è solo il primo passo della tecnica retorica. Il momento successivo consiste nell’organizzazione della struttura da dare agli argomenti raccolti. In primo luogo bisogna decidere la forma dell’elocuzione, stabilire cioè quale sarà l’interlocutore implicito al discorso, quello a cui si mostra di parlare (anche se l’ascoltatore reale, quello che si vuol colpire, può essere diverso). Da questo punto di vista il discorso può essere diretto (dire quel che si vuol dire indirizzandosi all’interlocutore che effettivamente interessa convincere). Oppure può essere obliquo (è il modo di fare che viene riassunto nel proverbiale "parlare a suocera perché nuora intenda"). Infine il discorso può essere contrario (fondarsi cioè sull’ironia, fingendo che l’oratore abbia una posizione opposta a quella che effettivamente sostiene; è il caso del famoso discorso di Antonio nel Giulio Cesare di Shakespeare).
In secondo luogo gli argomenti ricevono un’organizzazione temporale. Nella tradizione retorica il discorso si usa divide in quattro parti: un esordio, in cui l’oratore si presenta anche sul piano psicologico ; una narratio, in cui sono ricostruiti i fatti in discussione; una confirmatio, dove sono allineati gli elementi di valutazione (trovati nella fase dell’inventio e in particolare della quaestio), che vanno nel senso voluto dall’oratore; e infine un epilogo, in cui vengono fatte le richieste e le proposte dell’oratore. L’esordio e l’epilogo del discorso hanno di solito carattere emotivo (il ‘commuovere’ dell’inventio) quelle centrali sono invece dimostrative (il ‘convincere’ dell’inventio).
Il discorso è articolato per frammenti minori (periodi) i quali sono caratterizzati da almeno due membri ritmici ma anche emotivi: innalzamento o tasis e abbassamento o apotasis.

1.3. Elocutio (messa in parola).
Lo schema generativo che abbiamo seguito ha avuto finora un carattere prevelentemente concettuale: si trattava di trovare degli argomenti e di organizzarne la successione, logica ed emotiva. L’elocutio è la fase successiva in cui il lavoro dell’oratore arriva al livello della parola vera e propria, cioè della scelta degli elementi significanti con cui rivestire la costruzione realizzata nella fase precedente.
Due assi principali dominano la r. della ‘messa in parola’: l’electio (vale a dire la scelta delle parole, quello che in semiotica viene chiamato asse paradigmatico), cui corrisponde la metafora; e la compositio ( cioè il modo di riunione delle parole, l’asse sintagmatico), cui corrisponde in particolare la metonimia.
Oggetto della elocutio sono in particolare le figure retoriche, che nel corso della storia della r. sono state classificate molto minuziosamente, fino a raggiungere il numero di diverse centinaia di tipi. Tutte consistono sostanzialmente nella sostituzione di un’espressione base con un’altra, giudicata più gradevole o espressiva, più adatta al contesto o all’uditorio.
Alcune opposizioni dominano questo campo assai disordinato:
– per dimensione: le figure retoriche si possono classificare come tropi (la sostituzione riguarda solo un’unità linguistica) contro figure vere e proprie (la sostituzione riguarda un’espressione più ampia);
– per efficacia: vi sono figure grammaticali (ormai stabilizzate nel linguaggio e senza forza comunicativa, come ‘le gambe del tavolo’) contro figure retoriche (ancora ricche di effetti);
– per piano linguistico: questa è la classificazione più usata, che contrappone le figure di parola (riguardano solo la pura superficie dell’espressione) a quelle di pensiero (non dipendono dalle semplici forme delle parole, ma investono il piano dei contenuti).
La classificazione del campo delle figure risulta quindi sempre problematica e assai complessa, nell’ambito delle teorie classiche, come in quello delle teorie contemporanee. Quello che segue è un elenco di alcune delle figure più comuni, tanto di parola che di pensiero, seguite da un esempio nei casi meno chiari: 1. allitterazione (lo zelo di Lazzaro); 2. anacoluto (il risotto, mi piace sempre); 3. catacresi (il collo della bottiglia); 4. ellissi (veni, vidi, vici); 5. iperbole (più veloce del vento); 6. ironia; 7. perifrasi; 8. reticenza; 9. sospensione.
Un posto a parte, per la loro capacità di organizzare tutta la materia retorica, hanno la metafora (sostituzione del ‘simile’ col simile) e la metonimia (sostituzione del ‘contiguo’ col contiguo. Es.: pars pro toto).

