Attenzione

  • Testo
  • Bibliografia16
  • Voci correlate
L’a. consente a una persona di selezionare attivamente le informazioni provenienti dall’ambiente e di concentrarsi su di esse per svolgere processi di elaborazione. L’a. ha attratto un interesse alterno degli studiosi fin dagli inizi dello sviluppo della ricerca psicologica. Rilevante oggetto di indagine da parte della scuola introspezionista, trascurato dalla psicologia comportamentista e gestaltista, rivalutato nell’ambito della ricerca tra gli anni 1950-1980, il processo attualmente è oggetto di considerazione marginale nella prospettiva computazionale e, invece, rilevante nella ricerca neuropsicologica contemporanea. L’andamento discontinuo nei confronti dell’argomento è riscontrabile anche nel campo dell’indagine sulla comunicazione di massa. Dalla fase di esaltazione del potere dei mass media di catturare l’a. dello spettatore, si è passati alla fase di ridimensionamento di tale potere ritenendo che il soggetto rimanga attivo e libero di fronte al flusso informativo, fino a nuovamente trascurare il processo di a. per focalizzarsi maggiormente sui processi di elaborazione del messaggio.Apparentemente semplice e noto a tutti, il processo di a. si presenta con una notevole complessità e pone una varietà di interrogativi che sono stati oggetto di ricerca intensa. Qual è la natura dell’a.? Quella che viene indicata come a. è una entità unitaria o pluriforme (ad esempio, a. visiva, acustica, motoria, percettiva, ecc.)? Quale controllo si può avere dell’a.? Quali sono i limiti? Come avviene il processo di a. selettiva? Qual è la differenza tra a. selettiva e prolungata? Quali sono le sue basi neurologiche?

1. La natura dell’a.

Il processo selettivo dell’a. di una limitata quantità di informazioni ambientali è stato spiegato generalmente seguendo due gruppi di prospettive: le teorie del filtro e le teorie delle risorse. Le prime si pongono essenzialmente il problema su dove o in quale punto del processo avviene la selezione dello stimolo a cui si presta a.; le seconde invece si pongono il problema di quanto è estesa o limitata la capacità di prestare simultaneamente a. a più cose. Le teorie e le ricerche sul filtro di selezione differiscono tra loro circa ‘in quale punto’ o ‘in quale momento’ del processo di acquisizione ad alcune informazioni è impedito di essere sottoposte a una ulteriore elaborazione e ad altre è consentito. Per questo motivo si parla di modelli con filtro immediato (early selection theory), di modelli di attenuazione del filtro (filter attenuation theory), di teorie con filtro al termine del processo (late selection theory).
I modelli delle teorie che hanno posto la selezione ai primi istanti del processo di elaborazione, hanno avuto inizio negli anni Cinquanta con le ricerche di Cherry (1953) e di Broadbent (1958). Essi utilizzarono un metodo (shadowing technique) diventato poi comune in questo genere di indagini. I soggetti ricevevano contemporaneamente degli stimoli ed erano interrogati su quello che avevano recepito (ad esempio, un soggetto sentiva all’orecchio destro delle parole che doveva poi ripetere, al sinistro delle altre; oppure gli era richiesto di ricordare, in qualsiasi modo o in ordine, dei numeri distanziati tra loro di 500 millisecondi e inviati alternativamente agli orecchi). Nei suoi esperimenti Cherry notò che i soggetti non ricordavano quasi nulla della serie di parole ricevute all’orecchio opposto a quello al quale erano inviate le parole da ricordare. Questo avveniva anche nel caso in cui all’orecchio non interessato fosse inviato uno stimolo in una lingua diversa (dall’inglese al tedesco). I soggetti, però, riuscivano a notare il cambio di voce da maschile a femminile. Qualcosa di simile ottenne Broadbent (1957, 1958). Il ricupero da parte di un soggetto dei numeri che giungevano ai suoi orecchi con una sfasatura di 500 millisecondi era quasi di due terzi se il ricordo era casuale, ma meno di un quinto se era richiesto di enumerarli secondo l’ordine ricevuto. Ai ricercatori sembrò che questo fenomeno fosse spiegabile solo ammettendo la presenza di un filtro di selezione immediatamente successivo allo stimolo: solo il canale libero (quello a cui si prestava a.) permetteva una completa analisi dello stimolo, agli altri stimoli era immediatamente impedito di procedere oltre la stimolazione sensoriale.
Ricerche successive di Murray (1959) e Treisman (1960) misero, tuttavia, in discussione questi risultati. Soggetti in libera discussione in una stanza percepivano il loro nome pronunciato da altri collocati più lontano (Murray, 1959). Nell’ascolto dicotico, pur focalizzandosi sulle frasi suggerite a un orecchio, rilevavano parole inviate all’altro. Contro la teoria del filtro essi parlarono di una "attenuazione" di altri sistemi percettivi rispetto a quello cui si prestava a. L’arrivo su un canale di uno stimolo particolarmente significativo o molto atteso avrebbe superato l’a. data a un altro stimolo posto sull’altro canale.
Altri ricercatori (Deutsch & Deutsch, 1963; Norman, 1968) hanno sostenuto, invece, che il filtro non fosse collocabile all’inizio della percezione dello stimolo, ma "più tardi" dopo il suo riconoscimento e quanto veniva percepito e ricordato fosse in funzione di una pertinenza per una ulteriore elaborazione. In altre parole il processo di a. era dato da due movimenti: nel primo, proveniente dalla stimolazione sensoriale (data driven), non si verificava alcuna restrizione o selezione, nel secondo, degli stimoli riconosciuti, solo quelli ritenuti pertinenti a una ulteriore elaborazione erano selezionati (conceptually driven).
Sia gli uni che gli altri modelli sono oggi ritenuti accettabili in ciò che provano, ma sembrano non attendibili quando vogliono descrivere il processo nella sua globalità. La ricerca recente sulla modularità della mente sembra dimostrare che l’a. nel suo aspetto selettivo sia un fatto dipendente più dagli scopi del soggetto o dal compito da eseguire che dai limiti strutturali.
L’osservazione precedente introduce a un altro approccio dal quale è stata considerata l’a.: un processo con una quantità di risorse limitata. Nell’ambito di questa prospettiva si sono avuti due orientamenti. Kahneman (1973), ad esempio, ha ritenuto che l’a. fosse un’unica quantità di risorse (single capacity), mentre altri hanno parlato di una quantità di risorse molteplici (multiple resources). Secondo il primo orientamento, quanto più un compito o uno stimolo richiedono impegno, tanto più si rendono disponibili risorse per eseguirli. Ma la quantità di risorse a cui si può attingere è limitata. Quanto più risorse sono impegnate in un compito, tanto meno ne rimangono disponibili per qualche altro. Questo generalmente accade quando è richiesto di eseguire due compiti impegnativi. Il pianista principiante che è occupato nella lettura dello spartito non ha risorse disponibili per guardare la tastiera e viceversa. Allo stesso modo chi è preso dalla guida di un’automobile ha difficoltà a conversare con il compagno di viaggio. Due attività che richiedono gli stessi processi cognitivi possono subire delle interferenze reciproche. Da questo punto di vista, si può anche dire che la quantità di risorse che un compito assorbe esprime anche lo sforzo mentale che tale compito richiede al soggetto.

