Comunicazione internazionale

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Dire che la c.i. è di vitale importanza è cosa ovvia. Oggi non si può più valutare il sistema delle comunicazioni di un Paese o di una società senza prendere in considerazione il suo rapporto con il resto del mondo. Una questione o un evento apparentemente locali presentano sempre degli aspetti di carattere internazionale o globale. Per molti anni si è creduto che la c.i. si occupasse essenzialmente dei rapporti tra comunicazione e sviluppo, o del flusso di informazioni tra i Paesi, o ancora del dibattito sul Nuovo Ordine Mondiale dell’Informazione e della Comunicazione (NWICO - New World Information and Communication Order; Rapporto MacBride).
In realtà oggi la c.i. tratta di altre questioni come: gli accordi sugli standard della trasmissione dei dati, l’assegnazione delle frequenze o delle orbite satellitari, gli accordi sulle tariffe telefoniche e postali, il dibattito sul ‘colonialismo elettronico’, la concentrazione dei media, la pirateria e i diritti d’autore (Diritto e comunicazione), il flusso delle informazioni e dei programmi di intrattenimento, l’imperialismo culturale, l’immagine dei Paesi del Terzo mondo offerta dai media occidentali.
Il rapporto inevitabile tra locale e globale nell’ambito della c.i. introduce una serie di tensioni. Per esempio, i Paesi in via di sviluppo vorrebbero poter utilizzare le nuove tecnologie di comunicazione per promuovere lo sviluppo, ma al tempo stesso si preoccupano di proteggere il loro ambiente sociale e culturale; non intendono perdere la loro parte di economia dell’informazione e quindi cercano con tutte le forze di superare il gap intellettuale indotto dalle nuove tecnologie. In un’era in cui i confini nazionali e culturali sono minacciati e la linea che separa le tecnologie dell’informazione e i media sta velocemente scomparendo, gli Stati sono costretti a partecipare al dibattito sulla c.i. per poter giungere ad accordi da cui possano trarre beneficio tutti.

1. Definizione

Non si può definire la c.i. come la semplice comunicazione tra diversi Paesi. Una simile definizione sarebbe troppo ampia di raggio e troppo povera di contenuto. Secondo Fortner, nello studio della c.i. si debbono prendere in considerazione sei aspetti: l’intenzionalità, i canali, le tecnologie di distribuzione, la forma del contenuto, le conseguenze culturali e gli aspetti politici.
a) Per poter definire una comunicazione internazionale, chi comunica deve innanzitutto intenderla come tale. La sola ricezione del segnale di una stazione radiofonica o televisiva di un Paese non è sufficiente a renderla internazionale, in quanto non intenzionale. Al contrario, le trasmissioni della BBC World Service Television o della CNN possono essere definite internazionali perché sono espressamente realizzate per oltrepassare i confini nazionali.
b) Nella c.i. i media, attraverso i loro canali, giocano un ruolo assai significativo, siano essi pubblici o privati.
c) La comunicazione dipende anche dal tipo di tecnologia di distribuzione impiegata per trasmettere. Il software mediale può essere veicolato da onde elettromagnetiche (via etere, via cavo coassiale o per mezzo di fibre ottiche) oppure registrato su pellicola o su cassette audio-video.
d) Per quanto riguarda il contenuto, cadono sotto la definizione di c.i. molte forme diverse. Sono tali le informazioni ‘grezze’ inviate da agenzie di informazioni come la Reuter o l’AFP, l’intrattenimento, i programmi di attualità e informazione, i dati informatici e i software forniti da banche dati e società internazionali per il trattamento dati, i servizi vocali e telegrafici distribuiti da società come Telecom Italia, i messaggi criptati sui canali militari, i dispacci diplomatici, la posta elettronica, i fax e telex, i dati trasmessi e ricevuti da società transnazionali come le banche.
e) A prescindere dalla forma adottata, la c.i. produce delle conseguenze culturali. Che si tratti di informazione o di intrattenimento, ogni atto della comunicazione di massa, in quanto attività simbolica, ha un impatto sulla cultura. Si pensi, per esempio, allo scontro continuo tra l’appello dei Paesi più potenti alla libertà di comunicare e l’intenso sforzo di quelli meno avanzati nel cercare di salvaguardare le proprie culture indigene.
f) La c.i. produce conseguenze non solo culturali ma anche politiche. Ogni atto di comunicazione, per sua stessa natura, è politico in quanto implica relazioni di potere. Ogniqualvolta la comunicazione oltrepassa i confini nazionali, assume una portata politica dal momento che condiziona in qualche modo l’equilibrio dei poteri interni. La c.i. può essere più o meno apertamente politica: mentre la propaganda e l’informazione di parte sono esempi di c.i. dichiaratamente politica, le discussioni durante le conferenze internazionali come la International Telecommunication Union (ITU) hanno implicazioni politiche molto più sottili.
A prima vista sembrerebbe che la c.i. stia unificando il mondo. Un’analisi più attenta, però, rivela quanto ciò non sia del tutto vero. All’interno della c.i. possiamo infatti notare un duplice movimento: da una parte gli utenti si dirigono verso un consumo globale di prodotti mediali come film, musica e programmi televisivi, partecipando così a sistemi di informazione globali; dall’altra hanno accesso a forme di intrattenimento e informazione assai personalizzate con il rischio di rendere obsoleto il concetto stesso di sistema nazionale o internazionale della comunicazione di massa. Pertanto nel panorama della c.i. di oggi il globale cerca sempre di adattarsi al locale e viceversa.
