Abbigliamento

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Autore: Franco Lever
Manichino con un boa di struzzo
Il termine, già attestato negli scritti di autori italiani alla fine del Quattrocento, è un calco della parola francese habillement, il cui uso è documentato quasi due secoli prima. Tuttavia fin dall’inizio l’espressione italiana non limita il suo significato a ‘vestito’ o ‘insieme degli indumenti’ come fa quella francese – habillement deriva da habit, abito – ma aggiunge una connotazione di tipo estetico: per a. si intende il complesso degli indumenti e degli accessori con cui l’essere umano si copre e si adorna. Le due azioni vestire e adornare (con accuratezza, con eleganza) sono un tutt’uno: nel vestirsi, ci si adorna. Questa doppia valenza del termine è fondata sul significato che il vestito ha per l’uomo. Doppio infatti è il bisogno che spinge l’uomo a vestirsi, ad abbigliarsi: il bisogno di proteggersi e quello di comunicare.

1. Vestire per proteggere

L’uomo è un animale nudo e come tale è particolarmente vulnerabile. Non ha una pelliccia più o meno folta e colorata; è senza piume o squame. Poiché la pelle che lo ricopre è molto sensibile, non si lascia neppure toccare volentieri: essa non oppone resistenza ad abrasioni, punture, colpi e scottature, non offre neppure un buon isolamento termico, cosa particolarmente importante per un essere che ha come condizione fondamentale di vita il mantenimento di una precisa temperatura interna (con una tolleranza assai limitata). L’uomo e la donna hanno quindi imparato a proteggersi con un’altra ‘pelle’, la cui efficacia è commisurata alle diverse forme di aggressione presenti nell’ambiente, alle risorse disponibili, allo sviluppo tecnologico raggiunto.
L’andatura eretta conquistata dall’uomo ha comportato un ulteriore bisogno di protezione. In questa posizione – soprattutto nel caso del maschio – gli organi sessuali risultano esposti e vulnerabili; di qui l’esigenza di proteggerli; con tanta più cura, dal momento che si tratta di un ‘settore’ particolarmente prezioso, non solo per la sopravvivenza del singolo ma anche della specie.
C’è poi un terzo motivo che spinge l’uomo ad adottare delle protesi protettive. Mai egli ha identificato nel mondo visibile l’intera realtà; è convinto di abitare un universo, dove, accanto a elementi a lui favorevoli, ci sono forze e/o esseri a lui ostili. Nel considerare l’a. dobbiamo tenere presente anche questo aspetto: l’uomo indossa oggetti, ornamenti che ritiene dotati di poteri sopra-naturali, per proteggersi da forze non visibili, che lui teme quanto – e spesso più – delle realtà visibili, dalle quali ha progressivamente imparato a difendersi; indossa il ‘vestito’ di animali più forti di lui, per appropriarsi della loro forza, per far propria la loro identità.
È interessante osservare che in determinati ambienti le condizioni di vita – clima, alimentazione, assenza di animali pericolosi, ecc. – rispondono perfettamente alle esigenze del corpo umano, per cui non ci sarebbe bisogno di alcuna ‘protezione fisica’. Eppure anche in questi contesti l’uomo e la donna si coprono e si adornano: sempre, senza eccezioni. Magari solo con una semplice cordicella attorno ai fianchi e qualche tatuaggio, come usano le fanciulle in alcune tribù dell’Amazzonia. In questo caso la cordicella non costituisce alcuna forma di protezione concreta, fisica; eppure mai una fanciulla si presenterebbe in pubblico senza di essa. Più forte del bisogno di proteggersi è infatti il bisogno di comunicare e di comunicare correttamente.

