Commedia all'italiana

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Locandina del film La Grande Guerra, diretto nel 1959 da Mario Monicelli
Vengono raccolti in questa definizione molti titoli di opere che, negli anni Sessanta, hanno contribuito alla nascita di un vero e proprio genere cinematografico che, per molti anni, ha caratterizzato l’immagine stessa del cinema italiano e della sua maggiore produzione.
Direttamente radicata nel neorealismo, soprattutto in quella parte cosiddetta ‘rosa’ della produzione di questo movimento (i film di Castellani, Zampa, Comencini), la c.a.i. rappresenta un modo e un’ottica diversi con cui raffigurare la realtà dell’Italia in quel periodo; una realtà che era notevolmente cambiata dal dopoguerra in poi e che aveva prodotto dei mutamenti sostanziali nel costume, nella società, nei valori, nel comportamento stesso del popolo italiano. La chiave di lettura e di rappresentazione di questo genere è, appunto, la commedia, con cui si ridicolizzano e si mettono alla berlina i "vizi privati e le pubbliche virtù" di un’intera nazione. Il punto di partenza resta, comunque sempre, la realtà; la cronaca quotidiana, che, nelle mani di un nutrito stuolo di acuti sceneggiatori, viene tradotta in opere cinematografiche, attraverso le quali è possibile individuare un documento antropologico e di costume di un’epoca e di un popolo.
C’è da notare, d’altra parte, come la commedia, da sempre, sia stata uno dei generi della comunicazione, attraverso il quale i comportamenti e le tendenze di una determinata società sono stati letti, usando il linguaggio efficacissimo del sorriso e della satira. Basterebbe pensare ad Aristofane per il teatro greco classico, a Plauto e Terenzio per quello latino e, via via, ad autori come Molière o Goldoni.
I temi che costituiscono la piattaforma su cui si basa la commedia, coinvolgono tutti gli aspetti della realtà contemporanea di quel periodo: la famiglia, il mondo del lavoro, la politica, i grandi eventi della storia, che vengono rivisitati dal punto di vista dell’italiano medio che li ha vissuti e sopportati.
Tra i registi che hanno contribuito maggiormente ad alimentare tale genere Mario Monicelli è quello che ha inaugurato la stagione della commedia con I soliti ignoti (1958); un film che, mediante la rappresentazione delle disavventure di un gruppo di improvvisati quanto maldestri scassinatori, riesce a dare un’immagine credibilissima di molti aspetti di un paese attraversato da profondi mutamenti. Non a caso, i protagonisti appartengono a tutto l’universo geografico italiano e nel loro intimo sono portatori di nuovi ‘valori’ emergenti: il consumismo e una nuova morale che propugna il successo economico e la ricchezza come uniche vie per raggiungere la felicità. Altro film fondamentale di Monicelli è La grande guerra (1959), opera che ha come protagonisti due antieroi. Ambientato durante la prima guerra mondiale, il film rivisita, in chiave tragicomica, un grande evento storico vissuto sulla propria pelle dai due protagonisti che rappresentano quegli atteggiamenti caratteristici di un certo tipo di italiano, in cui vigliaccheria ed eroismo, qualunquismo e idealismo, piacere e dovere convivono senza troppe contraddizioni.
Sempre di Monicelli sono film come I compagni (1963), ambientato nella Torino operaia della fine del secolo scorso; L’armata Brancaleone (1966), rilettura grottesca del Medioevo; La ragazza con la pistola (1968), film che ironizza in maniera divertente e puntuale su certi aspetti della condizione della donna nel meridione d’Italia.
Insieme a Monicelli, Dino Risi è certamente l’esponente più significativo di questo gruppo. Suoi sono film come Il vedovo (1958), La marcia su Roma (1962), Il sorpasso (1962), I mostri (1963), I complessi (1965), Straziami, ma di baci saziami (1968), tutte opere attraverso le quali l’Italia del boom economico degli anni Sessanta viene vista e giudicata con un occhio demistificante, usando il filtro del sorriso. C’è da dire, tuttavia, che né Risi né gli altri banalizzano mai le situazioni presentate. I riferimenti, gli spunti desunti dalla realtà contemporanea, offrono sempre un’occasione per poter riflettere. Di fatto, molti dei finali di questi film, rinunciano a qualsiasi happy end consolatorio, inducendo così lo spettatore a pensare: il sorriso è solo un’arma per condurre e riportare il discorso in un ambito più ‘serio’.
Lo stesso accade quando è la storia a essere oggetto della c.a.i. Sempre Risi, con La marcia su Roma, affronta il tema dell’avvento del fascismo, attraverso le vicende di due italiani qualsiasi, i quali vivono tale ‘avventura’ con un’ottica del tutto disincantata e incarnando quell’atteggiamento tipicamente italiano che porta a vivere il rapporto con il potere in maniera distaccata, individualista, mai compromettente.
