Cattolici e mass media

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1. Introduzione

L’atteggiamento dei cattolici in Italia verso i media subisce nei primi decenni del secondo dopoguerra, senza variazioni sostanziali, gli esiti di una cultura dell’intransigenza che diffida in principio di ciò che possa ridurre la separazione tra la Chiesa e la cultura moderna. I nuovi processi economici, la libertà di stampa e l’esperienza democratica, dopo il ventennio fascista, incidono sulla cultura familiare, sui ruoli, ma anche sulle tradizionali funzioni pastorali della Chiesa. E tuttavia, tranne isolate eccezioni, i vescovi italiani sembrano a disagio con la libertà di stampa, vista come veicolo potente della secolarizzazione. L’insistenza sulla raccomandazione ai cattolici della ‘buona stampa’ segnala una difficoltà della gerarchia ecclesiastica a prendere atto che l’acquisizione della democrazia – non ancora pacifica, se in Vaticano emergono spinte per la messa fuori legge del Partito comunista italiano – rende obsoleti alcuni dei presupposti sui quali continua a fondarsi, in maniera più o meno consapevole, gran parte della modellistica precettiva del cattolicesimo. Alla pratica politica e sociale del sistema democratico, che tende a lacerare l’involucro tradizionalistico, si oppone con poche varianti una visione illuministica della ‘società cristiana’, munita di propri strumenti anche mediali per contrastare la marea montante del secolo, e in particolare il comunismo. (Libertà e comunicazione; Potere e comunicazione)

2. Permanenza degli stereotipi autoritari e loro varianti

In questa tela di fondo, il cattolicesimo non viene meno alla sua capacità di adattamento per penetrare nella fortezza avversaria e utilizzarne gli strumenti ai propri fini. Pio XII approva nel 1947 il programma del gesuita padre Riccardo Lombardi di utilizzare sistematicamente la radio per le sue catechesi popolari (dalle quali viene al predicatore il nome di ‘microfono di Dio’). Il Papa lo autorizza anche a collaborare ai giornali, superando il divieto formulato da Pio X. Monsignor Montini, in segreteria di Stato, appoggia le iniziative più avanzate adottate dai cattolici italiani nel campo della comunicazione sociale. Ancora nel 1947, dinanzi all’alternativa "meglio costruire le chiese o un giornale?" egli decide di destinare al finanziamento di un giornale cattolico a Firenze (sarebbe divenuto "Il giornale del mattino") un assegno di otto milioni (otto miliardi circa al valore attuale) pervenuto come dono al Papa e destinato da Pio XII alla ricostruzione di chiese in Toscana.
Non si tratta solo di opporsi al comunismo in una battaglia di civiltà, ma anche al laicismo, una preoccupazione che si prolunga oltre la guerra fredda, fino agli anni Sessanta e oltre, quando l’episcopato italiano pubblica una lettera collettiva sul problema. Rispetto ai media, l’impianto prevalente nella gerarchia italiana resta ancorato al modello collaudato sotto il fascismo dal Centro cattolico cinematografico, in particolare per il controllo della produzione cinematografica, con gli elenchi di giudizi morali sui film.
Dinanzi a una società che si teme corrotta dal liberismo, la Chiesa si propone come agenzia esclusiva di moralità. Il censore è considerato una sorta di defensor fidei incaricato di reprimere amplessi e suicidi, ma anche quella parte di realtà sociale e religiosa che risulti non funzionale allo sviluppo dei valori bellici e patriottici necessari alla riproduzione del consenso. L’esame del corpus di schede del Centro cattolico cinematografico ha permesso di verificare "il graduale infittirsi delle intese tra cattolici e fascisti, fino a una perfetta osmosi e identità di giudizio e di vedute per buona parte della durata della guerra".
L’analisi della politica del circuito cinematografico cattolico, che nel 1956 controlla seimila sale (erano 559 nel 1944), consente di verificare la durata anche nel dopoguerra di alcuni paradigmi culturali vigenti nei media in regime totalitario. La battaglia contro il sesso e la violenza, che trova autorevoli modelli di riferimento ideali nell’opera americana della Legion of decency (Codice Hays), si accompagna alla diffidenza per il neorealismo, mentre garantisce una notevole circolazione a tutta una serie di sottoprodotti americani. Si calcola che i tre quarti dei film proiettati in Italia nei primi cinque anni postbellici siano importati dagli Stati Uniti, al punto di condizionare la cultura di massa assai più del neorealismo (Brunetta, 1977).
L’antimodernismo di fondo non impedisce l’opzione per il modello dell’American way of life che solo tardi sarà valutata criticamente. "Meno stracci e più gambe" è la direttiva del sottosegretario Giulio Andreotti per il cinema, mentre le classifiche morali del Centro includono tra i film "per adulti con riserva" i lavori di De Sica e di Rossellini. In occasione del pellegrinaggio mondiale dei cineasti a Roma per l’Anno Santo del 1950, Luigi Gedda proclama che "il cinema, questa enorme forza, questo imperatore delle folle, è venuto a Roma per chinarsi dinanzi alla maestà della Chiesa. È venuto a farsi perdonare le innumerevoli colpe che direttamente e indirettamente scolpisce nei cuori, nella volontà, nel cervello dei popoli" (Rivista del Cinematografo, 6 giugno 1950). Il mutamento sociale, di cui i media diventano un veicolo potente, viene letto preferibilmente con le categorie della moralità e dell’immoralità. Le autorità ecclesiastiche non sembrano cogliere la portata strutturale della mutazione antropologica derivante dal modello di vita consumista. O forse avvertono che l’accesso delle masse nell’area del consumo culturale potrebbe emarginare drasticamente l’influenza delle agenzie tradizionali del consenso sociale.
È dunque naturale che la consapevolezza critica della natura dei media avvenga nel mondo cattolico gradualmente, dopo il trauma iniziale, e che solo lentamente esso arrivi a comprendere che sulla politica dei media, come variabile della libertà democratica, si misura la capacità del cattolicesimo di passare dallo schema autoritario ed eterodiretto all’autonomia, dall’obbedienza passiva alla partecipazione, dal conformismo e dall’ossequio servile alla responsabilità dell’opinione, del dubbio e della critica (Politica e informazione).
È indubbio che, malgrado il riconoscimento pontificio dell’ opinione pubblica nella Chiesa (Discorso di Pio XII al III Congresso internazionale della stampa cattolica, 18 febbraio 1950), il cattolicesimo italiano non ha favorito né poteva favorire questo percorso critico, se è vera la tesi di P. Scoppola, secondo il quale esso "appare piuttosto un elemento di freno al formarsi di una mentalità e di una coscienza capaci di responsabilità personali e di autonomia" (Scoppola, 1988). Una vita religiosa largamente subalterna alle direttive del clero, proiettata sull’esteriorità, fondata sull’organizzazione di massa (i tre milioni di iscritti all’Azione Cattolica di Luigi Gedda), schierata per la lotta frontale da un’orchestrazione propagandistica capillare, difficilmente potrebbe ottenere un risultato diverso. Mentre ogni voce che indichi strade nuove, che proponga un altro modello di presenza cristiana o eserciti una ‘obbedienza critica’ come fanno don Primo Mazzolari con Adesso o Nando Fabro con il gruppo del Gallo a Genova o lo stesso Mario Rossi in Gioventù, l’organo dei giovani di Azione Cattolica, viene sopportata con fastidio, quando non colpita e dispersa, sotto l’accusa di funzionare da ‘cavallo di Troia’ per i comunisti. Del "fascismo cattolico" che pervade largamente la stampa di matrice ecclesiale negli anni Cinquanta un dirigente della Gioventù Cattolica, Carlo Carretto, parlerà come di una "malattia sociale" basata sull’esaltazione del capo: "pochi si accorgevano che questi capi conducevano al macello la nostra generazione, mentre tutti battevano le mani perché avevano abdicato a pensare e a protestare" (Carretto, 1991).