2. A. e comunicazione

Dal punto di vista comunicativo l’a. costituisce un ambito di studio assai importante, perché con esso uomini e donne di ogni cultura elaborano e trasmettono una grande quantità di messaggi. È un canale comunicativo, così come lo è il suono: elaborando variamente i suoni emessi da laringe e bocca, si costruiscono le varie lingue; manipolando l’ostensione delle varie parti del corpo coperte/scoperte, ornate/trasformate, si costruiscono veri e propri linguaggi, diversi tra loro come sono le varie fogge adottate dalle culture, con variazioni amplissime anche all’interno delle singole culture.
Nel Trattato di semiotica generale Eco afferma che la semiotica è la disciplina che studia tutto ciò che può essere usato per mentire. L’affermazione – a prima vista paradossale – è molto precisa e si fonda sulla constatazione che un linguaggio supponga sempre la libertà di scelta tra vari segni, codificati da una convenzione: se non c’è scelta, se non c’è convenzione, non c’è possibilità di dire alcunché (illuminante l’esempio del cane: io so che il cane è contento quando agita la coda; lui però non sa che mi comunica questo, quando la muove; il giorno in cui se ne accorgesse e, anche se arrabbiato, potesse farlo, scoprirebbe due verità inseparabili: muovendo la coda ci comunica contentezza, muovendo la coda può dire bugie). Per quanto riguarda l’a. non c’è dubbio che debba essere oggetto di studio della semiotica, perché da sempre, in ogni cultura, esso è usato per mentire. È una modalità così efficace ed è giudicata così socialmente pericolosa che il legislatore di ieri e di oggi la condanna esplicitamente: nel Medioevo una donna rischiava di essere bruciata viva se trovata a indossare le vesti di un cavaliere; oggi rimane un reato indossare la divisa di un militare o di un sacerdote senza esserlo.
Un’ulteriore osservazione, in merito all’affermazione che per comunicare deve esserci la possibilità di scegliere almeno tra due alternative: se la nudità dell’essere umano fosse rimasta sempre tale (se l’uomo cioè non avesse imparato a vestirsi), essa non avrebbe una valenza comunicativa. Infatti è perché possiamo coprirci, che l’esporsi nudi acquista significato. Non deve meravigliare allora se tanta parte della comunicazione attraverso il vestito e l’a. consiste nel gioco coprire/scoprire, velare/evidenziare. Si attua una legge che sta alla base della comunicazione, quella che costituisce i segni: è la possibilità di scegliere che crea lo spazio al significato.

2.1. Nell’abbigliarci costruiamo un testo.
Per cogliere quanto raffinata sia la comunicazione che attuiamo con l’a., è sufficiente tenere sotto controllo critico le scelte che facciamo al mattino di un giorno qualsiasi prima di andare al lavoro o nel momento in cui ci prepariamo a un incontro speciale; oppure quando giriamo per negozi con l’intenzione di comperare un vestito, un costume da bagno, un paio di scarpe, una cintura, una collana, la montatura degli occhiali. Scegliamo una dopo l’altra le ‘tessere’ per comporre il ‘mosaico’ della nostra immagine preferita o di un’immagine provvisoria, ambedue costruite sulla base di come vogliamo apparire.
È un lavoro identico a quello che facciamo quando componiamo il testo di una lettera o di una conferenza: teniamo conto del contesto in cui interverremo (un esame, il ritorno di un vecchio amico, l’incontro con una persona di cui si desidera l’approvazione o l’affetto...); decidiamo di privilegiare alcuni destinatari rispetto a tutti gli altri che avranno modo di vederci (il vestito infatti non è una comunicazione privata, ma pubblica); scegliamo i singoli elementi dell’a. tra i tanti possibili (si può scegliere tra una polo, una maglietta girocollo, una camicia...; di camicie poi ce ne sono di molte fogge); teniamo conto degli accostamenti: questa cravatta, con questa camicia e questo vestito.
Il confronto potrebbe continuare, ma già da queste indicazioni risulta evidente che le varie parti dell’a. sono scelte esattamente come si scelgono le parole per comporre una frase: lavoriamo cioè sul doppio asse, quello della selezione – il paradigma – e quello della combinazione – il sintagma. Per descrivere una giornata invernale posso scegliere tra le parole ‘pioggia’, ‘neve’, ‘grandine’, ‘vento’; ma, una volta scelto ‘pioggia’, posso proseguire solo con alcuni termini, non con altri: se scelgo il verbo ‘cade’ non posso poi aggiungere ‘a larghe falde’, perché è solo la neve che cade a larghe falde, mentre la pioggia cade violenta, gelida, incessante... Con le varie componenti dell’a. facciamo lo stesso: componiamo dei set coerenti, seguendo il nostro gusto, ma ubbidendo a regole e a ‘generi’ precostituiti: festa, lavoro, vacanza, rito religioso. Il nostro guardaroba e i vari negozi visitati sono la nostra enciclopedia; da essa attingiamo ‘le parole’ per abbigliarci e per comunicare, sulla base delle intenzioni, del gusto, della cultura, della disponibilità economica.