Possiamo spiegare meglio la natura della c.i. offrendo alcuni esempi. Le trasmissioni internazionali via etere, per esempio, sono oggi presente in più di 100 Paesi: tra i broadcaster internazionali più famosi ricordiamo BBC Worldwide, Radio Mosca, Voice of America, Deutsche Welle, RAI International. Le trasmissioni pirata e clandestine sono altri due esempi classici: le prime sono interamente finanziate da privati, mentre le seconde ricevono fondi da un Paese (la cui identità deve rimanere segreta) a favore di un altro. Altri esempi di c.i. sono la telegrafia internazionale, la telefonia e la comunicazione dati, i servizi di agenzie come la AP (Associated Press), l’UPI (United Press International), Reuter e AFP (Agence France Press), nonché il traffico televisivo internazionale.

2. Un excursus storico

Pur essendo impossibile stabilire il momento esatto in cui comincia a diffondersi la c.i., tuttavia possiamo rintracciare le sue origini intorno alla prima metà del XIX secolo. In quel periodo il grande sviluppo delle tecnologie della comunicazione costringe le nazioni a raggiungere un accordo su certi standard operativi. Nel 1837 il telegrafo elettrico cominciava a funzionare con successo, mentre la Francia usava ancora il sistema di telegrafia ottica. Comunque è solamente nell’ultima decade del XX secolo che le questioni di c.i. diventano cruciali per la sopravvivenza di tutti i Paesi.
Nel ricostruire la lunga storia della c.i., Fortner distingue tre fasi: 1. La fase delle convenzioni internazionali (1835-1932); 2. La fase della politicizzazione e della propaganda (1933-1969); 3. La fase della complessità e della proliferazione crescenti (1970-oggi).
Come vedremo, con il passare degli anni la c.i. èdiventata sempre più importante per tutti i Paesi, tanto da essere spesso causa di conflitto.

2.1. La fase delle convenzioni internazionali (1835-1932).
Durante questa prima fase il problema della c.i. era legato al rapido sviluppo di tecnologie della comunicazione come il telegrafo e la telefonia, e alla necessità di raggiungere al più presto un accordo sugli standard unitari da adottare. Era un problema che riguardava essenzialmente il contesto europeo. I governi imperiali usavano le nuove tecnologie a loro vantaggio per controllare meglio le colonie e monitorarne da vicino le questioni interne. Per esempio, la Gran Bretagna fu in grado di stendere la prima rete sottomarina di cavi da Dover alla Francia nel 1851 per il telegrafo e nel 1861 per il telefono, da Londra a New York nel 1866 e per Bombay in India nel 1870.
Oltre ai governi imperiali, c’erano anche altri operatori interessati alla c.i. Grazie ai tanti inventori presenti nei diversi Paesi (tra cui Canada, Francia, Germania, Regno Unito e USA) cominciarono a nascere in questi anni le prime compagnie transnazionali: le Compagnie associate Marconi e la Cable and Wireless nel Regno Unito, la Siemens e Slaby-Arco (Telefunken dopo il 1903) in Germania, la Thomson in Francia, la General Electric e la RCA negli USA. L’inventore del telegrafo senza fili, Guglielmo Marconi, ottenne il brevetto della sua scoperta in Gran Bretagna, dal momento che il governo italiano dell’epoca non aveva mostrato interesse. La nazione di adozione riservò grandi riconoscimenti a Marconi che, a sua volta, aiutò la più grande potenza marinara del tempo a rafforzare la sua posizione attraverso l’installazione di stazioni radiotelegrafiche di alta potenza.
In questo periodo furono anche stipulati molti accordi internazionali. Seguendo l’invito di Napoleone III alla Conferenza di Parigi (1865) affinché si superassero le disparità tra i due gruppi telegrafici europei (la Telegraph Union austro-tedesca e quella dell’Europa orientale), gli Stati partecipanti si dichiararono d’accordo nell’adottare il Codice Morse per la telegrafia internazionale e nel creare una International Telegraph Union (ITV). Dopo il disastro del Titanic (aprile del 1912) in molti Paesi maturò la convinzione che la comunicazione telegrafica doveva essere organizzata a livello internazionale. Temi fondamentali furono discussi nel corso della Conferenza di Parigi del 1921; il risultato di queste discussioni fu l’adozione, sei anni più tardi, della Convenzione e Regolamentazione della radiotelegrafia internazionale da parte di tutti i principali Paesi, tranne l’Unione Sovietica.
In questo stesso periodo gli Stati cominciarono a impegnarsi nella propaganda, vale a dire, per usare la definizione di Jacques Ellul, nella guerriglia psicologica per rieducare gli individui. In generale, la propaganda possiede le seguenti caratteristiche: tende deliberatamente a oltrepassare i confini nazionali; è diretta verso una popolazione specifica; persegue obiettivi prestabiliti, tra cui quello di giustificare le proprie posizioni; possiede insieme tratti di verità e falsità; considera i destinatari come massa e non come individui.