3. Primi ripensamenti del modello apologetico alla fine degli anni Cinquanta

Bloccata da una psicosi di stato d’assedio sulla ‘politica dell’incubatrice’, cui si accredita la virtù di tenere il gregge dentro i recinti delle parrocchie, dei ricreatori, delle sale cinematografiche proprie e della ‘buona stampa’, al riparo dai veleni morali e ideologici del mondo, e in ultima analisi della libertà, la Chiesa spera che i cattolici possano produrre dei giornali o dei film capaci di gareggiare con i media indipendenti in modo da rappresentare con fedeltà e allo stesso tempo con la necessaria efficacia professionale gli interessi della fede cattolica.
Figlia della controversia risorgimentale, la stampa cattolica in Italia ha sviluppato una tradizione apologetica, che nel dopoguerra la porta a identificarsi con gli interessi politici e il quadrante culturale del blocco moderato guidato dal partito cattolico. È comprensibile pertanto che le confutazioni polemiche, l’enfasi identitaria, la sottomissione ossequiente alle autorità ecclesiastiche, anche in materia opinabile e al di là di quanto richieda la fedeltà, abbiano finito per anteporre gli interessi istituzionali a quelli dell’informazione, i destinatari di appartenenza al pubblico indifferenziato, limitando di conseguenza la potenzialità di incidenza e di espansione e la competitività dei media cattolici nel mercato.
Il problema è già presente alla base del mondo cattolico, se nel 1956 a un convegno a Treviso dei corrispondenti di Avvenire d’Italia, presente il direttore Raimondo Manzini, si formula una carta di Principi per un radicale rinnovamento del sistema informativo cattolico, che auspica, tra l’altro, l’abbandono di una "troppo insistente informazione clericale e religiosa che assimila il giornale cattolico ad un foglio ecclesiastico e gli impedisce di soddisfare le esigenze di un pubblico più vasto, come riuscirebbe impostando secondo la visione cristiana e l’universalità del nome cattolico i fatti di maggiore significato giornalistico". Lo stesso Avvenire d’Italia, che durante il fascismo non si è piegato alle ‘veline’ del regime, rappresenta un esempio di come dei passi siano possibili, anche nel quadro della cristianità italiana, per realizzare un giornale cattolico meno come mezzo di governo e di insegnamento nelle mani o a disposizione della gerarchia che come espressione fedele del popolo cristiano nella sua realtà esistenziale e complessa, in una società divenuta pluralista, e con le mediazioni autonome dei professionisti dell’informazione.
Un altro tentativo di innovare la dottrina cattolica dei media, andando oltre l’apologetica, è rappresentato da Orizzonti, un rotocalco pubblicato dai Paolini, che aspira a essere per l’opinione pubblica cattolica ciò che rappresenta L’Espresso per quella laica. Ma è soprattutto nel settore dei periodici per ragazzi che l’editoria cattolica conquista i maggiori successi nel dopoguerra. Tra le testate affiliate all’Uisper (Unione Italiana della Stampa Periodica Educativa per Ragazzi, nata nel 1950) un ruolo anticipatore è assunto da Il Vittorioso, il primo settimanale in Italia a pubblicare fumetti made in Italy, reagendo ai comics americani. Non si tratta solo di una testata, ma anzitutto di uno stile di vita, di un programma religioso, di un modello di comportamento morale, non meno che di uno strumento di diffusione capillare dei principi cattolici.
Né potrebbe trascurarsi l’espansione delle riviste missionarie, primo strumento che apra orizzonti internazionali alla cultura cattolica, collegando la richiesta dell’obolo per le missioni con l’informazione sui processi di decolonizzazione e sulla fame nel Terzo mondo.
Un caso a parte è Famiglia Cristiana, già dalla metà degli anni Cinquanta la più diffusa rivista cattolica in Italia. Essa tenta di forzare l’interpretazione convenzionale del cattolicesimo intransigente per produrre un messaggio capace di raggiungere la gente in casa, dato che – secondo il fondatore della Pia Società San Paolo e del settimanale, don Giacomo Alberione – "la gente non può più stare troppo tempo in chiesa, il mondo è cambiato". Con le sue rubriche di consulenza domestica Famiglia Cristiana compie un’opera di larga diffusione culturale e di "modernizzazione" delle masse, contribuendo – ha scritto Mario Marazziti – alla diffusione di una koiné di usi e modi della convivenza civile più omogenei tra città e campagna, tra ambiente operaio e piccoli ceti medi. Ma di fronte al consumismo, che finisce per devastare dall’interno quelle stesse famiglie a cui la Chiesa indirizza il suo messaggio, la rivista non alza le barricate, accetta il confronto, anche mediante un’accurata casistica morale, per "offrire a tutti, attraverso una catechesi spicciola sui valori, la possibilità di riaffermare il primato delle cose di Dio su quelle degli uomini" (Marazziti, 1985).
Il panorama complessivo dei media cattolici, alla svolta degli anni Sessanta, segna per altri versi un sostanziale immobilismo, una sorta di impotenza ad accompagnare con l’impegno culturale, sostenuto da una vocazione spirituale aperta sulle trasformazioni storiche, la gestione del potere politico conquistato dai cattolici. Cosicché la ricerca di apporti conoscitivi e di elaborazione nuova, che le massicce leve giovanili formatesi nella Gioventù Cattolica, nella Fuci, nei Laureati Cattolici si attendono, deluse ormai dal trionfalismo geddiano, deve dirottarsi sulle riviste ai margini dei circuiti istituzionali, come Testimonianze a Firenze e Questitalia a Venezia, oppure nelle colonne del Popolo del Veneto che già nel 1956 rompe le righe della sudditanza dei cattolici alle ingiunzioni gerarchiche contro l’apertura ai socialisti, attirandosi i fulmini del Sant’Uffizio.
La stessa informazione religiosa nei giornali cattolici, almeno fino agli anni Sessanta, viene appiattita senza quasi mediazioni autonome su quella ufficiale de L’Osservatore romano, inviata per telescrivente alle redazioni. E tocca alla stampa ‘laica’, a L’Espresso (col vaticanista Carlo Falconi) e all’Europeo, accaparrarsi la funzione critica nei confronti della Chiesa, dando voce alle sue minoranze profetiche, come nel caso di don Milani e in quello delle dimissioni forzate di Mario Rossi dalla presidenza della Gioventù Cattolica nel 1954.
L’ansietà della Chiesa è percepibile nell’enciclica Miranda prorsus (1957) che sollecita lo Stato a difendere la moralità pubblica come braccio della Chiesa e richiama i fedeli all’obbedienza alle direttive dell’autorità ecclesiastica contro il cinema ‘cattivo’ e a vigilare sull’accesso dei figli alla televisione, che in Italia diffonde i primi programmi – in forma sperimentale – nel 1953. I lamenti della Rivista del cinematografo si colorano di toni catastrofici: "è un naufragio morale generale". I film ‘esclusi’ sono aumentati nel 1957 fino al 18% della produzione italiana complessiva. Si deplora che si vada perdendo "il senso del peccato". Michelangelo Antonioni è accusato di "nichilismo etico" e Les amants, presentato a Venezia nel 1958, è censurato come "film a livello meramente animale", il cui diritto di rappresentazione è perciò contestato.
Nello stesso periodo comincia a emergere, con la destalinizzazione e la distensione internazionale e con la diffusione del benessere economico, una tendenza più disposta a riconoscere i valori culturali altrui. Un certo autoritarismo, o comunque la sua presa sulla cultura cattolica, comincia a stemperarsi. Il sostituto Montini approva la proposta del fondatore della Pro Civitate Christiana di Assisi don Giovanni Rossi di ammettere fra gli autori delle riviste dell’associazione, La Rocca e Il Regno, anche scrittori o intellettuali non credenti o non cattolici o esponenti noti della cultura laica o marxista, superando a certe condizioni la direttiva vaticana basata sulla discriminante anticomunista.
Un domenicano di origine belga, padre Felix Morlion, fonda in Italia i primi cineforum insieme all’Università Pro Deo, dedicata allo sviluppo della cultura massmediologica in campo cattolico. Un vento più leggero soffia anche nelle pagine della Rivista del cinematografo, se la recensione di Arpa birmana nel 1958 può suggerire un anticipatore ecumenismo inter-religioso, col riconoscimento di "verità basilari che sono il fondamento di ogni esperienza religiosa" e la possibile via di salvezza anche per quanti "fuori della vera religione anelano alla verità e al bene onestamente" (Rivista del cinematografo, marzo 1958).
La società italiana tra gli anni Cinquanta e Sessanta attraversa una fase di sviluppo tumultuoso e di accelerata industrializzazione, che mette in crisi l’ideologia, la prassi, gli strumenti organizzativi della cristianità. L’insistenza dei media cattolici sull’approccio morale e sui comportamenti privati (sesso, moda, balli, spettacolo) non tarda a rivelarsi velleitaria, largamente insufficiente, come ogni misura autoritaria, a favorire l’acquisizione di una attitudine etica efficace sui modelli di comportamento sui quali si fonda la società dei consumi e, nello stesso tempo, a rispondere adeguatamente ai fenomeni di politicizzazione impliciti nella democrazia di massa. Al punto che F. Traniello ha avanzato l’ipotesi se proprio la curvatura "moralistica" diffusa nella pedagogia popolare cattolica e diffusa dai media organici alla Chiesa non abbia costituito uno dei fattori che alla lunga hanno determinato un dislivello profondo tra i meccanismi della società affluente e la capacità di controllo e di risposta del mondo cattolico.