2.2. L’enciclopedia dell’a.
È piuttosto difficile fare una catalogazione di quante e quali siano le ‘parole’ e le ‘espressioni’, i ‘modi di dire’, che l’a. utilizza nel comunicare. Ogni parte del corpo può divenire materia espressiva, o perché evidenziata, coprendola con una qualche forma di vestito o scoprendola affatto (il volto, il collo, il busto, le braccia, il seno, i piedi...), o perché associata a oggetti (es.: i vari tipi di piercing di moda oggi, gli anelli, i bracciali e le collane, i copricapo, gli occhiali...) o trasformata dall’azione del sole (l’abbronzatura!), delle intemperie, da colori, da tatuaggi; o perché (de-)formata rispetto alla situazione normale: dai capelli al padiglione delle orecchie, al naso, alle labbra, alle braccia, alle unghie, ai piedi.
Per ognuno di questi ‘settori’ le variabili adottabili sono molte. Ogni soggetto va accumulando nella propria casa i vari elementi che consentono di costruire volta per volta la propria immagine o la maschera che si vuole indossare. Non solo, l’attenzione alle nuove offerte del mercato, alle riviste specializzate – ma, da questo punto di vista, lo sono quasi tutte! – serve ad ampliare e rinnovare la propria enciclopedia.
Se si girano le nostre città con questa attenzione negli occhi, si scopre ben presto quanto numerosi siano i negozi e gli specialisti che forniscono ‘parole’ al linguaggio dell’a.: il negozio del parrucchiere o del barbiere, quelli di calzature, i numerosissimi negozi di vestiario (calze, intimo, vestiti, camicie, cravatte, pellicce, cappelli...), le profumerie, le gioiellerie (recente è il successo dell’orologio come ‘gioiello’ piuttosto che come metro del tempo: se fosse solo strumento meccanico ne basterebbe uno; poiché è parte dell’a. ne occorrono molti, secondo i vari ‘completi’ indossati). Considerati globalmente tutti questi negozi sono molto più numerosi degli esercizi che forniscono cibo; dal che si potrebbe ricavare la conferma che nell’uomo il bisogno e il piacere di ‘mettersi in scena’ e di comunicare sono più forti e sofisticati del bisogno e del piacere del cibo.

2.3. Il cambiamento, legge inesorabile dell’a.
L’oggetto e l’abito che vengono indossati hanno però un grave difetto, funzionano per ostensione. Il loro è un messaggio continuamente proclamato, rivolto indistintamente a tutti coloro che li vedono. Il tempo li consuma, esaurendone l’originalità; li trasforma in ‘etichetta’, in distintivo, in costume tipico, in divisa. Sono come degli accordi ripetuti troppe volte senza variazioni: finiscono per dire altro rispetto al primo momento in cui sono stati proposti. Esemplare a questo riguardo è il caso della veste delle congregazioni e degli ordini religiosi, ad esempio dei Francescani o delle Figlie della Carità (queste ultime fino a non molti anni fa erano chiamate ‘cappellone’ per la grande cuffia bianca che portavano). All’inizio il vestito non distingueva i membri dell’ordine dal resto della popolazione; esso esprimeva una scelta di povertà e di appartenenza a una classe sociale. L’averlo mantenuto inalterato nei secoli ha creato una specie di cortocircuito comunicativo: per riaffermare la fedeltà allo spirito del fondatore, si porta lo stesso saio per secoli; ma l’abito, mantenuto per secoli sempre uguale, diventa inevitabilmente una divisa, addirittura un segno di distinzione, dal momento che la gente povera non veste più così. Risultato: proprio il messaggio che si voleva salvare è andato perduto. L’a. ha infatti le sue leggi: per mantenere fede, non alla materialità del vestito, ma al messaggio che – suo tramite – era espresso, l’abito avrebbe dovuto cambiare continuamente in sincronia con le abitudini della gente.
Proprio per la loro valenza comunicativa, l’abito e l’ornamento hanno bisogno di cambiare, pena non solo l’insignificanza, ma la contraddizione.