Anche se durante la prima guerra mondiale la propaganda veniva usata sia dalle forze alleate che dai loro nemici, i veri maestri erano gli inglesi. Sapevano impiegare i mezzi più diversi: poster, opuscoli, cartoline e francobolli; affidavano a speaker specializzati, dotati di lanterna magica, il compito di condizionare la gente nei teatri; producevano film e libri; fornivano informazioni e pubblicità ai giornali e alle agenzie stampa, soprattutto la Reuter. Durante la grande guerra, ogni Paese cercò di distruggere le infrastrutture di comunicazione dei nemici e di proteggere al massimo le proprie. La Gran Bretagna tagliò i cavi della Germania, costringendola a usare il telegrafo senza fili. La Francia cercò di creare interferenze nei messaggi trasmessi dalla Germania. Il telegrafo divenne insomma l’apparato di ‘comando e controllo’ della grande guerra.
Questo periodo vide anche il rapido sviluppo della radio e lo scontro tra governi e gruppi commerciali per accaparrarsi l’audience del nuovo medium. Nel 1927 sia l’Unione Sovietica sia i Paesi Bassi cominciarono a trasmettere su scala internazionale e già nel 1930 l’Olanda era in grado di farlo in 20 lingue diverse. Anche le organizzazioni religiose guardavano alla radio come a un dono del cielo per l’opera di evangelizzazione. La Chiesa cattolica diede il via alla sua prima grande iniziativa nel settore con le trasmissioni di Radio Vaticana (febbraio del 1931).

2.2. La fase della politicizzazione e della propaganda (1933-1969).
Con l’inizio della seconda fase, la c.i. non viene più vista come un problema da risolvere ma come una minaccia. La ragione del mutamento è semplice.
Durante questo periodo il mondo vive il dramma di una seconda guerra mondiale e, successivamente, il processo di democratizzazione delle ex-colonie. Così come i Paesi in guerra sapevano bene quanto fosse importante dominare la propaganda via radio, anche le nuove repubbliche, nate dalle ex colonie, si rendevano conto di dover affrontare la propaganda che le due superpotenze USA e URSS lanciavano nei loro riguardi. Di conseguenza, la c.i. finì con il creare tensioni e conflitti tra Stati.
Dopo l’esperienza della prima guerra mondiale, quasi tutti i Paesi coinvolti nel secondo conflitto ricorsero massicciamente alla propaganda. Mentre Mussolini in Italia curava in modo particolare i ‘megafoni del regime’, nel 1933 Hitler creò un ministero della Propaganda e lo affidò a Joseph Goebbels: entrambi erano fermamente convinti che la radio potesse essere usata con grande efficacia sia per motivare i tedeschi a sacrificarsi in nome di una Germania più potente che per scoraggiare gli avversari. La Germania nazista e l’Italia fascista si consideravano alleati e già nel 1935 avevano invaso tutta l’Europa, il Nord Africa e le Americhe di una pioggia di messaggi minacciosi. La BBC iniziò le sue trasmissioni in tedesco durante la crisi di Monaco nel 1938 e due anni più tardi impiantò una radio clandestina per raggiungere la stesa Germania. Gli USA utilizzarono The Voice of America (VOA) per rivolgersi al popolo del Terzo Reich. Prima ancora che la seconda guerra mondiale scoppiasse nel 1939, la Germania nazista trasmetteva in 26 lingue diverse, l’Italia in 23, l’Unione Sovietica in 13 e la BBC in 10.
Nel tentativo di arginare l’impatto della propaganda straniera, gli Stati cercarono di controllare l’informazione che raggiungeva le loro popolazioni. Durante la seconda guerra mondiale furono impiegate tecniche diverse, dal blocco totale della ricezione di qualsiasi programma radiofonico al jamming, la deliberata interferenza dei segnali radio. Usato per la prima volta in Argentina nel 1922, il jamming fu ampiamente usato nel conflitto. I governi escogitarono tutta una serie di modi per regolare e controllare la ricezione delle trasmissioni radiofoniche: confiscarono le stazioni emittenti, dichiararono illegale l’ascolto dei programmi stranieri e qualche volta impiantarono radio a basso costo che trasmettevano solo informazioni locali. Una tecnica utilizzata in maniera particolarmente efficace dagli inglesi era il piggybacking, consistente nel sovrapporre ai segnali originali scherzi, risate, grida e fischi. Per esempio, ai discorsi di Hitler venivano spesso sovrapposti risate e lazzi.
Inoltre, entrambi i fronti di guerra sfruttarono le trasmissioni radiofoniche come forma di spionaggio. Ascoltando le trasmissioni, militari e non, si potevano ottenere informazioni di importanza vitale riguardanti il morale dei cittadini, la carenza di cibo, i problemi di trasporto, le vittime di guerra, i danni inflitti dai bombardamenti, le comunicazioni dei politici e dei militari, i movimenti delle truppe di terra e di mare, compresi i sottomarini.