4. Il ruolo dell’accordo postbellico tra DC e forze laiche sull’editoria giornalistica

In realtà, se anche alla Rai e in particolare nella televisione pubblica (che nel 1954 comincia a trasmettere regolarmente) si prolungano le sessuofobie censorie, prodotte da un codice interno di autodisciplina "improntato a un moralismo quasi isterico" (A. Turchini, 1988) e se si arriva per questo agli attacchi de L’Osservatore romano al governo per una esibizione televisiva di ballerine prive di mutandoni fino alle caviglie, non è perché il controllo politico e organizzativo della Rai sia in mano alla Democrazia cristiana o perché manchi un’autentica direzione culturale, l’unica che potrebbe esprimersi in forme aliene da atteggiamenti censori. In effetti il gruppo di potere che controlla l’azienda è rimasto quello di impronta laica (dai socialdemocratici ai repubblicani) che ha diretto la radio durante il fascismo. È quel gruppo che ostenta premure moralistiche idonee a non suscitare risentimenti nell’autorità religiosa, o addirittura ne provoca l’intervento.
A stare alla testimonianza di Bernabei, la relativa ininfluenza dei cattolici sui grandi media in Italia sarebbe principalmente la conseguenza di un accordo stipulato subito dopo la guerra tra la Democrazia cristiana e le forze laiche e liberali (più precisamente, tra Alcide De Gasperi e Raffaele Mattioli, amministratore delegato della Banca Commerciale Italiana, capo indiscusso della finanza italiana e uomo di fiducia della finanza occidentale). In base a tale accordo, sancito a Washington in un viaggio di Mattioli nel 1946, "ai cattolici sarebbe andata la guida della politica, ai laici il controllo della finanza, dell’industria, dell’informazione, dell’editoria giornalistica". Per questo la DC, malgrado la trionfale vittoria elettorale del 18 aprile 1948, manifesta un interesse abbastanza distratto verso la Rai, almeno fino al 1955 (Bernabei-Dell’Arti, 1999).
La validità del patto moderato tra cattolici e laici attraversa le diverse fasi della storia politica dell’Italia postbellica. Esso suscita un gioco delle parti tale da influire anche sulla gestione ideologica dell’informazione religiosa e vaticana nei maggiori giornali e spiega tutta una serie complessa di fenomeni: ad esempio, come la DC, partito di maggioranza fino alla fine degli anni Ottanta, abbia una stampa fiancheggiatrice. Paga di conservare il potere, essa non cerca di ispirare culturalmente i giornali che possiede, quando non preferisce disfarsene, come accade per la Gazzetta del Popolo di Torino e per il Gazzettino di Venezia. E ciò a dispetto degli incitamenti del gesuita padre Riccardo Lombardi che, nelle sue radiocrociate dei primi anni del dopoguerra, esortava gli italiani a "un grandioso esperimento sociale cristiano" da compiersi con la conquista cattolica del potere non solo nell’ordine politico, ma anche nelle università e nei mezzi della comunicazione sociale.
Quanto alla ‘grande stampa’, l’antico patto funziona in modo da consentire a volterriani scettici e trasformisti dichiarati come Mario Missiroli e Panfilo Gentile di assumere, sui grandi giornali laici, "il ruolo di vestali ferite dagli impropri sviluppi di certo cattolicesimo modernizzante e di fermi custodi della sua ortodossia (...). In questo quadro, le strumentalizzazioni, le letture di parte dei messaggi e delle decisioni ecclesiastiche non vanno più viste come uno sgarro, un misconoscimento della genuina natura trascendente della Chiesa, ma come una legge interna del patto moderato, cioè di una transazione storica di lungo periodo" (Isnenghi, 1982).

