Audiovisivo

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Autore: Franco Lever

1. Definizione

A. è un termine che ha accezioni e grafie diverse. Nel contesto didattico-educativo, la forma plurale audiovisivi indica i vari sussidi, che la tecnologia dell’immagine e del suono mette a disposizione degli operatori. Quando si parla di sussidi, di strumenti, di mezzi a. ci si riferisce sia alle macchine (l’hardware: i proiettori di vario tipo, il registratore audio e video, i sistemi d’amplificazione, la lavagna luminosa, la macchina fotografica, il camcorder, il CD player, il computer ecc.), sia ai programmi preparati dalle case editrici o – a volte – prodotti in proprio dall’insegnante o dal gruppo degli allievi (il software, montaggi di diapositive, sincronizzati o no, lucidi, cassette video, ecc.).
Oltre a questo significato, c’è l’altro, utilizzato invece a livello industriale o politico: in tale caso, quando si parla di a., ci si riferisce all’industria che si occupa della produzione di film, di programmi televisivi, di video didattici, di dischi e di CD multimediali. Oggi, ad esempio, l’Europa cerca di far crescere la propria ‘industria degli a.’ per arginare lo strapotere che gli USA detengono nel settore.
Anche la forma singolare a. ha due utilizzazioni: come ‘aggettivo sostantivato’ è intercambiabile con il plurale precedente (l’industria dell’a. equivale all’industria degli a.); come aggettivo qualificativo si lega ai sostantivi linguaggio, comunicazione (a volta anche in maniera implicita: in questi casi a. sta per linguaggio a., comunicazione a.). Quest’ultima forma merita attenzione, perché sposta l’interesse dal mezzo tecnologico e dai suoi vari prodotti (le macchine e i testi a.), verso quella che oggi si ritiene essere la vera novità, l’avvento di un linguaggio nuovo, che sta trasformando la comunicazione e la cultura.

2. L’a. nella scuola

Il termine nacque negli anni Trenta, nel periodo in cui si diffondeva il cinema sonoro, la fotografia guadagnava sempre più attenzione, la riproduzione del suono (attraverso la radio e i dischi) aveva un grande rilievo e prendeva forma la televisione. Nasceva una nuova tecnologia della comunicazione, che si fondava sulla riproduzione tecnica dell’immagine e del suono (Registrazione): per indicarla s’inventò la parola a. Il termine però valeva più per la sua opposizione al mondo della stampa (l’altra tecnologia applicata alla comunicazione), che non per la capacità di definire il contenuto espresso dalla fusione dei due aggettivi (auditivo + visivo): a rigore di logica, infatti, anche il teatro dovrebbe essere considerato un a., perché usa l’immagine e il suono, e con esso ogni forma di comunicazione interpersonale diretta, dove si adopera appunto l’audio e il visivo. Siamo di fronte a un termine che, sulla base della sola etimologia, non era (e non è) in grado di autodefinirsi.
Negli anni Cinquanta la scuola ha cominciato a parlare di sussidi a., maturando la convinzione della loro incomparabile validità nel sostenere l’azione didattica e nel potenziare l’apprendimento. Negli anni Sessanta gli a. divennero una moda e nelle scuole crebbero gli investimenti per proiettori, epidiascopi (proiettori di immagini non trasparenti), registratori (sincronizzati e non), montaggi a. A mano a mano però che gli apparecchi acquistati – chiusa la fase dell’entusiasmo – venivano dimenticati nei depositi, cresceva la consapevolezza dell’errore di prospettiva con cui era affrontato l’argomento. Si era creduto ingenuamente al mito dell’efficacia dei mezzi a., quasi che il passo da compiere si potesse limitare al loro inserimento nell’azione didattica tradizionale, previo – tutt’al più – un rapido apprendimento di alcune tecniche di base.
La scoperta che in gioco non c’era soltanto un insieme di tecniche, quanto un nuovo linguaggio, un nuovo modo di gestire l’informazione, una nuova cultura e dunque una nuova pedagogia, è stata favorita sia dal fallimento degli a. intesi come sussidi, sia dal dibattito culturale provocato da McLuhan (anni Settanta). Lentamente è maturata la consapevolezza che la nostra cultura si è andata arricchendo non di strumenti tecnici ma di un linguaggio molteplice e particolarmente potente, capace di riappropriarsi – a un più alto livello tecnologico – della ricchezza della comunicazione orale e del contatto diretto con l’esperienza: ora si può comunicare oltre le parole, offrendo al ricevente una tale quantità d’informazioni visive e sonore, da fargli vivere – in una forma che resta vicaria – l’esperienza di cui vogliamo parlargli.
Questo modo di comunicare implica conoscenze e abilità diverse rispetto a quelle che facevano premio nella scuola della parola; il mondo della scuola non è più un territorio isolato; emittente e ricevente sono coinvolti in tempi e modi differenti; c’è un più grande spazio per la creatività e per l’emotività; più di ieri diventa indispensabile la collaborazione tra docenti e allievi. La scrittura è una pratica individuale, l’a. invece è l’espressione di un gruppo e perciò esige abilità diverse.
Il progetto-scuola di ieri appare quindi doppiamente insufficiente:
– da una parte il flusso maggiore di informazioni passa ora attraverso i canali dell’a. e dunque le nuove generazioni hanno bisogno di una competenza comunicativa che la scuola tradizionale non è capace di garantire: se ieri bastava leggere, scrivere e far di conto, oggi sono molti di più i linguaggi da padroneggiare (come emittenti e come riceventi);
– dall’altra si avverte che le forme attuali della comunicazione impongono un’azione didattica diversa, una pedagogia nuova.

3. Dall’a. al multimediale.

La risposta a questa sfida la scuola non l’ha ancora trovata e già si è fatto un passo oltre: non si parla più di a.; il termine di moda è ora multimediale (Multimedialità). Questo cambio non è il risultato di un sapiente accordo trovato dai teorici della comunicazione per passare a una terminologia più adatta (l’espressione supera ogni inutile contrapposizione tra immagine, suono e scrittura). Il termine è stato imposto dal salto di qualità determinato nei processi comunicativi dalla tecnologia digitale. Essa ha letteralmente annullato i confini tra i vari codici, tutti riconducibili a quello digitale, tutti parlati e ascoltati attraverso un’unica macchina. Il computer ha reso possibile il sogno di poter comunicare manipolando – tutti insieme – testi, suoni, colori, immagini, facendoli interagire come operano i vari elementi di un’orchestra e attingendo a piene mani a quanto altri, prima di noi, hanno cantato, suonato, scritto o dipinto.
Tra le conseguenze c’è anche il cambiamento nel modo di vivere il tempo e lo spazio: la velocità di trasmissione dell’informazione e l’ubiquità delle reti non solo hanno annullato le pareti dell’aula didattica, ma hanno anche reso accessibile ogni fonte d’informazione. Da questo punto di vista non c’è più distinzione tra centro e periferia e ogni scambio avviene in tempo reale.
Sempre più vivo diventa l’interrogativo concernente la scuola. Infatti, se non lavora per dare all’alunno una competenza comunicativa multimediale, è fuori causa. (Educomunicazione; Media education)

Bibliografia

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Note

Come citare questa voce
Lever Franco , Audiovisivo, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (19/11/2019).
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