Villaggio globale

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1. Dopo McLuhan: la globalizzazione

Il villaggio globale è un ossimoro (figura retorica che affianca due concetti opposti) che si è imposto tra i più famosi cavalli di battaglia di McLuhan nell’indagine sul progresso tecnologico della società. Come nel latino festina lente, "affrettati lentamente", i due termini si contraddicono a vicenda: il ‘villaggio’ è la forma elementare di abitato umano, mentre l’aggettivo ‘globale’ si riferisce all’intero pianeta. Il significato dell’accostamento è ovviamente simbolico. La forzatura serve al mediologo canadese per esprimere una situazione inedita, di difficile rappresentabilità: ciò che in passato aveva dimensioni e distanze enormi, grazie all’innovazione delle comunicazioni è ora a portata di mano, percorribile in lungo e in largo, anche in tempo reale.

Esiste oggi il villaggio globale? Cosa resta al di là della figura retorica? È giusto parlare ancora di villaggio globale per un mondo in cui gli individui sono liberi di ‘costruirsi informazioni’ su misura attraverso l’interattività multimediale e la Rete? Mentre altri in questo Dizionario trattano McLuhan e il suo pensiero, sembra qui opportuna una semplice ‘evocazione’ del villaggio globale – ricorrendo all’autore e ad alcuni interpreti che hanno sgombrato il campo dagli equivoci – per concentrarci piuttosto sull’attualità, su una visione aggiornata e critica dell’idea.

McLuhan usa già l’espressione “global village” nel volume The Gutenberg galaxy (ed. orig. 1962, p. 31), ma l’edizione italiana (1976, p. 59) la traduce  con “villaggio planetario”, accreditando così l’idea che essa compaia per la prima volta nel suo fortunatissimo libro  Understanding media del 1964, pubblicato in italiano nel 1967 con il titolo: Gli strumenti del comunicare (ben cinque edizioni in pochi anni). A p. 102 McLuhan si esprime così:  "... L’accelerazione dell’era elettronica è per l’uomo occidentale ... un’implosione improvvisa e una fusione tra spazio e funzioni. La nostra civiltà ... vede improvvisamente e spontaneamente tutti i suoi frammenti meccanizzati riorganizzarsi in un tutto organico. È questo il nuovo mondo del villaggio globale.”

A ben vedere, McLuhan non è il primo a introdurre il riferimento al "villaggio". Già Robert E. Park, sociologo della Scuola di Chicago che studia la "città", nel 1923 adotta la metafora del "villaggio" per descrivere la nuova realtà urbana segnata dall'impatto dei media, nella fattispecie dei giornali: "I giornalisti e la stampa tendono, consciamente o inconsciamente, a rispecchiare nella città, nei limiti del possibile, le condizioni di vita del 'villaggio'. Nel villaggio tutti si conoscevano, si chiamavano per nome. Il villaggio era democratico. Anche la nostra è oggi una nazione di paesani. Le nostre istituzioni sono fondamentalmente quelle di un villaggio. Nel villaggio, il gossip e l'opinione pubblica erano le principali forze di controllo sociale" (The natural history of the newspaper, in The American Journal of Sociology (1923) 3, 277-278).

Torniamo a McLuhan. Per comprendere meglio la sua espressione "villaggio globale", l'accostiamo al non meno celebre il medium è il messaggio, sintesi di quella ‘teoria tecnica’ che distingue l’autore nell’analisi storica delle comunicazioni. "L’elettricità rappresenta un messaggio radicale, permeante, decentrato, che si traduce nell’eliminazione di quei fattori di tempo e di spazio che condizionavano la nostra vita fino a ieri. Questo è anche il messaggio fondamentale della radio, del telegrafo, del telefono, della televisione, dei computers: tutti mezzi che, al di là dell’uso che ne facciamo, dicono che spazio e tempo sono aboliti, creando una partecipazione in profondità. L’elettricità stessa è messaggio. "Il medium è il messaggio" (McLuhan, 1964).