5. La svolta del Concilio Vaticano II

È alla fine degli anni Cinquanta che l’interpretazione passiva di quel patto da parte dei cattolici subisce alcune correzioni, nel clima suscitato dalla ‘svolta’ di Giovanni XXIII. L’iniziativa è di Amintore Fanfani, che colloca nei posti strategici della Rai alcuni suoi fiduciari, in particolare Ettore Bernabei, direttore generale dal 1961 al 1974, con l’obiettivo di depotenziare e sostituire la classe dirigente dei ‘mandarini’ laici con una leva di funzionari e giornalisti di estrazione cattolica.
È sotto la sua direzione che la televisione si espande nel Paese e ne realizza la prima, vera omologazione culturale. La Chiesa appoggia discretamente una politica che forza per la prima volta l’emarginazione dei cattolici dalle istituzioni mediali influenti in Italia. Lo stesso Roncalli, la cui immagine di ‘Papa buono’ dilaga sui rotocalchi popolari, compie dei gesti il cui significato trascende i termini tradizionali del patto mediatico tra cattolici e laici. È al bastione della borghesia milanese, Il Corriere della Sera e a un giornalista laico come Indro Montanelli che il Papa concede nel 1960 la prima intervista. Lo stesso giornale che, nel 1962, mentre si apre il Concilio, pubblica, su istigazione dei circoli conservatori del Vaticano, un attacco velenoso di Montanelli al Papa, accusato di modernismo, e nel 1963 reagisce alla Pacem in terris presentandola come Falcem in terris, un’enciclica filocomunista. Del resto, anche Il Borghese non è da meno, potendo contare su fonti ecclesiastiche per i suoi attacchi al Papa. D’altra parte un giornale non confessionale come Il Giorno, fondato dal capo dell’Eni Enrico Mattei per rompere il monopolio confindustriale sui media e sostenere il centrosinistra, affida l’informazione religiosa a un cattolico sensibile alle aperture del papato giovanneo come Ettore Masina.
Contemporaneo della Dolce vita di Federico Fellini, Papa Giovanni XXIII addita alla politica culturale della Chiesa la via della "responsabilizzazione diretta della coscienza dello spettatore". Consapevole della necessità di imboccare strade nuove per assicurare la presenza cristiana nella società, egli mette in moto con il Concilio Vaticano II un processo di rinnovamento della Chiesa, che postula un diverso rapporto con la società moderna, in termini non più integristi. La libertà di discussione, l’accresciuta circolazione delle idee e gli scambi ravvicinati di esperienze fra vescovi e teologi di tutto il mondo costituiscono un fattore di risveglio delle energie sopite o emarginate anche all’interno del cattolicesimo italiano.
Il tentativo di affrontare la modernità in termini che non siano di mero controllo e contenimento da parte della Chiesa mette in imbarazzo l’area del cattolicesimo politico italiano, nel quadro di una struttura locale di Chiesa a lungo impermeabile ai processi di rinnovamento religioso. Lo stesso cardinale Giuseppe Siri, capo della Conferenza episcopale, dichiara che "noi non dovremmo essere ostacolati da libri e articoli che parlano troppo di quello che il Concilio dovrebbe fare o dire" (intervista del card. Siri a W. Abbott per America, ripresa da Il quotidiano di Roma il 27 marzo 1963). I giornali cattolici italiani, non meno che quelli laici, non sembrano fornire troppi motivi di ansietà a Siri per un eccesso di rilievo all’avvenimento, almeno finché, con la seconda sessione del 1963, il direttore di L’Avvenire d’Italia, Raniero La Valle, non decide di seguirlo con una propria équipe di redattori e teologi, ispirata dal card. Giacomo Lercaro e dal suo consigliere don Giuseppe Dossetti. Anche L’Italia diretta dal 1961 da Giuseppe Lazzati si distingue per un’adesione sincera agli obiettivi della riforma conciliare, echeggiando le posizioni del cardinale Montini che vi pubblica le sue Lettere dal Concilio.
Una delle conseguenze tangibili della deliberata rottura della coalizione gerarchica che controlla i media cattolici è la socializzazione del dibattito ecclesiologico e teologico nell’opinione pubblica, non solo cattolica, in Italia. Un altro risultato è la messa in questione delle identità ideologiche e politiche dei partner, laici e cattolici, del patto borghese-moderato. Gli atteggiamenti dei ‘laici’ sono generalmente guardinghi nei confronti del riformismo postconciliare di Paolo VI, i cui esiti politici rappresentano un’incognita scarsamente controllabile per il disegno storico della borghesia. "La Chiesa non deve muoversi", avverte Mario Missiroli. "Perché, se si muovesse, noi non sapremmo dove trovarla". In questi settori l’interesse per la religione è condizionato dal presupposto che essa rimanga una sicura alleata della conservazione, elemento sacrale dell’ordine pubblico e della stabilità sociale. Si assiste così allo spettacolo di un’opinione ‘liberale’ che di fatto deplora la cosiddetta ‘liberalizzazione’ della Chiesa, rimpiange i tempi del controllo autoritario del Sant’Uffizio e dell’enciclica Pascendi di Pio X (1907).
Lo si percepisce nel 1968 quando Il Messaggero di Roma, ancora in mano alla famiglia Perrone, licenzia in tronco il suo ‘vaticanista’ per aver riportato un discorso di Paolo VI risultato politicamente sgradito all’establishment (Zizola, 1996). Ma anche alla Rai il tentativo di Bernabei di dare spazio a un’informazione religiosa in televisione meno conformistica di quella gestita dal nucleo ‘laico’, sotto il controllo di emissari del Vaticano, scivola su un dibattito un po’ franco tra il cardinale Jean Danielou e padre Ernesto Balducci sul celibato sacerdotale, che attira lo scandalo dei benpensanti e una reprimenda pubblica del Papa, forse sollecitata.
Di fatto l’unanimismo ideologico e di intervento che regola la linea politica dei quotidiani cattolici è il primo a subire le ricadute dell’esaurimento del regime di cristianità, chiusa a fortezza e perciò compatta nella battaglia alla società secolare. Sull’apertura a sinistra la stampa cattolica è divisa, non meno di quanto lo sia l’episcopato. La scomposizione del vecchio castello, preludio alla crisi dell’unità politica dei cattolici, determina la ricodificazione delle appartenenze, che trasmigrano oltre gli steccati istituzionali innalzati secondo la logica della divisione dei poteri sancita dal patto moderato. Dei giornalisti cattolici, in quanto tali, operano nei media ‘laici’, degli editori laici pubblicano libri ‘religiosi’. La tensione lambisce anche l’ Unione Cattolica della Stampa Italiana (Ucsi), dopo che una parte degli iscritti ha messo in questione l’assimilazione degli obiettivi dell’associazione agli interessi clientelari del potere democristiano, sollecitando un ripensamento teologico e culturale del ruolo del giornalismo cattolico nella società e nella Chiesa.
Quando Sergio Zavoli, un socialista, fa ascoltare alla radio la voce di una sepolta viva in un carmelo, l’impressione è enorme. Ma il colpo maggiore al confessionalismo lo vibra un poeta marxista, Pier Paolo Pasolini, autore di Il Vangelo secondo Matteo, premio dell’ OCIC (Office Catholique International du Cinéma) alla Mostra di Venezia del 1964, "per la migliore ispirazione di valori morali e cristiani": un film maturato nel clima della Cittadella Cristiana di Assisi, punto di riferimento e di dialogo per scrittori, giornalisti, cineasti e artisti, di diversa ispirazione ideologica e religiosa. Le reazioni del ‘mondo cattolico’ sono aspre, benché la bellezza dell’opera, non meno che la sua ortodossia, siano incontestabili.
Ancora due anni e La Civiltà Cattolica pubblica un articolo del suo direttore, padre Roberto Tucci (1966), sul tema Libertà del giornalista cattolico ed autorità della Chiesa: è una esplicita messa in valore del diritto della libertà di opinione e di espressione, e anche di dissenso, dei giornalisti cattolici nelle materie lasciate alla libera discussione. Poiché "se i giornalisti e pubblicisti cattolici devono concorrere a formare nella Chiesa le opinioni pubbliche, devono poterlo fare pubblicamente, senza essere inquietati (...). Possono discutere e anche criticare senza che l’autorità ecclesiastica debba subito adombrarsi, vedervi tentativi di ribellione o di scavalcamento della propria autorità dottrinale".