Prima del conflitto, le tre maggiori agenzie di stampa (Reuter, Havas e Continental-Wolff) avevano formato un cartello che lo scoppio della guerra costrinse a sciogliere. Continental-Wolff sopravvisse alla guerra con difficoltà e anche la Reuter entrò in crisi. Di conseguenza, dopo la guerra, le agenzie americane AP (Associated Press) e UPI (United Press International) ebbero il sopravvento.
Nel 1945 il mondo si trovò profondamente cambiato. A causa delle posizioni contrapposte di USA e URSS, l’arena internazionale si era polarizzata. Lo scontro tra gli USA, autoproclamatisi ‘leader del mondo libero’, e l’Unione Sovietica era cominciato. Alcuni eventi – letti nell’ottica della contrapposizione – contribuirono a elevare la tensione: il colpo di Stato in Cecoslovacchia nel 1948, il blocco sovietico di Berlino Est, la formazione della NATO (North Atlantic Treaty Organization) nel 1949, lo scoppio della guerra di Corea nel 1950.
In questo periodo, gli imperi coloniali europei cominciarono a vacillare sotto la spinta dei movimenti di indipendenza delle nuove repubbliche sorte dalle ex colonie di Asia e Africa. Attraverso aiuti economici e strategie simili, le superpotenze sostennero questi movimenti, contribuendo ulteriormente alla divisione in due blocchi.
Nel 1945 a San Francisco la pace portò all’incontro di 50 Paesi che firmarono la Carta delle Nazioni Unite. Due anni più tardi la International Telecommunications Union diventava un’agenzia speciale dell’Onu. Nel 1948 le Nazioni Unite dichiararono la libertà di informazione un diritto fondamentale di tutti i popoli. Con la promozione di questo diritto, si gettava nell’arena internazionale il seme di tutta una serie di futuri dibattiti sul Nuovo Ordine Mondiale della Comunicazione e Informazione. All’idea di un Nuovo ordine si opposero gli USA che invece sostenevano il concetto del ‘libero flusso’. Nessun governo – insistevano – può imporre alcuna restrizione sul libero flusso dell’informazione, nemmeno quando supera i confini nazionali. Questa posizione favorì il predominio delle nuove agenzie di stampa (Reuter, AP, UPI, AFT e in misura minore la TASS) che, finanziate da risorse provenienti dai Paesi dell’emisfero settentrionale, prestavano ben poca attenzione alle nazioni più povere. Di conseguenza, la copertura del Terzo mondo era limitata ai colpi di Stato e alle calamità naturali.
La pace permise lo sfruttamento a scopi benefici di alcune innovazioni adottate durante la guerra. Per esempio, la tecnologia delle microonde, originariamente sviluppata per i sistemi radar, poteva essere usata per veicolare informazioni, mentre i missili balistici potevano servire a mettere in orbita i satelliti per comunicazioni. Alcuni Paesi però continuarono a impiegare alcune pratiche tipiche della guerra, come il jamming. Per esempio la Cina, anche più recentemente, ha provocato interferenze sulle trasmissioni della BBC e di Voice of America durante gli incidenti di Piazza Tien An Men (1989).
Questa seconda fase nello sviluppo della c.i. ha anche visto l’inizio delle comunicazioni via satellite. Nel luglio del 1962 fu messo in orbita Telstar, il primo satellite per comunicazioni in grado di collegare 23 città europee con altrettante città negli USA, anche se i collegamenti transatlantici potevano essere mantenuti solo per poche ore al giorno. Due anni più tardi si formò un’organizzazione, la Intelsat (International Satellite), tra i 19 Paesi industrializzati cui essa forniva servizi telefonici e fax, trasmissioni radiofoniche e televisive, e circuiti per la comunicazione di dati. Grazie al satellite Intelsat 1 (1965), conosciuto più familiarmente come Early Bird, la Intelsat poteva trasmettere 80.000 conversazioni simultanee.
Come si vede, anche alla fine di questa seconda fase la c.i. continuava a essere oggetto di contesa. Anche se le nuove repubbliche minacciavano in continuazione le fragili alleanze globali, il pericolo di una frammentazione maggiore fu scongiurato grazie alle organizzazioni mondiali espresse dalle Nazioni Unite. All’interno di questi organismi i Paesi più poveri godevano almeno di un’apparente uguaglianza. Una tendenza emersa in questa fase è il crescente potere delle grandi multinazionali, capaci di operare come se fossero al di sopra di ogni regola, nazionale o internazionale. Il potere di queste multinazionali si farà sempre più evidente nella terza fase.

2.3. La fase della complessità e della proliferazione crescenti (1970-oggi).
Nella terza fase, con l’avvento delle nuove tecnologie e la formazione di nuovi Stati indipendenti, i fattori economici competono più che mai con quelli politici nell’arena della c.i. Si combattono nuove battaglie, ad esempio, per la concessione delle frequenze. Mentre i Paesi più ricchi ne vorrebbero sempre di più per nuovi usi, i Paesi in via di sviluppo vorrebbero ottenerne alcune per gli usi di base. Tra i dibattiti che si aprono in questi anni il più importante, cui abbiamo già accennato, è quello sul Nuovo Ordine Mondiale della comunicazione e dell’informazione.