Oggi l’eventuale sopravvivenza del villaggio globale, almeno quale ipotesi di lavoro, chiama in causa anzitutto il principio della globalizzazione. Vedremo in seguito come altri principi si colleghino a catena. Un fatto è certo: la globalizzazione opera a molti livelli che interagiscono e si rinforzano reciprocamente investendo ogni campo, dal geopolitico all’economico, dal sociale al culturale. Quanto accade in un punto qualsiasi del pianeta è come se accadesse ‘sotto casa, accanto a noi’. Ad esempio l’Occidente non potrà più ignorare che i due terzi della popolazione mondiale muoiono di fame: non solo per motivi umanitari, ma anche perché milioni di persone premono alle nostre frontiere, chiedono accoglienza, lavoro e integrazione ponendo nuovi problemi economici. Il ‘Resto del mondo’ bussa alla porta. Intanto i media – secondo l’assunto, ancora di McLuhan, "le sole notizie sono le cattive notizie" – ci comunicano calamità, sciagure e ingiustizie. Tutto ciò aumenta il senso di responsabilità ma, al tempo stesso, può indurre frustrazione. Stare insieme nello stesso ambiente significa stretto contatto con l’altro; il contatto tra razze e culture diverse favorisce la loro ‘omologazione’; ma l’assenza di differenza può risultare alla lunga dannosa. Caduti i muri e le ideologie contrapposte, non dobbiamo alimentare acriticamente il nuovo mito della ‘globalizzazione’.

2. Dalla società dell’informazione alla società della comunicazione

Per la Scuola di Toronto l’evoluzione della tecnologia si manifesta come osmosi tra l’uomo e i media considerati ‘prolungamenti dei nostri sensi’. Ogni fase è segnata da una loro interazione che determina particolari forme di pensiero e di comunicazione. Altri avevano analizzato il ‘prolungamento tecnologico’: da Butler a Emerson, da Bergson a Mumford, allo stesso Freud. L’originalità di McLuhan sta nell’aver approfondito le esperienze mediatiche. Egli divide la storia in tre periodi, caratterizzati da altrettanti stadi di avanzamento della comunicazione: 1) tradizione orale, con una ‘società chiusa’ che vive in armonia la ‘cultura tribale dell’orecchio’, subitanea e circolare, mitica, priva di individualità; 2) scrittura e stampa, che rompono l’equilibrio tribale sostituendo ‘l’occhio all’orecchio’, favoriscono il pensiero causalistico, la razionalità e la comunicazione lineare degli individui; 3) elettronica, in cui i media estendono circolarmente il sistema nervoso all’intero pianeta, ogni uomo è coinvolto nei problemi degli altri, si ripropongono, su scala globale, contatti simili a quelli che avvenivano nel villaggio.

Oggi, nel postindustriale, viviamo in una fase più avanzata rispetto a questa periodizzazione. Stiamo passando dalla società dell’informazione (dominata dai mass media, da messaggi monodirezionali tra una fonte e i destinatari) alla società della comunicazione (segnata dalla multimedialità, dalla convergenza fra Tv, personal computer e telecomunicazioni, in cui il soggetto è al tempo stesso destinatario e fonte di messaggi polidirezionali). Addirittura, per i fans del postmoderno come Negroponte (1995) la "confluenza digitale tra video e monitor", nel tessuto dei bit che sostituiscono gli atomi quali unità di misura delle relazioni sempre più immateriali tra gli uomini, dovrebbe determinare la "morte della televisione e della comunicazione di massa". In realtà, ogni fase del progresso tecnologico ha visto un medium subentrare all’altro superandolo, ma senza per questo determinarne l’estinzione; anzi, il preesistente ha trovato proprio nei rapporti con il nuovo le opportunità per ristrutturarsi e specializzarsi in forme più avanzate. Così è stato per la scrittura sulla oralità, per il giornale sul libro, per il cinema sulla fotografia, per la televisione sulla radio; così sta avvenendo per il multimediale e per Internet.