6. Le scelte riformistiche di Paolo VI

Fra gli obiettivi postconciliari di Paolo VI emerge quello di plasmare una fisionomia unitaria della Chiesa in Italia. E la sua sfida è di farlo abbandonando lo schema integrista, nella prospettiva della mediazione culturale e del dialogo che caratterizza il suo pontificato, anche in questo campo. In tale prospettiva gli anni postconciliari permettono di registrare alcune evoluzioni significative: Il Corriere della Sera consacra ai problemi della riforma della Chiesa una inchiesta di Alberto Cavallari, introdotta da una grande intervista di Paolo VI (3 ottobre 1965). Su Il Giorno di Milano ottiene un sorprendente successo la rubrica teologica settimanale Religione e mondo moderno, istituita nel 1972, la prima del genere in un giornale ‘laico’, alla quale confluiscono gli articoli dei principali teologi cattolici e protestanti del mondo e i contributi di storici e antropologi laici sui problemi attuali.
Senza rinunciare a perseguire con prudenza la linea della mediazione, il Papa lavora al programma di creare un unico giornale cattolico di prestigio nazionale, sul modello del francese La Croix. L’operazione procede per gradi, con l’assorbimento prima de Il Quotidiano di Roma, di impostazione geddiana, in L’Avvenire d’Italia, poi di questo (sacrificando La Valle) nel 1967 con l’Italia, per dar luogo infine a L’Avvenire come quotidiano nazionale dei cattolici italiani.
È il segno che la Chiesa postconciliare, in un’ottica di riformismo moderato, preferisce mantenere e, se possibile, rendere più efficiente la rete dei propri media in Italia, secondo una prospettiva di inculturazione e mediazione dell’annuncio evangelico. I media cattolici si vedono mobilitati nelle battaglie più impegnative per la difesa dell’ordine morale e dei valori che la Chiesa tradizionalmente difende, in particolare sul divorzio, l’aborto, la difesa della vita, la scelta preferenziale dei poveri, il dialogo con i non credenti e la battaglia per la libertà religiosa. Forse la Chiesa non può trascurare le esigenze quotidiane dell’istituzione, di una presenza intesa come adattamento e compromesso per poter incidere nel concreto della storia sociale, mentre avanza impetuosamente la secolarizzazione.
Di fatto, nella battaglia ‘furibonda’ scatenatasi nei primi anni Settanta per il controllo dell’informazione, i circoli massonici sviluppano uno sforzo notevole per tenere i cattolici fuori dai giornali e "per cacciarli indietro, se possibile, anche dalla televisione" assicura Bernabei. "Sulla televisione i cattolici si difendono meglio arrivando al grande accordo di spartizione del 1975, la cosiddetta Legge di riforma della Rai".
Il fallimento della scalata dell’editore cattolico Edilio Rusconi, sostenuto dalla DC, a Il Messaggero di Roma è un segnale inequivocabile: i cattolici devono continuare a rimanere fuori dai grandi giornali. Nel 1976, la nascita di la Repubblica, sostenuta dalla finanza laica, si colloca sullo sfondo della battaglia generale per l’informazione tra cattolici e laici. Non passa inosservata la premura dei grandi media controllati dai laici a enfatizzare, in accordo con i nuclei più tradizionalisti della curia romana, la rivolta anti-papale e anti-conciliare di mons. Marcel Lefebvre, capo della setta veterocattolica di Econe, in Svizzera, ben al di là di quanto meritino le sue ridottissime adesioni. La sua funzione è precisa: riportare la Chiesa nella sua nicchia privatistica e sacrale, fuori delle sfide cruciali della modernità, sulla quale i poteri ‘che contano’ pretendono un controllo senza riserve. E intanto si fanno largo risposte di segno identitario, se non di una riscoperta dell’intransigentismo reazionario del secondo Ottocento, nelle esperienze di gruppi e movimenti ecclesiali come "Comunione e Liberazione", assai sensibili ai media per la riconquista cristiana della società.
La Chiesa appare incerta. Pier Paolo Pasolini l’ha ammonita, in un articolo su Il Corriere della Sera (22 settembre 1974) a rifiutare "questo nuovo potere consumistico, che è completamente irreligioso, tendenzialmente totalitario, violento, falsamente tollerante, anzi più repressivo che mai, corruttore, degradante", a sganciarsi da questo sistema "che ha programmato di ridurla a folklore". Tendenze spirituali emergono nella Chiesa italiana, con l’occasione del referendum sul divorzio, per raccomandare la via della povertà dalle prerogative del potere come condizione della libertà della Chiesa. Le si ripropone l’invito conciliare ad appoggiarsi nell’esercizio dell’apostolato "sulla potenza di Dio, che molto spesso manifesta la forza del Vangelo nella debolezza dei testimoni"; a utilizzare nell’esercizio della missione "le vie e i mezzi propri del Vangelo, che in molti punti differiscono dai mezzi propri della città terrena" (Gaudium et Spes, n. 76).