Cambia il modo in cui viene considerata la c.i.: non più un problema da risolvere o una minaccia da contenere, quanto piuttosto una possibilità da sfruttare per ottenerne vantaggi economici o politici. Stretti nella morsa della ‘guerra fredda’ tra le due superpotenze, gli Stati di recente indipendenza reclamano l’uguaglianza mettendo in discussione la convinzione che il ‘libero flusso’ renda visibili i loro problemi. In realtà, i Paesi più ricchi dominano non solo le organizzazioni politiche, ma anche gli apparati simbolici globali. Pertanto, la lotta si gioca nel campo della propaganda, dell’ informazione, dell’intrattenimento, della pubblicità, della musica, dei brevetti e dei marchi registrati. Per esempio, nel settore cruciale dei programmi televisivi, malgrado i tentativi di alcune nazioni di combattere il predominio degli USA e del Regno Unito offrendo produzioni alternative, è evidente come il potere anglo-americano sia decisamente troppo forte.
Con l’avvento di nuove tecnologie (satelliti per telecomunicazioni e broadcasting, fibre ottiche, televisione ad alta densità, riconfigurazione dei servizi internazionali a banda stretta, spostamento dei servizi via cavo verso nuovi metodi di trasmissione e crescita di Internet con il conseguente proliferare dell’ e-commerce) si è ulteriormente diffuso nei Paesi in via di sviluppo il timore che le loro esigenze verranno sempre più ignorate dagli USA, dal Giappone e dall’Europa occidentale. Partendo dalla constatazione di non essere trattati da pari nella comunità internazionale, essi hanno quindi avanzato due importanti richieste:
a) poiché il sistema economico discrimina i Paesi più poveri, occorre stabilire un nuovo ordine economico;
b) poiché nel settore delle comunicazioni i Paesi più ricchi dominano su quelli più poveri, occorre che gli organismi internazionali studino con attenzione il movimento del flusso di informazioni dal centro alla periferia.
In risposta alla seconda richiesta sono stati commissionati numerosi studi sul flusso di informazioni. Conclusione generale: esiste una grande disparità nella distribuzione di tecnologie della comunicazione e tale disparità rende i Paesi più poveri incapaci di arginare la marea di prodotti mediali provenienti dall’Occidente, in particolare programmi televisivi, notizie delle agenzie di stampa, registrazioni sonore. Nel tentativo di ristabilire un certo equilibrio, soprattutto nel settore dell’informazione, alcuni Paesi hanno fondato proprie agenzie di stampa. Tra queste iniziative ricordiamo il Non-Aligned News Pool, creato nel 1976 dai Paesi in via di sviluppo che desideravano "migliorare ed estendere gli scambi reciproci di informazione nonché la diffusione di informazioni obiettive sui Paesi non allineati". Tuttavia, con il passare degli anni è diventato sempre più evidente come queste agenzie di stampa non possano competere con giganti tipo Reuter o AP, in termini sia di volume che di qualità delle informazioni, per cui sono entrate in crisi.
L’altra grande questione fortemente dibattuta in questo periodo riguarda l’imperialismo culturale e la sovranità nazionale. I Paesi in via di sviluppo denunciano il fatto che il predominio dell’Occidente, soprattutto USA, nel campo delle produzioni mediali e culturali determina conseguenze negative sulle loro culture. Alcuni critici, per esempio, hanno sottolineato come questo predominio stia sconvolgendo il vecchio ordine familiare delle società africane creando "nuovi valori e simboli, nuove tecniche di acquisizione di ricchezza, status e prestigio, e nuovi gruppi che nel vecchio ordine non erano presenti". Herbert Schiller, uno dei più importanti sostenitori della tesi dell’imperialismo culturale, già nel 1971 scriveva che il potente sistema di comunicazione degli USA era un "network imperiale emergente". Elliott e Golding sostengono che "il sistema dei media internazionali è un meccanismo per cui le nazioni in via di sviluppo vengono inserite nell’egemonia culturale del capitalismo occidentale". Il dibattito è sempre più acceso dal momento che gli USA continuano a dominare i mercati del mondo con le loro esportazioni di produzioni culturali e software mediali.
La capacità di controllare l’informazione che parte da un Paese o che vi arriva è strettamente connessa alla sovranità nazionale. Per proteggere la propria sovranità molti Paesi hanno cercato di esercitare tale controllo, ma i loro sforzi sono spesso entrati in conflitto con l’Occidente (soprattutto gli USA) che si appella all’idea del ‘libero flusso’ dell’informazione. Il tentativo di controllare l’informazione era evidente nell’Unione Sovietica precedente la perestroika e in Cina persiste ancora oggi nell’era di Internet. Malgrado la sua natura controversa, il diritto degli Stati di intervenire per controllare l’informazione cui sono soggetti ha avuto una sua legittimazione a livello internazionale.
Gli accordi di Helsinki del 1971 avevano stabilito che tutti gli Stati firmatari dovevano "rispettare reciprocamente il diritto di scegliere e sviluppare liberamente i propri sistemi politici, economici, sociali e culturali, come pure le loro leggi e regolamentazioni". Quasi 15 anni dopo, la Commissione Maitland (1985) ha ribadito lo stesso principio: "È competenza dei singoli governi decidere se le telecomunicazioni devono essere possedute e gestite dallo Stato o lasciate in parte ai privati; se devono essere un monopolio o si può permettere la competizione".