McLuhan sosteneva che i media elettronici hanno abolito sia il tempo sia lo spazio, facendoci perdere la capacità di ripartire i ruoli e di assumere punti di vista individuali. Al di là della proverbiale forzatura ci si chiede se il tempo e lo spazio siano veramente ‘aboliti’ o, piuttosto, semplicemente ‘retrocessi’ da fattori principali che determinano ogni rapporto a fattori che inducono soltanto alcune forme di interazione. Le due categorie sono tuttavia così importanti, nell’analisi mediocentrica del progresso umano, da renderle emblematiche fin dalla spiegazione che l’autore offriva della propria metodologia. Egli osservava, in sintonia con Innis, che le sue asserzioni sui media non costituivano un’analisi compiuta ma ‘esplorazioni’ nell’ambito di un approccio a ‘mosaico’ che riteneva più produttivo, rispetto alla logica razionale, nel rivelare nuovi rapporti tra i fenomeni. Paradossalmente sia i punti deboli sia i punti di forza di questa metodologia ne hanno danneggiato la reputazione, in quanto l’icasticità delle sue affermazioni, se apprezzata visceralmente, stimola il plagio eludendo il bisogno di citazione, mentre, se criticata, induce a reagire nero su bianco. Di conseguenza nella bibliografia mcluhaniana prevalgono le opere contro (Baragli, 1980, Gamaleri, 1985). Non a caso a McLuhan vennero affibbiati diversi soprannomi: ‘oracolo dell’era elettronica’, ‘saggio dell’Acquario’, ‘dottor Spock della cultura pop’, ‘né caldo né freddo’ e altri ancora. Le sue asserzioni, tra lo slogan e il paradosso, hanno fatto tendenza. Divertente, a proposito della comprensibilità delle sue teorie, la scena del film Io e Annie di Woody Allen in cui McLuhan in persona apostrofa un prolisso esegeta: "Lei non capisce niente del mio lavoro". Alla sua morte (1980) il bilancio, pur riconoscendolo tra i capiscuola del ‘determinismo tecnologico’ che analizza lo sviluppo dei media a prescindere dal contenuto, era già ridimensionato.

3. Luogo fisico e luogo sociale

Il determinismo di quanti attribuiscono gli effetti sociali ai caratteri intrinseci della tecnologia si è comunque perpetuato, con diverso peso, riguardo ai ‘new media’. Ad esempio Rogers vede nella tecnologia "uno dei tanti fattori di cambiamento", identificandone tre aspetti cruciali: demassificazione, interattività, asincronicità. Per Neuman , invece, "la quintessenza dei nuovi media elettronici è che sono tutti collegati" (interconnettività). Sul versante opposto degli ‘scettici’, specialmente la scuola dell’economia politica, il cambiamento sociale non è indotto dal potenziale tecnologico bensì dalla "struttura proprietaria di controllo" dei nuovi media e dalle modalità di applicazione (Economia politica dei media). La critica alla ‘video-utopia’ presenta molteplici filoni che per McQuail (1994) si possono raggruppare intorno a tre punti: 1) le nuove tecnologie accrescono molto più il potere delle grandi multinazionali che non la libertà dei cittadini; 2) i benefici individuali dell’accesso all’interattività sono inegualmente distribuiti; 3) le reti informatiche costituiscono, almeno in teoria, efficaci strumenti di sorveglianza e controllo non meno che di emancipazione (inverando come panopticon elettronico la prigione modello descritta da Bentham).