7. La linea dell’autosufficienza modernizzata

Più massicce si rivelano, in una fase di riflusso e di privatizzazione del sacro, le spinte per confermare il principio dell’autosufficienza della Chiesa, anche nella struttura mediale, con gli aggiornamenti necessari. La Chiesa preferisce contare quasi unicamente sui media propri, tentandone l’uso in termini non integristici, anzi in funzione del dialogo e di supplenza sociale, per dar voce ai ‘senza voce’. La refrattarietà dell’equilibrio fra i poteri politico-economici del Paese le impedisce di fatto, se anche ve ne fosse una chiara intenzione, di svalutare quegli strumenti che sono stati l’espressione della linea tradizionale di presenza cattolica nella società. Appare significativo che, mentre si adotta la nuova versione del patto postbellico tra cattolici e laici, i cattolici mettano già allo studio la possibilità di creare una rete televisiva privata alternativa.
È giocoforza intanto concentrare le energie sulla modernizzazione dei media cattolici, sulla deconfessionalizzazione del linguaggio, sulla formazione dei giornalisti cristiani, al di là della mediocrità culturale e teologica, salvo eccezioni, delle leve clientelari selezionate dal ‘partito cattolico’. Gran parte delle riviste cattoliche più popolari, da Famiglia cristiana a Il messaggero di Sant’Antonio di Padova, progettano trasformazioni ingenti, nelle forme e nei contenuti. La prima attenua il suo carattere confessionale, il secondo il tono devozionale. I lettori cattolici stanno cambiando e comunque si vuole interessare un pubblico più ampio di quello dei praticanti. La Chiesa provvede a riqualificare il circuito delle sale cinematografiche parrocchiali rimaste, o a recuperare quelle abbandonate, usandole come sale della comunità, dotate di un’offerta più ampia di supporti tecnologici, per il confronto culturale, la riflessione critica, l’incontro comunitario, con l’obiettivo di affrontare la sfida della nuova cultura mediatica.
Benché teoricamente esaurito, il modello apologetico si ritrova dislocato e riciclato sulle frontiere dei diritti umani, e non più solo sui diritti della Chiesa contestati, come nell’Ottocento. Non è più solo una necessità difensiva rispetto al pericolo di emarginazione della religione che motiva l’interesse della Chiesa a un sistema mediale proprio, ma il servizio da rendere alla società e alle persone, la cui libertà è insidiata dai ‘nuovi imperialismi culturali’. La ricerca di un’etica della comunicazione muove i primi passi.
Ne consegue che la Chiesa mostra di ritenere di poter scendere sul terreno del ‘nuovo potere’ medial-consumistico senza farsene sedurre, riuscendo piuttosto a prenderne le distanze e a domarlo a vantaggio dei propri obiettivi, anzi a beneficio della società intera, del pluralismo e della libertà dalle manipolazioni. Partita da posizioni reticenti, se non minimizzatrici e persino demonizzanti, la Chiesa sembra arrivata a farsi un’idea abbastanza precisa della natura del potere mediale. Nella Istruzione pastorale Communio et Progressio (1971) Paolo VI ha gettato l’allarme sulle tendenze in corso a usare il sistema mediale in funzione di logiche di mercato incontrollate o non abbastanza regolamentate e dei condizionamenti pesanti che ne derivano sulla società democratica. Il documento ha riconosciuto anche che il cattolico nei media "può, anzi deve ritenersi impegnato in una libera ricerca per attingere una più profonda comprensione delle verità rivelate o per fare una presentazione più adatta alla nostra società pluralistica in continuo mutamento".

8. Responsabilità dei cattolici nell’avvento dell’era Berlusconi

Alla prova dei fatti, tuttavia, l’opzione critica del magistero va a toccare il punto dolente costituito dalla tradizionale subalternità dei cattolici italiani agli interessi del blocco moderato, lo stesso che controlla il potere mediale. È un altro terreno su cui le contraddizioni del mondo cattolico diventano presto incontenibili. Agli inizi degli anni Settanta, quando il monopolio pubblico della Rai comincia a essere contestato, sono dei cattolici della fazione dorotea della Democrazia cristiana che si alleano alla destra economica, alle lobbies laiche e ai socialisti per spingere a favore della liberalizzazione e ottenere il via libera alle televisioni commerciali. Il malinteso strategico dell’opzione Hollywood nel primo dopoguerra non sembra avere insegnato qualcosa. La responsabilità di ministri democristiani come Emilio Colombo e Mariano Rumor è reputata ‘decisiva’ da Bernabei nello smantellamento dell’unica istituzione mediale nella quale l’influenza del gruppo dirigente cattolico, a dispetto del potere laico interno, ha lavorato nel segno delle laicità e delle riforme.
La via è così preparata per l’avvento dell’era Berlusconi. Il modello Fininvest cala su una società già resa fragile dalla crisi delle ideologie e dall’esplosione dello scandalo della corruzione del sistema, con l’irruenza di una ‘rivoluzione’di segno individualistico e deregolatore. Lentamente viene introdotto un modello totalmente commerciale, che prima riesce a liquidare il tentativo dell’editoria tradizionale di entrare nel campo televisivo, poi influenza l’intero sistema televisivo. Il prevalere delle logiche commerciali anche nell’informazione e nell’intrattenimento erogati dal servizio pubblico, a preferenza delle preoccupazioni di valore, non è che una delle conseguenze dell’avvenuta restaurazione del potere ‘laico’ sui grandi media del Paese, con l’apporto dei socialisti di Craxi.
Negli anni Ottanta e Novanta appaiono evidenti la condizione di minoranza del cattolicesimo in Italia, la decomposizione del suo tradizionale apparato di potere, per quanto protetto dalle sicurezze del nuovo Concordato Craxi-Casaroli del 1984, il ritardo della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) dinanzi al collasso della Democrazia cristiana e alla nuova tessitura dei poteri prodotta dal crollo del comunismo. La Chiesa si vede privata della possibilità di controllare nei media la propria immagine, esposta al vento del discorso pubblico e al rischio di una assimilazione alla ‘religione civile’. E la sua reazione è, più di ieri, non nel senso della accettazione della ‘povertà’ dei mezzi, ma della loro integrazione, mobilitazione ed espansione, quasi a scendere sul loro stesso terreno, nel tentativo di puntellare per quanto possibile la frana della cristianità.