2. Processi automatici e di controllo

Spesso si riescono a svolgere due o più attività allo stesso tempo o affrontare situazioni complesse con una quantità minima di a. È il caso in cui i compiti sono eseguiti con un alto livello di competenza (expertise). Ma ciò è rilevabile anche in compiti ordinari, come quelli studiati da Stroop. In un ingegnoso esperimento egli chiedeva ai soggetti di leggere parole come ‘verde’, ‘rosso’, ‘giallo’, presentate con un colore che non corrispondeva a quello con il quale esse erano scritte. Stroop notò la grande difficoltà dei soggetti a leggere la parola ‘rosso’ scritta in colore ‘verde’. Posner e Snyder (1977) e Neely (1977), ipotizzando che l’a. si fondasse su due processi (accesso diretto e automatico dello stimolo alla rappresentazione interna e preattivazione di altre rappresentazioni a essa associate), categorizzarono i processi automatici con queste caratteristiche: non intenzionali, inconsci, senza l’applicazione di risorse. Schneider e Shiffrin (1977) ricercarono lo sviluppo dell’automaticità dei processi in un compito di ricerca. I soggetti memorizzavano inizialmente un target (lettere dell’alfabeto o sequenza di numeri) e successivamente dovevano riconoscerlo tra altri item proposti (dello stesso tipo o di tipo diverso). La prova sperimentale era preparata da più ore di esercitazione nel compito. I soggetti dimostrarono di essere molto più veloci nel riconoscimento nella condizione di tipo diverso che non in quello identico, e il tempo di riconoscimento cresceva con l’aumentare del numero degli item di categoria uguale. I due ricercatori ipotizzarono che la velocità di riconoscimento dipendesse dall’esercizio, dal momento che la ricerca tra "uguali" era stata preceduta da un esercizio maggiore di quella con ricerca tra item "diversi". Ricerche degli ultimi decenni sull’expertise hanno dimostrato che le persone competenti riescono a richiamare e applicare schemi di conoscenza in modo velocissimo, preciso ed efficace. La prestazione migliore degli esperti deriverebbe da schemi specializzati che guidano la loro prestazione. Questi incorporano strutture di scopi che sono coerenti con ciò che il problema esige. Dato un problema con uno scopo, le persone esperte sono in grado di recuperare velocemente lo schema adatto che porta in sé informazioni necessarie per la soluzione che il problema richiede. Se la prestazione viene invece disturbata da una presentazione strana o irregolare del problema o da strutture non significative oppure da problemi mal strutturati, le persone esperte perdono la capacità di percepire quale schema possa essere utile o debba essere ricuperabile e, di conseguenza, vanno a cercare strategie generali di risoluzione del problema (Glaser & Chi, 1988; Glaser, 1994). Tutto ciò va attribuito a un lungo esercizio nell’area di competenza dei soggetti.
Negli ultimi tempi si è anche parlato della possibilità di una elaborazione automatica dell’informazione al di fuori del controllo conscio (percezione subliminale). L’esistenza di questo fenomeno è controversa. Essa è sostenuta dalla pubblicità, ma anche da quanti criticano il potere d’influenza di questo settore. Un’informazione subliminale può essere visivamente presentata in un tempo così breve da sfuggire a un riconoscimento, inserita nel contesto di un’immagine in modo da non richiamare l’a. del soggetto oppure sistemata all’interno di un messaggio acustico ad alto volume o al rovescio rispetto alla sequenza ordinata dell’informazione (ad esempio, messaggi satanici, pornografici o di contenuto pubblicitario sono rilevabili al rovescio di un brano di musica). Vokey e Read (1985) hanno sostenuto l’infondatezza del fenomeno, altri, invece, hanno rilevato che un’informazione non prevista o non sentita era ricordata e riconosciuta alcuni minuti successivi, altri ancora ritengono che l’informazione subliminale abbia effetti sull’emozione e non sulla cognizione. Sternberg (1996) ritiene che il fenomeno sia riconducibile a quello più generale di priming: uno stimolo predispone all’elaborazione di un’informazione successiva connessa a quella preattivata.