In questo tentativo di rintracciare i destini del villaggio globale post-McLuhan, un’attenzione maggiore spetta naturalmente alla categoria ‘spazio’. In proposito ci sembra di poter condividere la distinzione di Meyrowitz (1985) tra luogo fisico e luogo sociale. Tanto nella ‘cultura orale’ quanto nella ‘cultura scritta’ il loro legame rimase stabile. Nell’ambito della seconda, come suo progresso, la stampa cambiò i modelli dei flussi informativi ‘provenienti da’ luoghi fisici e ‘destinati a’ luoghi fisici, cominciando a mutare le condizioni degli individui a seconda del loro luogo di appartenenza. Saranno però i media elettronici a produrre una dissociazione tra ‘collocazione fisica’ e ‘collocazione sociale’: infatti, quando comunichiamo attraverso il telefono, la radio, la televisione o il computer, la nostra collocazione fisica non determina più dove e chi siamo a livello sociale. Altro esempio: se un tempo ‘comunicazione’ era sinonimo di ‘viaggio’, e i canali erano le strade (percorse a piedi o a cavallo), le vie d’acqua e in seguito le ferrovie, l’invenzione del telegrafo provocò una distinzione tra ‘movimento fisico’ e ‘movimento informativo’, poiché per la prima volta "la velocità di un messaggio complesso riuscì a superare quella di un messaggero in carne e ossa". Si inaugurava un processo di appiattimento delle differenze informative tra luoghi; e, accorciandosi le ‘distanze’ comunicative, gli uomini presero a superare sia le distanze fisiche sia le barriere sociali. La televisione, in particolare, ha espresso un potenziale senza precedenti nell’abbattere le distinzioni ‘tra qui e là’, ‘tra diretto e mediato’, ‘tra privato e pubblico’; più di ogni altro medium elettronico ci coinvolge in fatti e problemi che una volta non ritenevamo ‘affari nostri’, azzerando il significato dei ‘passaggi fisici’ in quanto accesso alla ‘informazione sociale’.

4. La convergenza nell’era digitale

Ulteriore stadio nel progresso della comunicazione è rappresentato dalla tecnologia digitale che ha avviato una rivoluzione copernicana. Essa consente infatti la globalizzazione delle reti, la moltiplicazione dei canali (grazie alla numerizzazione e compressione del segnale), la convergenza di radio e televisione con editoria elettronica, informatica e telecomunicazioni, l’integrazione di servizi su banda larga, l’interattività e la diversificazione delle offerte. Con la ‘rivoluzione digitale’ termina la separazione tra ‘universo televisivo’, ‘universo telematico’ e ‘universo telefonico’ che era nata, sul finire degli anni Settanta, dal mix tra informatica e telecomunicazioni (Convergenza al digitale). Si sono potuti tra l’altro realizzare servizi televisivi individuali o per piccole reti di utenti (Video on demand), teleconferenze, consultazioni a distanza di banche dati, testi, suoni e immagini (teche intelligenti). Tutto questo anche prima della Rete delle reti (Internet). Anziché favorire la costruzione di un unico villaggio globale – osservano in proposito Olivi e Somalvico (1997) – il digitale crea le condizioni per una nuova ‘Babele elettronica’ in cui possono convivere, previa alfabetizzazione di tecniche e regole (che facciano premio su barriere abolite e costi azzerati), migliaia di lingue, culture, religioni, etnie, minoranze e individui.

E dietro convergenze, comunicazioni integrate e multimediali ecco intrecciarsi la Rete delle reti. Poiché origini e diffusione la qualificano senza proprietà né autorità centrali di controllo, Internet si offre a prima vista come la metafora, se non l’incarnazione più significativa, della ‘globalizzazione’. Quella che dovrebbe togliere il potere dalle mani di pochi e aver ragione delle diseguaglianze informative; che, superando l’ufficialità, è destinata ad aprire la democrazia culturale fino al rischio dell’anarchia, consentire ogni sperimentazione, esaltare l’autoesercizio degli utenti. In grado di collegare istantaneamente qualsiasi parte del globo, forse con Internet è la volta buona che, al di là del villaggio globale di McLuhan, spazio e tempo vengano azzerati?