9. Il nuovo compromesso tra Chiesa e poteri mediali

Sotto l’impulso di Giovanni Paolo II, evidente soprattutto nel Convegno ecclesiale di Loreto del 1985, i cattolici italiani sono sollecitati ad agire in modo che "la fede cristiana abbia, o recuperi, un ruolo-guida e un’efficacia trainante". In questa prospettiva ‘missionaria’ i media assumono una rilevanza senza precedenti per la restaurazione del messaggio cristiano al centro della società moderna, reagendo alle teologie dell’invisibilità e del piccolo gregge, ma anche scuotendo il modello montiniano della mediazione tra annuncio cristiano e valori umani in azione nella storia.
Un nuovo compromesso si elabora tra la Chiesa e i poteri forti dei media. Nel 1991 l’acquisto della Mondadori da parte di Silvio Berlusconi, ai danni della cordata laica di Carlo De Benedetti-L’Espresso, apre uno spazio all’Opus Dei, di cui è membro Leonardo Mondadori, nel principale gruppo editoriale italiano. La Mondadori acquista i diritti mondiali dell’intervista di Vittorio Messori al Papa Varcare la soglia della speranza (1994), pubblica altri testi papali, infine le Guide del Giubileo, mentre lo stesso Messori entra come consulente dell’editrice per i volumi ‘religiosi’.
Alcuni cattolici criticano l’alleanza tra la nuova destra cattolica e la nuova destra economico-finanziaria come ‘nuovo patto costantiniano’: la visibilità mediatica della religione e della Chiesa è assicurata, a condizione che non ecceda la nicchia del sacro e sotto un forte controllo istituzionale. Trascinata dal volto telegenico del Papa polacco, la Chiesa romana espande la propria immagine nei grandi network pubblici e privati italiani, che assicurano rubriche stabili all’informazione religiosa nella propria programmazione o aprono al dibattito religioso spazi significativi del palinsesto o invitano personalità ecclesiastiche a parteciparvi. Non meno frequentemente appaiono sui giornali nazionali più vari per ispirazione commenti e interviste di cardinali, vescovi, teologi e religiosi.
Un fenomeno ‘trasversale’ che la Chiesa valuta con interesse, nel quadro di una generale rinascita della domanda di senso alla fine dei secoli moderni, ma che alcuni dirigenti ecclesiastici non reputano immune da ambiguità. Si constata infatti che le categorie prevalenti nel trattamento mediale del fenomeno religioso sono fortemente riduttive, con l’accentuazione di elementi magico-sacrali, emozionali e consumistici, una larga connotazione clericale e papale, nei modi dell’autorità dell’irrazionale assoluto, oppure con l’uso della realtà religiosa per l’influenza che può esercitare sul consenso politico delle masse.
In un convegno della Commissione ecclesiale per le comunicazioni sociali, ad Assisi nel 1990, l’allora segretario della Cei, mons. Camillo Ruini, analizza le distorsioni della comunicazione laica del religioso per sostenere che "la Chiesa non può assolutamente mettersi da parte, ma deve porre in essere tutte le iniziative in grado di inserirsi validamente nella tendenza in atto, investendo nella comunicazione e anche nei mezzi di comunicazione". Il presupposto di tale strategia è che "la complessa situazione attuale richiede sicuramente anche l’espressione diretta da parte della Chiesa non soltanto di informazione sul segmento ecclesiale, ma di una comunicazione che sa investire nel suo insieme il problema dell’uomo e della società, a partire da una specifica autenticità, rappresentata dagli occhi della fede" (Cei, 1990).