Altre questioni, sempre riguardanti la sovranità: un Paese può controllare l’informazione ritenuta pericolosa per il sistema politico o morale interno? Può un Paese controllare l’informazione dei media stranieri che tocca la sua stabilità politica, il suo sviluppo o i suoi interventi in occasione di certe malattie o calamità? Può un governo controllare un contenuto mediale ritenuto capace di distorcere la cultura, la storia o i valori della nazione?
Nella seconda parte di questa terza fase (1986-2000) il mondo è profondamente cambiato. Da un lato la caduta del muro di Berlino (1989) ha inaugurato una nuova stagione nella politica internazionale, dall’altro le Nazioni Unite hanno assunto il ruolo di baluardo della pace intervenendo nei conflitti e nelle guerre che scoppiano in giro per il mondo. Anche se alcuni Paesi e grandi multinazionali continuano a dettare legge in tutto il mondo, le sfide per stabilire nuove gerarchie di potere giungono dai posti più inaspettati, spesso dalla periferia del mondo. Per esempio, il crescente uso di tecnologie personali come videoregistratori, telefoni cellulari e Internet mettono in discussione le vecchie roccaforti del sapere. Nei Paesi in via di sviluppo queste tecnologie personali rappresentano per la gente comune una nuova strategia per evitare la programmazione ufficiale. Danno accesso alla comunicazione a quei gruppi che prima ne erano esclusi. I governi di questi Paesi in genere considerano tali innovazioni o come un potenziale pericolo per il delicato equilibrio politico che sono riusciti a instaurare e per lo sviluppo culturale e sociale, o come un mezzo per perpetuare vecchie relazioni coloniali. Imponendo pesanti dazi doganali sull’importazione di tecnologie, cercano di arginarne la proliferazione, spesso senza risultati. I Paesi occidentali sono invece convinti che la libera comunicazione aperta dall’innovazione tecnologica favorisca i processi di democratizzazione all’interno dei regimi totalitari. L’unica conseguenza negativa, per i Paesi più ricchi, è la crescita della pirateria nel campo del software audiovisivo e informatico con mancato guadagno per milioni e milioni di dollari.
Malgrado l’enorme progresso negli ultimi due decenni del XX secolo, la differenza nel potere di comunicazione dei vari Paesi è disarmante. All’inizio degli anni Novanta gli USA avevano il 37% di tutti i telefoni del mondo, il 16% degli apparecchi radiofonici, il 21% dei televisori, il 21% della circolazione di stampa quotidiana e il 49% della spesa mondiale di pubblicità. I primi dieci Paesi del mondo possedevano il 67% di tutti i trasmettitori televisivi e il 95% della capacità informatica globale in rapporto al valore degli apparecchi installati. Le previsioni non sono incoraggianti. Il segretario generale della International Telecommunications Union (ITU) ha dichiarato che secondo un loro rapporto "non vi è alcun miglioramento significativo nella disponibilità e distribuzione delle telecomunicazioni nella maggior parte dei Paesi in via di sviluppo, persino delle tecnologie per i servizi di base. La situazione rispetto ai molti servizi offerti dalla telematica è anche peggiore e la prospettiva è che le cose subiranno un ulteriore peggioramento.
Riguardo ai flussi transnazionali di dati, i Paesi poveri sono anche i più svantaggiati poiché mancano delle possibilità di accesso. La struttura del nuovo mercato nega loro ogni inserimento in quanto privi delle risorse necessarie per dotarsi della tecnologia hardware e software. Di conseguenza molti di questi Paesi, soprattutto in Africa e in Sud America, sono bloccati da difficoltà sempre più pesanti. Gli studiosi parlano oggi di information gap e del suo ruolo su scala globale per denunciare il ‘divario digitale’ che si sta creando tra i Paesi.
Incapaci di competere con i giganti internazionali nella produzione sia di informazione sia di intrattenimento televisivo, molti governi hanno privatizzato i loro sistemi radiotelevisivi e, in certi casi, aperto le frontiere ai media stranieri. Alcune società dominano nel campo dell’informazione internazionale: CNN, Sky News, Visnews e BBC World Service Television. I Paesi più poveri hanno fatto qualche debole tentativo di arginare l’invasione straniera, ma senza alcun successo. Il sistema dell’informazione continua a essere pilotato dai giganti occidentali e le denunce del Terzo mondo rimangono di fatto ignorate.

3. Il sistema internazionale dell’informazione

16 gennaio del 1991: comincia la Guerra del Golfo. L’evento che attira l’audience più vasta in tutta la storia dei media USA: il 78,8% degli americani è incollato agli schermi televisivi a seguire le news della CNN. Persino gli ufficiali iracheni seguono la CNN per gli ultimi aggiornamenti sull’andamento del conflitto. Con la Guerra del Golfo appare improvvisamente sulla scena dei media internazionali un network veramente internazionale, il Cable News Network (CNN).