Naturalmente non spariscono d’incanto, anzi crescono a catena, problemi etici, giuridici, sociali, culturali ed economici. Limitandoci per il momento all’operatività, bisognerebbe evitare che una crescita su se stessa, non inquadrata da un minimo di regole (codici di comportamento, linee guida, più delle leggi), alimenti un Blob informativo, dove in aggiunta pubblicità e sponsor occhieggiano con prepotenza tale da allontanare anziché avvicinare i meno acculturati alla Rete. Si rinnova la querelle tra ‘apocalittici’ e ‘integrati’ che Eco contrappose riguardo alla comunicazione di massa? Quanto segue è all’insegna dei ‘pro’ e ‘contro’ Internet come globalismo. Di sicuro c’è che un flusso incessante di comunicazioni ‘avvolge’ oggi l’umanità contribuendo a costruire la realtà stessa in cui viviamo. Il mondo è diventato una comunità dove la solitudine è sempre più difficile. La nostra situazione è paradossale: da un lato siamo in grado d’informarci su quanto avviene in tutto il pianeta, dall’altro, nella quotidianità, ci ritroviamo in balia di forze che non riusciamo a controllare. "Essere schiacciati sul presente – ragiona Ferrarotti – equivale ad annullarsi come soggetti pensanti".

Globale verso internazionale. S’è detto che la ‘globalizzazione mediale’ investe molteplici aspetti. Cominciamo dalla geo-politica. A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta si è aperto un nuovo scenario informativo che abbraccia continenti e miliardi di persone. Quando nel settore della comunicazione si parla di ‘globo’ ci si riferisce in primo luogo a Nord America, Europa e Giappone, la ‘Triade’ che domina i mercati non soltanto economicamente. Ma il processo ha ormai investito altre aree geografiche: America Latina, Asia, Medio Oriente, parte dell’Africa. Dal punto di vista concettuale bisogna distinguere tra globale/globalizzazione e internazionale/internazionalizzazione: i primi termini sono infatti sinonimi di ‘senza frontiere’, mentre i secondi presuppongono la sopravvivenza delle ‘frontiere’ geo-politiche. Nell’un caso e nell’altro si possono determinare, come in tutta la storia dei media, rischi di ‘colonizzazione culturale’ per le aree più depresse (Olivi e Somalvico 1997). Per esempio, a proposito della ‘Tv senza frontiere’, non basta ritenerla in grado di integrare, poiché esistono frontiere che nulla hanno a che vedere con il commercio e i mercati. A uno stadio più avanzato è una ‘topografia di networks’ o ‘geografia elettronica’ a concretizzare la globalizzazione; nodi strategici di queste griglie sono ‘città globali’ come New York, Tokyo e Londra.

5. Globalizzazione e localizzazione produttiva: il network space

Passiamo ora al fulcro della globalizzazione che ha avuto la sua matrice nell’economia. Il processo si è affermato nel corso degli anni Ottanta allorché lo sviluppo di relazioni planetarie, il libero scambio, la deregulation e l’innovazione tecnologica hanno determinato, secondo alcuni, il superamento del ‘modello produttivo fordista’ basato sull’accumulazione e regolazione sociale in loco. Un ruolo decisivo è stato svolto dalla comunicazione in termini di funzionalità. Il processo di globalizzazione comporta, infatti, un aumento dell’interconnessione territoriale attraverso strutture reticolari di comunicazione che moltiplicano le interazioni sociali. Sotto il profilo economico, l’assetto che ne deriva presenta, da un lato, la "concentrazione in pochi centri delle attività strategiche e di indirizzo" (aree metropolitane più sviluppate) e, dall’altro, il "decentramento delle attività produttive e secondarie" in piccole località (Morcellini e Sorice, 1999). In pratica la competizione mondiale ha spinto le imprese a installare stabilimenti nei Paesi in cui la mano d’opera costa meno, lasciando nelle proprie mani le centrali di comando. Per enfatizzare l’interconnessione dell’insieme Castells ha elaborato il concetto di network space: un "modello informazionale di sviluppo", basato sulle nuove tecnologie di comunicazione, che "trasforma i luoghi in flussi mediante la de-localizzazione dei processi produttivi e di consumo". Il sistema economico mondiale diventa in tal modo uno "spazio a geometria variabile", costituito da "localizzazioni ordinate gerarchicamente entro un network di flussi che mutano in continuazione", in cui i capitali si movimentano in tempo reale (Robins e Torchi, 1993). Qualcuno ha introdotto in proposito il neologismo glocal (sintesi di global e local) fondato sulla sovrapposizione tra produzione e distribuzione.