2.4. Le funzioni comunicative dell’a.
Un modo per sondare la complessità/ricchezza della comunicazione da noi affidata all’a. è quello di studiarlo seguendo lo schema delle funzioni proposto da Jakobson (il modello è presentato nella voce Comunicazione 4.2.3).
Lo facciamo per brevi cenni, che riteniamo però capaci di offrire intuizioni significative.
a) Funzione referenziale. Attraverso l’a. noi comunichiamo agli altri informazioni precise su una serie assai ampia di dati. Diamo a conoscere anzitutto la nostra identità personale, sia quella pretesa sia quella reale (per chi sappia superare l’opera di mascheramento che a volte interponiamo): età, sesso, appartenenza razziale, culturale; indichiamo il ruolo che svolgiamo (in forma codificata nel caso delle divise, in forme più raffinate in altri casi) e l’appartenenza a determinati gruppi sociali o schieramenti ideologici (è il caso del distintivo dei rotariani o della kefiyah per gli arabi); il livello economico-sociale occupato (i segni per dire la differenza cambiano, la distinzione marcata rimane), il valore personale socialmente riconosciuto per le imprese compiute (onorificenze, medaglie al valore, così come – in altri contesti – le collane fatte con i denti dei leopardi abbattuti o gli scalpi dei nemici uccisi); il tipo di avvenimento a cui si partecipa (festa, funerale, momento informale...); e ancora il tipo di comportamento che si intende mantenere con gli altri (aperto o riservato...). Tutti questi messaggi non sono del tipo sì/no, ammettono cioè delle gradazioni all’interno di uno spettro assai ampio di significato; inoltre è sempre possibile ostentare messaggi falsi.
In ciascuno di questi settori l’a. segnala ogni cambiamento con la precisione di un sismografo socio-culturale, capace di registrare anche il meno avvertito dei terremoti. Lo documentano in modo evidente la storia e la cronaca, dal momento che non c’è rivoluzione, per quanto modesta, che non abbia proposto o non proponga un proprio look.
Non sempre chi indossa un vestito (o altro) è consapevole del suo significato originale; anche quando lo fa con convinzione, può non conoscere la ragione comunicativa che ne ha motivato l’adozione. Ad esempio in Baviera e in Alto Adige tutti i contadini e gli artigiani indossano sempre un grembiule blu, non solo al lavoro (quando ha una chiara funzione), ma anche nei giorni di festa; giovani e vecchi lo portano ritenendolo parte integrante del loro costume regionale. Questo è senz’altro vero, ma non spiega perché un elemento dell’a. da lavoro abbia una tale considerazione. La ragione va cercata nella storia: in queste regioni – per secoli – il grembiule blu è stato il segno distintivo dell’uomo libero, mentre il grembiule verde era tipico dei servi (oggi è indossato dai garzoni di hotel). È dunque comprensibile perché gli uomini liberi non abbiano voluto privarsi di questo segno neppure nei giorni di festa.
b) Funzione emotiva. In ogni forma di comunicazione l’emittente – in misura maggiore o minore – indica anche qual è il livello della sua partecipazione, del suo coinvolgimento emotivo con quanto sta comunicando. Ciò è perfettamente riscontrabile anche nella comunicazione attuata attraverso l’a. La gamma dei sentimenti comunicati può andare dall’adesione entusiastica fino al totale rifiuto. Ad esempio, non sempre la divisa è portata in modo accurato; la veste bella per le nozze, obbligatoria per gli invitati, può non essere indossata (l’allusione è alla parabola evangelica, ma insieme a tutte le occasioni in cui una persona – con l’uso che fa del vestito – vuole smentire la propria adesione a un avvenimento). Questo aspetto è riscontrabile, in forme ‘parossistiche’, in alcuni gruppi giovanili punk, che portano vesti, acconciature dei capelli, catene, oggetti impossibili piantati nella carne: sono autentici pugni nello stomaco per chi li osserva; scelgono persino di essere sporchi e di puzzare per gridare il loro rifiuto di appartenere alla società che li circonda.
c) Funzione fàtica. Jakobson fa notare con questo termine che parte dei segnali utilizzati nella comunicazione serve a tenere aperto – e a garantirsi che sia aperto – il canale comunicativo. L’ a. svolge anche questa funzione. Posso vestire in modo da attirare livelli diversi di attenzione su di me: posso scegliere di scomparire (in tal caso mi attengo alle forme più comuni di vestire di una determinata classe sociale) o posso cercare il massimo della visibilità. Una ragazza può truccarsi il viso, sfumando i toni del trucco; un’altra può accentuarlo e scegliere, ad esempio, di evidenziare gli occhi con una linea nera, in modo tale da trasformarli in autentiche trappole visive (gli studi sulla percezione visiva – molto in ritardo rispetto all’intuizione creativa della donna – hanno evidenziato come il nostro sguardo sia catturato dalle forme chiuse e dai punti, più che da qualsiasi altra forma). Riprendendo il caso dei giovani punk, il messaggio urlato dalle loro scelte di a. esprime il rifiuto di ogni forma di comunicazione. Interessante è notare che la pretesa negazione di comunicare è fatta usando al massimo volume il canale comunicativo.