10. I media nel progetto culturale della Chiesa italiana

Il disegno prende corpo al Convegno Ecclesiale di Palermo, nel 1995, con l’approvazione del "progetto culturale orientato in senso cristiano" caldeggiato dal presidente della Cei card. C. Ruini e sostenuto dal Papa. La comunicazione sociale vi assume un rilievo principale. Viene rilanciata come progetto esecutivo l’ipotesi centralista di sinergie tra i media di ispirazione cristiana, accantonando le raccomandazioni alla Chiesa di partecipare al dibattito pubblico sui media senza restrizioni confessionali e resistendo alle pretese di costituirsi in potenza mediale concorrente.
La strategia viene giustificata, in sede di assemblea dell’episcopato nel 1996, richiamando la necessità di contrapporsi alla "nuova forma ideologica di tipo consumistico, attraverso il linguaggio pubblicitario, che ha imposto i propri ritmi e la propria logica a tutte le forme di comunicazione, generando l’alienazione fondamentale del nostro tempo" (F. Lambiasi). Si istituisce un nesso tra la situazione della comunità cristiana nell’Italia della fine del Novecento con quella della fine dell’Ottocento, fino al Non expedit, all’origine dell’emarginazione dei cattolici dalla vita pubblica. Si pone l’accento sullo "svuotamento progressivo a cui i cristiani si autoconsegnano con un accesso esclusivo ai media di informazione laicista" e si sottolinea l’urgenza "che si innesti in loro una consapevolezza più vigile circa l’influenza dei media in generale" (G. Sanguineti). Una ulteriore argomentazione etica è proposta dalla Federazione Italiana dei Settimanali Cattolici (FISC), che individua per i media cattolici la funzione di "presidio territoriale di straordinaria valenza teologica e democratica", paragonabile alla free press degli Stati Uniti. Di qui una serie di operazioni, coordinate dall’Ufficio per le comunicazioni sociali della Cei: il potenziamento del quotidiano L’Avvenire (90.000 copie circa nel 1999), sotto la direzione di Dino Boffo, l’istituzione di una rete televisiva digitale via satellite, Sat 2000 che trasmette dal febbraio 1998, capofila di una catena di 35 televisioni ecclesiali locali, la contemporanea creazione di Blu Sat 2000, emittente radio via satellite, che integra le circa 250 radio ecclesiali locali, la fondazione del Consorzio Radiotelevisioni Libere Locali (Corallo) come punto di riferimento del sistema radiotelevisivo della Chiesa cattolica italiana, il rilancio del SIR, Servizio Informazione Religiosa, agenzia giornalistica della Cei; un piano di sinergie economiche, tecnico-amministrative e pubblicitarie tra i 142 settimanali cattolici aderenti alla Fisc (tiratura complessiva un milione e 100 mila copie).
Il censimento non sarebbe completo se non citasse, almeno, le 42 riviste missionarie facenti capo alla Federazione stampa missionaria italiana, la Missionary service news agency, le 650 circa testate prodotte dalle associazioni e dai movimenti (Azione Cattolica, Focolari, Comunione e Liberazione, Acli...), le 320 testate dei santuari, specialmente mariani, le 422 riviste delle congregazioni e ordini religiosi maschili e femminili, i circa 15.000 bollettini parrocchiali, le testate prodotte dalle Edizioni Paoline e quelle del Gruppo del messaggero di Sant’Antonio, i due quotidiani cattolici locali Eco di Bergamo (60.000 copie) e Cittadino di Lodi (15.000 copie), le riviste di spiritualità, teologia e cultura (Civiltà Cattolica, Vita e Pensiero, Studium, Studi cattolici, Concilium, Aggiornamenti sociali, Testimonianze, Rocca, Rivista di teologia morale...), le oltre 200 case editrici, di cui le 60 più importanti e le 200 librerie sono associate nella UECI (Unione editori e librai cattolici italiani), con la pubblicazione di quasi 2000 titoli nuovi l’anno.
Malgrado l’imponenza dello schieramento e il suo radicamento capillare nel territorio e nell’istituzione ecclesiastica, il ruolo della presenza cattolica nella stampa e nel mondo editoriale resta minoritario. Le pubblicazioni riconducibili ai cattolici oscillano intorno alle 3000 testate. La fetta di mercato dell’editoria cattolica non supera l’8% dei libri in commercio in Italia. I tre quotidiani raggiungono appena il 3% della diffusione totale quotidiana e un’indagine commissionata da L’Avvenire nel 1996 ha confermato che tra i praticanti legge L’Avvenire qualche volta il 15%, una volta la settimana l’8% e tutti i giorni appena il 2%. "La presenza cattolica rispetto ai grandi gruppi industrial-finanziari-editoriali non ha (e realisticamente non potrebbe nemmeno ambire di avere) mire egemoniche o per lo meno nettamente alternative rispetto al grande circuito nazionale in cui dominano pochissimi protagonisti" (Aggiornamenti sociali, 3, 1993).
È ancora la via della ‘coscienza critica’ che i responsabili indicano come funzione specifica dei media cattolici. Questi si sentono sollecitati a qualificarsi sempre di più, nella ‘Babele informativa’ attuale, in termini di professionalità e di risposta informativa ai bisogni del territorio di diffusione, e a sviluppare sinergie operative e produttive, per realizzare una presenza sempre più qualificata, aperta alle innovazioni tecnologiche e alla nuova cultura mediale. A evitare possibili rigurgiti integristici, una prospettiva di ricerca e impegno comuni, in dialogo con tutte le persone di buona volontà (trattandosi di tutelare valori come la libertà dalla pressioni manipolatrici e la verità nell’informazione) è proposta nel 1996 dall’Ucsi ai professionisti dell’informazione e alle autorità istituzionali per l’istituzione di un Comitato nazionale di Media Etica, utile alla protezione della libertà di coscienza dei recettori da manipolazione e violenza, in analogia con lo statuto della Commissione nazionale di Bioetica e tenendo conto delle esperienze positive in corso in altri Paesi. Il principio generale richiamato è che "non tutto quanto è possibile è anche lecito".
La proposta è ripresa e raccomandata da Giovanni Paolo II in un messaggio per il 40° dell’UCSI, nel quale il Papa afferma che "l’idea rilanciata recentemente di un Comitato di etica dei media, che vigili sulle possibili manipolazioni dell’informazione, si inserisce nella tradizione culturale della dottrina sociale della Chiesa e riafferma il principio secondo il quale, anche nel mondo della comunicazione sociale, non tutto ciò che è tecnicamente possibile è moralmente lecito" (L’Osservatore Romano, 23 settembre 1999). (Etica della comunicazione)

11. Conclusione: tra opzione profetica e assimilazione imperiale

. Tuttavia la preoccupazione della Chiesa cattolica in Italia di dotarsi, alla fine del secolo XX, di un proprio parco mediale e di usarlo come organico ai propri fini pastorali postula una serie di decisioni e di interventi che vanno oltre il livello tecnico, professionale e organizzativo. Alla fine degli anni Novanta, il tentativo gerarchico di ridurre l’autonomia di Famiglia Cristiana ha fatto emergere il ritorno di tendenze neointransigenti nella prassi ecclesiastica, con l’accentuazione di forti elementi di appartenenza confessionale, di centralità istituzionale, di motivi di contrapposizione verso il mondo laico nella gestione dei media cattolici. Anche questa vicenda, posta a epilogo di una storia travagliata, ha contribuito – accanto all’aggravamento delle tendenze conformistiche e della deculturazione spettacolare nell’informazione religiosa dei media italiani – a portare allo scoperto quanto di difensivo e di culturalmente carente caratterizza le nostalgie o i processi di adattamento del mondo cattolico alle trasformazioni della società globalizzata al varco del Millennio.
In definitiva, la Chiesa italiana ha accettato di entrare pienamente e senza le vecchie riserve nel gioco dei media, fino a ritagliarsi uno spazio autonomo nel sistema del maggiore potere sociale moderno, per così dire, cavalcando la tigre. Ma i problemi posti da questa opzione ‘missionaria’, legata all’ideologia della cristianità, sembrano rinviare a una alternativa di fondo, che è solo marginalmente presente nel dibattito: se sia veramente possibile assicurare la libertà della Chiesa dinanzi al nuovo ‘impero globale’ ed esercitare in modo credibile la funzione critico-profetica caratteristica di un cristianesimo rivissuto come minoranza, e nello stesso tempo prodigarsi a ristrutturare la pretesa di una Chiesa societas perfecta, autosufficiente, mediante il rafforzamento strutturale di un nuovo, aggiornato regime di cristianità, sostenuto dalle antenne paraboliche e dagli introiti dell’8 per mille concordatario. Oppure, se sia preferibile riprendere il progetto conciliare di mediazione e di dialogo con la modernità, per privilegiare la partecipazione dei cristiani, nella loro ben formata coscienza, libertà e professionalità, e fuori di ogni pretesa clericale di contare nel mondo con i mezzi del mondo, alla formazione di un ethos collettivo per i media, al servizio del bene comune. (Chiesa e comunicazione)

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