Fenomeno apparentemente antitetico alla ‘globalizzazione’ è l’affermarsi, in conseguenza, della ‘localizzazione’. La matrice produttiva determina una filiera di manifestazioni in tutti i campi. L’umanità sembra andare contemporaneamente in due direzioni opposte. Se per un verso il progresso tecnologico-informativo sospinge popoli e società differenti all’omologazione dei modelli culturali e di consumo, per l’altro il mondo attraversa una fase di frammentazione politica ed etnica con il proliferare di strutture e istituzioni locali. Si tratta di tendenze divergenti che bisogna riuscire a comporre in un nuovo equilibrio. In altre parole, dobbiamo imparare a ‘pensare globale’ senza perdere di vista le ‘istanze locali’ e, tanto meno, quelle ‘individuali’.

Non tutte simili sono le opinioni sulla ‘globalizzazione’. Se per alcuni autori marxisti rappresenta la divaricazione dall’imperialismo al prezzo di una localizzazione altrettanto intensa, per cui è alla frontiera del globalismo che si deve negoziare il senso delle tecnologie, è invece sottolineata da altri la crescente prevalenza dei fattori finanziari sui dati economici, legata all’istantaneità delle comunicazioni e alla ridotta sovranità degli Stati.

Think globally, act locally è lo slogan che meglio interpreta i processi in atto che debbono salvaguardare le identità culturali. Non esiste una ‘indifferenza geografica’ associata all’economia della comunicazione: circa metà dei siti Internet consultati nel mondo hanno valenza locale. Per De Kerckhove (1993), l’erede intellettuale di McLuhan, la politica del futuro coniugherà intelligentemente ‘pubblico’ e ‘privato’ in una organizzazione sintetizzata con neologismo pubblivata, in cui lo Stato sarà formato da una costellazione di iperlocalismi.

6. Internet, sistema a-centrato

La globalizzazione tecnologica consiste nella globalizzazione della forma più radicale di specializzazione e parcellizzazione. L’azione tecnologica, che più di ogni altra si chiude nell’isolamento (perché in tal modo acquista potenza), è destinata a diventare l’atteggiamento globale per antonomasia. Il declino dell’Occidente può essere conseguenza di "questa perdita del centro", ha asserito Severino.

Dello sviluppo economico come del globalismo è motore il progresso delle tecnologie mediali. Da un lato c’è la convergenza digitale fra telecomunicazioni, informatica e televisione; dall’altro la transizione verso un mercato mondiale di beni e servizi governato da sistemi di distribuzione e di pagamento in tempo reale (commercio elettronico). Gli interessi delle aziende e quelli dell’utenza s’incontrano sulle autostrade dell’informazione, reti di accesso a servizi di ogni tipo con tariffe economiche. Infine la Rete delle reti (Internet) estende globalmente le potenzialità interattive e multimediali dell’infrastruttura informativa. (E-commerce)

Reticolo di interdipendenze funzionali, Network planetario, Sistema-mondo sono altre definizioni possibili che aggiornano la metafora del villaggio globale. Oggi viviamo in un sistema di relazioni che, pur non abbracciando tutta la realtà (inesauribile), è sempre più complesso. Se da un lato permane la condizione di interdipendenza, dall’altro si manifesta un drastico distacco dalla percezione comune.