d) Funzione conativa: comunichiamo per indurre negli altri determinati comportamenti. Il vestito ha con tutta evidenza questa possibilità: non solo le diverse divise – del medico, del militare, del religioso – ci suggeriscono immediatamente un insieme di significati e sollecitano determinati comportamenti; anche tante altre forme di a. determinano la nostra reazione. È facilmente documentabile che davanti a un giovane inappuntabilmente vestito che compie un’infrazione – fuma in uno scompartimento per non fumatori – non reagiamo come davanti a un pari età vestito come un ragazzo di borgata. Il bel vestito sposta in noi il registro della comunicazione su un tono educato, di rispetto; il modo di vestire giudicato sguaiato dà spazio a giudizi trancianti e aggressivi.
In quest’ambito va inserito il vasto capitolo legato al mondo dell’affettività e del comportamento sessuale. Il corteggiamento, la seduzione, fino a forme fortemente aggressive, così come l’indifferenza, il rifiuto fino alla condanna, vengono abitualmente espressi attraverso il vestito che la persona decide di indossare. Frequenti i malintesi e anche le ‘aggressioni’ ingiustificate, per la differenza di sensibilità che c’è tra l’uomo e la donna, tra le diverse età, tra abitudini e culture diverse.
e) Funzione metalinguistica. Caratteristica fondamentale di un linguaggio è l’auto-riflessività: esso non solo comunica, ma analizza il modo in cui lo fa e gioca con i suoi stessi modi di comunicare. Con l’a. è possibile fare del meta-abbigliamento, perché posso indossare un vestito e, nel modo di portarlo, riesco a dire qualcosa sul vestito che ho messo; indosso una divisa e faccio capire – con un particolare ‘sgrammaticato’ – che non ci credo; metto un abito ed è trasparente la carica comica con cui è assemblato (si pensi al modo in cui un clown organizza il suo a.!); opero delle commistioni tra i diversi generi di a., facendo apparire in tutta evidenza le contraddizioni di cui sono espressione. Si può citare a questo riguardo l’esilarante sequenza del film Roma di Fellini (1972), dove il regista mette alla berlina un certo a. clericale.
f) Funzione poetica. La comunicazione – qualunque sia il linguaggio utilizzato – si annulla nella ripetizione di un messaggio sempre uguale: ha bisogno di novità, della forzatura dei segni perché dicano di più di quanto hanno detto finora, per superare la barriera dell’ovvio. Se non lo facesse, sarebbe la noia, il silenzio, in una parola la negazione della comunicazione. R. Jakobson qualifica opportunamente questa funzione con l’aggettivo poetica. È infatti il poeta nel caso della parola, l’artista nel caso degli altri linguaggi, colui che rinnova e tiene viva la corrente della comunicazione. Tutto questo è vero anche per l’a.: se tutti portassero sempre lo stesso vestito, vorrebbe dire che nessuno ha qualcosa da dire. Saremmo in una situazione di afasia e di autismo. Invece l’intervento personale, innovativo, nel coprire e adornare il corpo è documentato in tutte le culture, anche in quelle primitive, tanto che alcuni studiosi ritengono che l’arte abbia mosso i suoi primi passi con queste azioni miranti a una re-invenzione estetica del corpo.
La legge che vuole che il segno si rinnovi per essere espressivo, nel caso dell’a. si esplica nella moda, la "modificazione obbligatoria del gusto", come la definisce Georg Simmel (1858-1918). Nel nostro tempo – anche o forse soprattutto sotto la spinta di logiche non comunicative ma di sfruttamento economico – essa ha assunto un’accelerazione, dimensioni e ritmi che a molti appaiono esagerati. Ciò però non toglie alcunché alla constatazione che essa realizza la funzione innovatrice – poetica – del linguaggio dell’a.
A questo riguardo la vicenda dell’a. punk è da manuale. Comparso come protesta estrema, nell’arco di qualche anno è stato assorbito, in alcune sue espressioni, come una tendenza di moda; infatti comprare a. di questo tipo oggi non significa più contestare la società, ma omologarvisi, tant’è vero che il famoso ‘chiodo’ dei ragazzi punk – il giubbetto di pelle nera borchiata – è ora un costosissimo articolo, reperibile solo in negozi specializzati. Per spiegare questo rovesciamento semantico si possono tenere presenti due costanti: da una parte la legge del cambiamento (vedi il paragrafo 2.3), secondo la quale il passare del tempo attenua la forza comunicativa di ogni novità; dall’altra il gioco dell’industria della moda, sempre alla ricerca di nuove provocazioni, capace di assorbire – quasi sempre addomesticandola pesantemente – ogni proposta, persino quelle ritenute inizialmente aberranti.