3. A. e comunicazione di massa

Per molto tempo si è pensato che i mezzi di comunicazione di massa disponessero di una capacità di richiamare l’a. superiore ad altri mezzi o che richiedessero meno risorse attentive. Per questo spesso essi sono stati negativamente connotati. Ricerche più recenti di prospettiva cognitivista hanno invece rilevato come Tv o cinema non godano di una possibilità di richiamo attentivo superiore ad altri strumenti di comunicazione. Il problema va semmai ricondotto ai contenuti che essi veicolano e alle capacità di elaborazione acquisite e sviluppate dal soggetto che si espone a queste stimolazioni.

Bibliografia

  • ARIEN M. - IRVING R., Attenzione e percezione, McGraw Hill, Milano 1999.
  • BROADBENT Donald E., Perception and communication, Pergamon Press, London 1958.
  • CHERRY E. C., Some experiments on the recognition of speech with one and two ears in «Journal of Acoustical Society of America» (1953) 25, pp.975-979.
  • COHEN Ronald A., The neuropsychology of attention, Plenum, New York 1993.
  • DELL'ACQUA Roberto - TURATTO Massimo, Attenzione e percezione. I processi cognitivi tra psicologia e neuroscienze, Carocci, Roma 2006.
  • DEUTSCH J. A. - DEUTSCH E., Attention. Some theoretical considerations in «Psychology Review» (1963) 70, pp.80-90.
  • GLASER R., Expert knowledge and processes of thinking in HALPERN D. F. (ed.), Enhancing thinking skills in the sciences and mathematics, L. Erlbaum, Hillsdale (NJ) 1992.
  • GLASER R. - CHI M. T. H., Overview in CHI M. T. H. - GLASER R. - FARR M. J. (eds.), The nature of expertise, L. Erlbaum, Hillsdale (NJ) 1988.
  • JAMES William, Principles of psychology, Henry Holt & Company, New York 1890.
  • KAHNEMAN Daniel, Attention and effort, Prentice Hall, Englewood Cliffs (NJ) 1973.
  • MIALET J.-P., L'attenzione, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2001.
  • NEISSER Ulric, Cognition and reality, W.H. Freeman, San Francisco (CA) 1976.
  • NORMAN Donald Arthur, Toward a theory of memory and attention in «Psychological Review» (1968) 75, pp.522-536.
  • NORMAN Donald Arthur, Memoria e attenzione, Franco Angeli, Milano 1985.
  • SCHNEIDER W. - SHIFFRIN R. M., Controlled and automatic human information processing. I: Detection, search, and attention in «Psychological Review» (1977) 84, pp.1-66.
  • VOKEY J. R. - READ J. D., Subliminal messages. Between the devil and the media in «American Psychologist» (1985) 40, pp.1231-1239.

Documenti

Non ci sono documenti per questa voce

Note

Come citare questa voce
Comoglio Mario , Attenzione, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (19/10/2019).
CC-BY-NC-SA Il testo è disponibile secondo la licenza CC-BY-NC-SA
Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo
83