Come notava Negroponte (1995) la ‘televisione’ è tecnicamente un sistema centrato, in quanto struttura gerarchica di distribuzione del segnale con una sorgente e molteplici bacini omogenei in cui si raccoglie; all’opposto la ‘rete digitale’ (con Internet ‘Rete delle reti’) è un sistema a-centrato, in quanto maglia di computer eterogenei ciascuno dei quali funziona sia da sorgente sia da bacino. Se il potere centrato dei mass media (con la televisione come fulcro) annulla le differenze in un continuum omogeneo che non è controllato dai destinatari, per cui – secondo Popper (1994) – è un "pericolo per la democrazia", in Internet l’ordine è il "risultato di un insieme cooperante di processori individuali che seguono regole armoniche senza direttore d’orchestra". Per Levinson (1999), Internet, dove ogni PC è un centro di produzione e, insieme, di ricezione delle informazioni, costituisce la vera realizzazione del decentramento che era stato prospettato da McLuhan, l’aggiornamento del villaggio globale alla Digital Age. Altrettanto ‘integrata’ è la visione di De Kerckhove che inquadra il rapporto uomo/rete digitale nella teoria mcluhaniana del prolungamento dei sensi. Soltanto adeguandosi alla forma del medium che sta utilizzando, l’uomo ne comprende il contenuto; e, poiché ogni nuovo medium ingloba i preesistenti, è con l’esposizione al monitor di Internet che attualmente si registra il massimo di trasformazione neurofisiologica. Come già l’alfabetizzazione per la scrittura e la lettura, il brainframe delle nuove tecnologie enfatizza le proprietà del cervello, ottimizzando le combinazioni di bit in termini sia neuronali (biologia) sia cognitivi (psicologia).

La mente dell’uomo sarà in grado di padroneggiare l’infinita quantità di informazioni che i nuovi sistemi mettono a disposizione? De Kerckhove risponde che essa continuerà a fare quello che ha sempre fatto: l’accesso a una pagina web equivale a richiamare un’immagine nella mente e l’innovazione tecnologica tende ad approssimare il ‘tempo reale’ al tempo del ‘processo mentale’. Internet è una ‘mente/memoria collettiva’ che non deprime, anzi stimola la ‘selezione intelligente’ e quindi potenzia la mente dell’uomo. Strizzando il suo paradosso il medium è il messaggio, McLuhan arrivava a dedurre che, risalendo la storia dell’evoluzione umana, il mezzo primario di comunicazione è il ‘linguaggio’ (anche quello non ancora articolato nella parola?) il cui contenuto è il ‘pensiero’ (facoltà per la formazione di contenuti mentali). Il pensiero a sua volta non può essere medium che di se stesso. Linguaggio e pensiero si ritrovano, come basi di operatività, in tutti i nuovi mezzi di comunicazione. Pertanto la mente sarebbe (sempre) il messaggio.

7. Mondo virtuale e mondo reale

Nell’analizzare il Cyberspazio (insieme degli infiniti collegamenti possibili in rete) Furio Colombo (1995) nega che l’uomo si trovi di fronte a un nuovo mezzo ‘personale’ di comunicazione. Perché tale ‘mezzo’ esiste soltanto in funzione di un ‘fine’ liberamente scelto, mentre un PC collegato a Internet non funziona senza tutti gli altri collegati nella città, nel Paese e nei vari Paesi che, insieme, costituiscono un ‘mondo’. Ecco: la Rete delle reti non è un ‘mezzo’ ma un ‘mondo". E nel mondo interconnesso la libertà di scelta si riduce a prendervi parte oppure a starsene in disparte. In esso la memoria, per la prima volta nella storia dell’umanità, riguarda non solo il passato ma anche il futuro: non dobbiamo quindi rinunciare a sorvegliarlo. Sarebbe irrazionale – conclude Colombo – che la storia, cui abbiamo contribuito con eventi e invenzioni, d’ora in poi accada a nostra insaputa.