Già subito dopo l’invenzione di Gutenberg, gli stampatori si resero conto che la gente era disposta a pagare per avere informazioni. Meno di un secolo dopo, si pubblicavano fogli contenenti informazioni. Nel 1835 Charles Havas, giovane francese di origine portoghese, organizzò un servizio per raccogliere in tutta Europa notizie che potessero interessare uomini d’affari, finanzieri e diplomatici. Presto altri seguirono il suo esempio. Il servizio avviato da Havas diventò in seguito l’Agenzia Havas, chiusa durante la seconda guerra mondiale e rinata nel 1944 come Agence France Press, oggi funzionante grazie a forti sussidi del governo francese. La rete mondiale della AFP copre 165 Paesi, di cui 110 con una sede e 50 con un corrispondente locale. La copertura riguarda 5 aree: Nord America (9 sedi), America Latina (15 sedi), Asia-Pacifico (25 sedi), Europa-Africa (36 sedi europee, 16 africane). In Francia, il network regionale comprende sedi a Bordeaux, Lille, Lione, Marsiglia, Rennes, Strasburgo e Tolosa.
Ai tempi della Havas un impiegato, il tedesco Paul Jilius Reuter, creò un sistema di trasporto postale, prima con i piccioni e poi per via telegrafica, per consegnare le informazioni finanziarie ai suoi clienti. In seguito Reuter si trasferì a Londra dove fondò quella che oggi è conosciuta come l’agenzia Reuter. Il gruppo Reuter fornisce i mercati finanziari globali e i media di un’ampia gamma di informazioni, tra cui dati finanziari in tempo reale, dati di investimento collettivo, banche dati numeriche, testuali e grafiche, video e foto di attualità. La società raggiunge oltre 512.000 utenti in circa 53.000 località e usa largamente Internet per una distribuzione più ampia di informazioni e notizie. Reuter fornisce i suoi servizi informativi a oltre 900 siti Internet raggiungendo un bacino potenziale che supera i 40 milioni di persone. Il 31 dicembre 1999 contava 2101 tra giornalisti, fotografi e operatori, distribuiti in 184 sedi di 109 Paesi. Le notizie sono diffuse in 23 lingue diverse.
Mentre in Europa si verificavano questi sviluppi, alcuni dei più importanti giornali di New York si allearono nel 1848 per dar vita a una nuova agenzia di stampa, la New York Associated Press, diventata nel 1900 Associated Press (AP). Tra tutti i servizi leader nel mondo, la AP oggi è probabilmente la più grande ed economica. Fornisce notizie, foto, grafici e materiale audio-video a oltre un miliardo di persone. Soltanto negli Stati Uniti serve 5000 radio e Tv e 1700 giornali; a questi vanno aggiunti 8500 giornali, radio e Tv di 112 Paesi del mondo. Con 3500 addetti distribuiti in 240 sedi a livello mondiale, la AP distribuisce 20 milioni di parole e 1000 foto al giorno.
Avendo a suo tempo la AP rifiutato di concedere il proprio servizio ai giornali concorrenti, questi furono costretti a formare altre agenzie. Nel 1907 E. W. Scripps creò la United Press Association e nel 1909 fu la volta di William Randolph Hearst con la International News Service, acquistata nel 1958 dalla United Press (UP). A causa di problemi finanziari cronici la UP – diventata nel frattempo United Press International (UPI) – fu acquistata per appena 3,95 milioni di dollari dal Middle East Broadcasting Center (MEBC) di Londra, perdendo molta della sua credibilità come agenzia mondiale.
Ted Turner ha creato la CNN negli anni Settanta, contro le aspettative di molti, per i quali nessuno sarebbe stato interessato a un network di notizie 24 ore al giorno. Nel 1989 la CNN raggiungeva profitti per oltre 89 milioni di dollari ed era valutata, insieme a Headline News, oltre 1,5 miliardi di dollari. Con lo scoppio della Guerra del Golfo, la CNN ha ulteriormente aumentato il proprio valore.
Oggi la CNN ha un grande in rivale nella World Service Television della BBC che in una sessantina d’anni è riuscita a raggiungere un’audience di oltre 151 milioni di persone; sue fonti di informazione sono radio, televisioni, agenzie di stampa e altre fonti dislocate in 140 Paesi e operanti in 70 lingue, con materiale distribuito sia elettronicamente che su carta.
Altri operatori nel campo dell’informazione internazionale sono alcuni quotidiani e riviste come: International Herald Tribune (che riporta fatti ripresi soprattutto dal New York Times e dal Washington Post), nonché le edizioni internazionali di USA Today, Time, Newsweek e The Economist (Gran Bretagna).
Come si è visto, l’organizzazione del sistema internazionale dell’informazione è stata da sempre oggetto di contesa tra i Paesi del Terzo mondo e l’Occidente. Da entrambe le parti sono venute accuse reciproche su mancanze e fallimenti in questo campo.