3. Il corpo e l’a.

Tramite il corpo è possibile il contatto, i segni sono percepibili, la comunicazione vive: il corpo umano è l’unica interfaccia a nostra disposizione per incontrare gli altri e, con gli altri, anche noi stessi. Grazie al corpo ciascuno di noi è un sistema aperto.
L’uomo però alla nascita è nudo, è un corpo incompiuto; diventa segno di una presenza personale solo grazie al lavoro della comunicazione. L’a. è parte integrante di questo lavoro, in quanto partecipa a costruire l’identità personale, il nostro progetto, l’appartenenza.
Ripensando ora al proverbio "l’abito non fa il monaco", si può cogliere la parte di verità che esso contiene ("con il vestito si possono dire bugie"), ma si deve avvertire anche la miopia che lo ha dettato: l’a., se qualche volta non fa il monaco, fa sempre l’uomo. Si diventa uomini e donne trasformando – per mezzo dell’abito e dell’ornamento – la nudità del corpo in luogo e strumento della nostra comunicazione.
È così vero che uno dei modi più offensivi (e più praticati) di annientare una persona è denudarla, strappandole dalla pelle l’immagine in cui si riconosce, negandole così il diritto di essere se stessa. Che poi la si lasci nuda o le si imponga una divisa, le cose non cambiano: della persona è rimasta solo una maschera.

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Documenti

Jakobson R., Metalanguage as a linguistic problem (da Selected Writings, Vol. 7, pp. 113-121)
Per leggere Jakobson R., Metalanguage as a linguistic problem (da Selected Writings, Vol. 7, pp. 113-121), dove l’autore presenta per la prima volta il suo modello di comunicazione (1956)
Come citare questa voce
Lever Franco , Abbigliamento, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (11/12/2019).
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