S’impone comunque un avviso ai naviganti: da un momento all’altro potrebbe sfilacciarsi il tessuto connettivo della società, se dovesse aumentare il gap informativo tra possessori e non possessori di PC, tra acculturati e non acculturati alla Rete. Estremamente delicato è il villaggio globale Internet, costruito com’è su palafitte sospese tra ‘reale’ e ‘virtuale’. Non sarà stata la visione apocalittica di fine Millennio, ma quella di Herman e McChesney (1997) era decisamente critica nei confronti della Rete che ritenevano una trappola, non spazio di libertà per tutti bensì dominio del potere economico, nuovo ‘Grande Fratello’ di orwelliana memoria. Acquistare un PC e saperlo usare sono ancora privilegio di una minoranza; inoltre essere in Rete non significa automaticamente farsi ascoltare. L’espansione di Internet, in quanto veicolo di pubblicità e vendite, a loro giudizio sarà pilotata dagli interessi delle grandi imprese.

Il ‘mondo virtuale’ che l’uomo contribuisce a fondare stando in Rete è al tempo stesso un ‘mondo reale’, corporeo. Con questa affermazione De Kerckhove riassume la grammatica della virtualità digitale, costituita di tre elementi: 1) connettività (possibilità di accesso a un numero illimitato di informazioni, dovuta alla continua alimentazione e crescita del sistema); 2) ipertestualità (accesso immediato e statistico, mediante ricerca su memoria globale, a tutte le componenti di un soggetto in rapporto fra loro); 3) interattività (capacità che, integrando gli altri due elementi, trasforma il ‘virtuale’ in ‘reale’ esteriorizzando la presenza dell’utente come my-way, reazione-azione di fronte alle informazioni).

L’interazione uomo-macchina trova su Internet nuovi modelli di socialità che qualcuno riassume nell’espressione cyborg (organismo cibernetico). Dalla Rete nascono gruppi autorganizzati, software di collaborazione, un dialogo aperto a tutti: in pratica tra ‘individuo’ e ‘collettività’ viene in essere una ‘terza forma di presenza umana’ che li combina insieme nella ‘connettività’. Tra le più interessanti manifestazioni di neo-aggregazione figurano le comunità virtuali; ad esempio è destinato a crescere il mercato dei ‘videogiochi online’ che, sulla scia della popolarità acquisita offline, troveranno diffusione su web-television oltre che su personal computer.

Un cenno conclusivo spetta al destino della ‘comunicazione personale’ in avvio di Terzo Millennio all’insegna del globalismo. Niente paura: l’interconnessione non dovrebbe fagocitare ma porsi al servizio dell’uomo. Potremo comunicare anywhere, anytime (dovunque e in ogni momento) come cittadini del mondo. Ci sposteremo infatti senza portarci dietro telefoni cellulari, personal, terminali, né dovremo avvisare dei nostri spostamenti. Avremo addosso, nel portafoglio, schede intelligenti che, oltre a fungere da passaporto, permetteranno qualsiasi tipo di comunicazione (familiare, professionale, finanziaria, di servizio, ecc.) in tutto il pianeta, il che ci farà sentire ‘sempre a casa’. L’identificazione della singola persona sarà confermata – come si sta sperimentando – tramite ‘lettura’ elettronica delle impronte digitali o dell’iride che l’assicurano ai massimi livelli. L’individuo, diventato ‘ubiquitario’, recupererà la posizione di ‘centro del mondo’ quale protagonista di un villaggio globale a dimensione personale e a geografia variabile. Sarà anche più libero?

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Gagliardi Carlo , Villaggio globale, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (15/12/2017).
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