1.4. Actio (recitazione).
Il modo attorale di essere, cioè l’apparenza del corpo, non è naturalmente un problema che riguardi la comunicazione per mezzo della scrittura, della stampa o di altri mezzi basati sull’assenza e sulla traccia. In questi casi l’espressione è tutta contenuta nel testo e la presenza fisica è messa fra parentesi, salvo che sia sostituita da altri fatti materiali, come per esempio dalla preziosità dei materiali del mezzo. Ma è fondamentale in televisione, com’era sulla piazza del mercato delle poleis greche. Nessuna meraviglia dunque che, dopo una lunga eclissi, oggi si possa ritrovare interesse per questo aspetto della r., come lo avevano gli antichi.
In realtà questo argomento è poco studiato, fuori dall’ambito teatrale. Una proposta suggestiva è quella dell’antropologia teatrale di Eugenio Barba. L’attore per riuscire ad attrarre l’attenzione dei suoi spettatori deve mettersi in una ‘situazione extraquotidiana’, raggiungere un ‘equilibrio di lusso’, che lo costringa a sprecare dell’energia, in apparenza senza precisa utilità, ma nei fatti per assolvere il suo compito principale, quello di attrarre l’attenzione. Di fatto, in ogni forma di comunicazione – anche nelle ‘situazioni quotidiane’ – opera uno ‘strato pre-espressivo’ che, come sostiene Barba, ne decide il successo. Questo è l’oggetto di ciò che i classici intendono per actio.

1.5. Memoria
La retorica antica è stata formulata in società in cui la comunicazione era prevalentemente orale e la scrittura era vista con diffidenza. La necessità di memorizzare i discorsi ha portato quindi all’invenzione di mnemotecniche psicologiche che sono state coltivate a lungo; per esempio esse hanno molta importanza nel Rinascimento italiano, in connessione a interessi ermetici. Si tratta in genere di complessi sistemi di metafore, che permettono di accostare ogni elemento di un testo da memorizzare a uno spazio immaginario, per esempio un palazzo. Non le descriviamo qui in quanto esse non riguardano la r. come tecnica comunicativa.

2. La neo-r.

Dopo essere rimasta per secoli al vertice dell’educazione umanistica, la r. fu disprezzata dall’epoca romantica come ‘tecnica del falso’. Nello stesso senso in Italia è stata importante l’influenza del pensiero di Benedetto Croce. A partire dagli anni Sessanta e in corrispondenza con la crescita dello strutturalismo, si è avuta una forte ripresa degli studi retorici. Particolarmente importante da questo punto di vista è stata l’attività di un gruppo di studiosi di Liegi (J. Dubois, F. Edeline, J. M. Klinkenberg, Ph. Minguet, F. Pire, H. Trinon) che si sono presentati collettivamente come ‘Gruppo µ’ (la lettera µ – mu – è l’iniziale della parola greca metaphorà).
Per il gruppo di Liegi, la r. si divide in due parti: lo studio dell’ethos, cioè degli effetti passionali dei discorsi, e la ‘teoria delle figure del discorso’, che corrisponde più o meno al classico territorio dell’inventio. Non si tratta però qui di proporre un’altra tassonomia concorrente a quella antica, ma di cercare di stabilire ‘strutture stabili che definiscano certi usi linguistici’. In concreto, oggetto dello studio sono le ‘tecniche di trasformazione del discorso’ e dunque le metabole, una parola di origine greca che viene usata per designare ‘ogni specie di cambiamento di un aspetto qualsiasi del linguaggio’. Esse si suddividono ulteriormente in metaplasmi (che operano trasformazioni morfologiche), metatassi (trasformazioni sintattiche), metasememi (trasformazioni semantiche), metalogismi (trasformazioni logiche).
Le metabole si esercitano a partire da un ‘grado zero’ del discorso, composto da quei ‘semi’ o unità di significato che non si possono sopprimere senza togliere al discorso ogni significazione. In realtà i semi ‘laterali’, che portano informazioni supplementari, non si possono mai eliminare del tutto, ma agli scopi pratici basterà riconoscere gli ‘scarti’ cioè le ‘alterazioni riconosciute del grado zero’ che mirano a produrre effetti retorici. Le procedure che danno luogo agli scarti sono: la soppressione; l’aggiunzione; la soppressione-aggiunzione che combina le prime due col risultato di una sostituzione; la permutazione. I risultati di queste operazione sono: i metaplasmi, che ‘modificano l’aspetto sonoro o grafico delle parole o unità di ordine inferiore alla parola’; le metatassi che modificano la struttura della frase (per soppressione, come la crasi o l’ellissi; per aggiunzione, come la parentesi ; per soppressione-aggiunzione come la sillessi o anacoluto; per permutazione); i metasememi, che corrispondono ai classici tropi, ‘figure che mettono un semema al posto di un altro, come la sineddoche; i metalogismi, che ‘modificano il valore logico della frase e di conseguenza non sono più condizionati da restrizioni linguistiche’.
Le analisi del ‘Gruppo µ’ hanno suscitato un ricco dibattito, con l’effetto di dare nuova attenzione alla dimensione retorica della lingua, se non di caratterizzare in maniera radicalmente nuova il suo oggetto. Una posizione più attenta alla dimensione argomentativa della r. è emersa con l’opera di Perelman e Olbrechts Tytecha (1958) dove si discutono argomenti quasi-logici, strategie, organizzazioni persuasive del senso.

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