I primi sostengono che gli occidentali non prendono seriamente in considerazione le notizie provenienti dai Paesi in via di sviluppo per due motivi. Primo perché negli ultimi due decenni il numero dei corrispondenti stranieri delle strutture mediali del Primo mondo è andato via via diminuendo in quanto è molto più economico mandare di volta in volta un inviato a coprire un avvenimento piuttosto che mantenere una sede fissa in un Paese straniero. Uno studio ha dimostrato che oltre la metà dei reporter americani all’estero si trova in 19 Paesi europei e che nell’intera Africa la maggioranza dei corrispondenti è concentrata a Johannesburg e Nairobi. La seconda accusa lanciata dal Terzo mondo alle organizzazioni mediali dell’Occidente è che, anche quando riportano notizie dei Paesi in via di sviluppo, lo fanno in maniera inesatta o equivoca. La maggioranza dei giornali occidentali si affida interamente alle agenzie di stampa per le notizie dall’estero. Negli ultimi anni i giornalisti occidentali si sono dimostrati poco disponibili a coprire i Paesi più poveri in quanto spesso criticati per aver riportato solo fatti negativi. Infatti i governi dei Paesi del Terzo mondo li accusano di prestare attenzione solo quando si verifica una calamità o una crisi politica.
Da parte loro le organizzazioni mediali dei Paesi occidentali lamentano una crescente ostilità nei loro riguardi da parte del Terzo mondo. Vengono negati i visti di ingresso e, anche quando li ottengono, i giornalisti occidentali devono affrontare forti restrizioni su dove potersi muovere, su quali eventi informare e in generale sulla possibilità di parlare liberamente con ufficiali e cittadini locali. Il campo di attività dei giornalisti stranieri è insomma continuamente limitato con metodi formali e informali di controllo. L’ostilità verso i giornalisti stranieri a volte può diventare una minaccia addirittura fisica. L’associazione Reporters sans frontières a Parigi nel suo rapporto annuale sulla libertà di stampa fornisce questi dati per il 2000: 25 giornalisti sono stati uccisi nell’esercizio della loro professione, 329 fermati dalla polizia, 510 aggrediti o minacciati, 77 sono in carcere; 295 i media oggetti di censura.
Il conflitto tra Occidente e Terzo mondo sull’informazione internazionale ha sostanzialmente origine da una diversità di filosofia. La maggior parte dei governi dei Paesi in via di sviluppo ritiene che la stampa, inclusa quella straniera, dovrebbe perseguire gli stessi obiettivi del Paese ospite, mentre la stampa occidentale è fermamente convinta del suo diritto di decidere liberamente quali notizie riportare. I media occidentali sarebbero sempre alla ricerca di quella informazione in negativo che molti governi dei Paesi del Terzo mondo non accettano.

4. Villaggio o metropoli globale?

McLuhan e Fiore hanno coniato l’espressione ‘villaggio globale’ per indicare la contrazione di tempo e spazio che caratterizza la moderna c.i. In particolare essi fanno riferimento all’affermarsi, come mezzo dominante di interazione, di una comunicazione orale (basata sulla parola e sull’ascolto) tipica del villaggio. Dopo McLuhan molti altri, studiosi o meno, hanno usato il termine ‘villaggio globale’ in contesti diversi, a volte in maniera poco opportuna. Fortner, riferendosi alla scena internazionale, sottolinea come non si tratti affatto di un villaggio, poiché non vi è l’intimità, la condivisione di spazio, l’intreccio di esistenze, valori comuni e storia tipici della vita di un villaggio. I soli mezzi di comunicazione in sé e per sé non possono fornire questi aspetti essenziali della vita di villaggio. Secondo Fortner, la scena internazionale somiglia piuttosto a una ‘metropoli globale’ che a un villaggio globale. Nella metropoli gli individui non si conoscono: mentre pochissimi raggiungono il massimo di visibilità, la maggior parte vive nella più totale oscurità. Non solo quindi il flusso dell’informazione è diseguale, ma anche l’intimità è limitata e artificiale. La comunicazione all’interno della metropoli riflette le disuguaglianze etniche, razziali e sessuali esistenti all’interno della società, disuguaglianze che in essa si perpetuano.
La metropoli globale è attualmente caratterizzata da un duplice movimento: uno centrifugo e l’altro centripeto. La c.i., da una parte, sta diventando sempre più globale, in quanto i media operano per un pubblico mondiale e le differenze tra i diversi sistemi mediali stanno velocemente scomparendo; nello stesso tempo, la c.i. sta diventando sempre più frammentata, poiché le scelte tra i vari media si moltiplicano e le tecnologie personali rendono i sistemi di comunicazione di massa nazionali o internazionali obsoleti e irrilevanti. All’interno di questo duplice movimento, la c.i. deve affrontare una serie di questioni. Gli studiosi prevedono che per il 2020 soltanto 20 grandi multinazionali domineranno il campo della comunicazione e dunque della cultura. Le differenze di filosofia nei diversi sistemi mediali creeranno un conflitto tra i governi, anche perché i vari sistemi nazionali diventeranno sempre più privatizzati e commerciali. La nuova economia dell’informazione minaccia le attuali strutture di potere, offuscando le linee di demarcazione tra settore pubblico e privato, tra servizio e industria, tra lavoro e tempo libero, e fra Stati sovrani. I Paesi del Terzo mondo arrancano alle spalle dei Paesi del Primo per avere accesso alle tecnologie della comunicazione, privi della possibilità di impedire che i loro cittadini sprofondino sempre più nel sottosviluppo.
Come si può vedere, il campo della c.i. è colmo di problemi e sfide. Per questo merita uno studio attento e una riflessione vigile.

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Note

Come citare questa voce
Berchmans M. Britto , Comunicazione internazionale, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (22/10/2019).
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