Il regista che più di tutti riesce a coniugare il linguaggio della c.a.i. con l’impegno politico è Ettore Scola. Infatti i suoi film, più degli altri di questo genere, si propongono come delle profonde riflessioni attorno a determinate realtà che si sono affermate all’interno della società italiana, dal dopoguerra in poi. Nelle sue opere il sorriso viene sempre stemperato da una dimensione agrodolce, che riconduce lo spettatore all’interno di una condizione attuale su cui riflettere. In questo modo, divertimento e impegno convivono, attraverso una dimensione comunicativa accessibile a tutti, ma ricca di stimoli e di spunti su cui meditare. Suoi sono film come Il commissario Pepe (1969), Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca (1970) e la sua massima prova in questo genere C’eravamo tanto amati (1964): film in cui Scola riesce efficacemente a unire la commedia con la storia – anche quella del costume e del cinema – dell’Italia repubblicana. Scola sarà anche il regista del film che viene considerato come quello che chiude la stagione della c.a.i.: Una giornata particolare (1977), un’opera in cui il regista ricorre a due attori-simbolo di questo genere per incarnare due ruoli completamente antitetici rispetto ai loro caratteri: Marcello Mastroianni, il latin lover per eccellenza, interpreta infatti la parte di un omosessuale; Sophia Loren, classica bellezza mediterranea, quella di una casalinga avvizzita e succube di un marito-padrone.
Oltre a questi autori, che rappresentano i registi più significativi della c.a.i., ce ne sono altri che già avevano fatto la loro comparsa nel panorama cinematografico italiano del dopoguerra. Abbiamo così presenze come quelle di Luigi Zampa, che firma Il vigile (1960) e Il medico della mutua (1968); di Pietro Germi, con Divorzio all’italiana (1961), Sedotta e abbandonata (1963) e Signore e signori (1966); di Alberto Lattuada con Mafioso (1962); di Luigi Comencini con Tutti a casa (1960) e A cavallo della tigre (1961); di Luciano Salce con Il federale (1961) e La voglia matta (1962); di Antonio Pietrangeli con La visita (1962) e Io la conoscevo bene (1965). Sono chiaramente solo alcuni esempi che testimoniano una produzione molto copiosa e caratterizzata dalla presenza dei nomi più prestigiosi del cinema italiano.
Per completare questa rapida analisi sulla c.a.i., è necessario menzionare anche gli sceneggiatori, il cui lavoro risulta essenziale nella costruzione e nella scansione narrativa di questi film. Appartengono a tale fondamentale categoria nomi come quelli di Age (Agenore Incrocci), Scarpelli, Sonego, Benvenuti, De Bernardi, Maccari, oltre a quello di Scola il quale inizia la propria attività di cineasta proprio come sceneggiatore. Ebbene, la loro opera in qualità di ‘scrittori per il cinema’ costituisce l’anima stessa del film; senza il loro lavoro, minuto, attento, senza la loro osservazione scrupolosa – a volte profetica – della realtà italiana di quegli anni, la c.a.i. non esisterebbe; in molti casi, gli sceneggiatori vanno considerati come i veri autori di questi film.
Importante, infine, è considerare il ruolo giocato dagli attori: il volto che dà vita al personaggio, al carattere, all’immagine dell’italiano che si vuole rappresentare. Gli attori sono un po’ sempre gli stessi: Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Nino Manfredi, Alberto Sordi. Soprattutto quest’ultimo, in una lunga serie di film, quasi sempre dal titolo formato da una sola parola (Il vigile, Lo scapolo, Il vedovo, Il moralista, Il marito, Il commissario, Mafioso, Il diavolo, Il boom), incarna, in maniera calzante ed efficacissima, la figura del cosiddetto ‘italiano medio’, carico dei suoi tantissimi difetti e provvisto di scarsissime virtù.
Vedere i film della c.a.i. è come assistere a una lettura, divertente e seria al tempo stesso, di tutta un’epoca: un documento di un periodo della storia italiana, che il cinema ha puntualmente interpretato e giudicato, attraverso la lente del sorriso e dell’ironia; una lente altrettanto severa e fedele nel rappresentare, nel bene e nel male, i caratteri, le tendenze di una determinata società: un modo, altrettanto valido, di leggere la realtà. I molti finali amari che contraddistinguono i film di questo genere sono un test attendibilissimo di come la ca.i. si sia posta in maniera creativamente dialettica nei confronti della realtà di un Paese in profonda trasformazione come lo era l’Italia degli anni Sessanta. D’altra parte, il suo stile, il suo modo di graffiare la realtà hanno lasciato un segno e un’impronta ancora riscontrabili in molte commedie del cinema italiano contemporaneo.

Bibliografia

  • GIACOVELLI Enrico, La commedia all’italiana, Gremese, Roma 1995.
  • VIGANÒ Aldo, Commedia italiana in cento film, Le Mani, Recco (GE) 1998.

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Come citare questa voce
Tagliabue Carlo , Commedia all'italiana, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (06/12/2021).
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