Convocazione

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Autore: Piero Trupia
Nel linguaggio ordinario è l’invito formale a un incontro. Nel senso specifico e nuovo qui richiamato, per c. s’intende la capacità di un soggetto che comunica (locutore) di suscitare l’attenzione orientata, o ‘intenzionamento’, di un uditorio, un pubblico, un interlocutore (locutario) non necessariamente d’accordo sui contenuti, ma attento e partecipe.
Nel caso di un’elevata capacità di c., propria di alcuni soggetti, si può parlare del possesso di un potere di c.
La capacità e il potere di c. si avvalgono di precisi strumenti. Tra questi ricordiamo il carisma. È spesso presente nella c., ma esso non è né necessario né sufficiente, nel senso che se un soggetto – singolo od organizzazione – dispone di carisma, non può né limitarsi al suo utilizzo, né fidare interamente su di esso. Il carisma, inoltre, è uno strumento di c. ad alto rischio, sia perché può essere oscillante nel tempo, sia perché risulta organizzativamente incontrollabile, sia perché, infine, è una prerogativa che, per così dire, non può essere dosata o adattata alle circostanze. La c., invece, e il relativo potere, sono strumenti che possono essere attivati, modulati, finalizzati all’interno di una strategia discorsiva (Discorso). Il carisma, per contro, è ‘invasivo’, riempie totalmente le aspettative del locutario e non gli lascia lo spazio per una presenza attiva e partecipante.
Alcune delle forme che la c. può assumere sono:
– la sorpresa del locutario, tramite, ad es., lo straniamento, una forma comunicativa che sconvolge le attese di chi riceve il messaggio;
– il coinvolgimento del locutario, che viene stimolato a partecipare nella produzione del senso del messaggio che gli è rivolto. A tal proposito si parla di ‘cooperazione interpretativa’ tra locutore e locutario. Un messaggio che suggerisce, invece che indicare piattamente idee e tesi, risulta quindi convocativo;
– l’evocazione di sentimenti, motivi, attese proprie del locutario e che il locutore realizza in forme discorsive compiute;
– l’apertura di orizzonti con cui il locutore tematizza (Tematizzazione) una prospettiva di azione, nella quale il locutario può essere coinvolto. Si pensi alla piattaforma elettorale della Nuova Frontiera di John F. Kennedy;
– le informazioni sul mondo, vale a dire quelle affermazioni con cui il locutore si assume la responsabilità di dire, non in modo approssimativo e velleitario, ma con una rapida, penetrante analisi, come stanno le cose, senza sottigliezze diplomatiche, distinguo ed eccessive prudenze.
Vi è poi un risvolto psicologico della c. Sempre in essa il convocatore rischia, nell’interlocuzione, il proprio sé. Con ciò s’intende che egli non protegge il proprio io, la propria immagine dietro tattiche discorsive, ma lo spende, mostrandosi dubbioso, se ha un dubbio, appellandosi all’interlocutore, perché collabori alla costruzione del messaggio; abbozzando a grandi linee prospettive e scoprendo orizzonti; rinunciando agli alibi consueti, quali la complessità, l’insufficienza dei dati disponibili, la necessità di attendere il maturare degli eventi.
Il convocatore possiede il candore di dire ciò che vede, che sta sotto gli occhi di tutti, ma che tutti tacciono per prudenza, quieto vivere, rispetto del costume e della tradizione. Il convocatore è come il bimbo che dice "il re è nudo", quando il re è nudo, mentre i cortigiani ne ammirano le vesti. Dicendo "il re è nudo" il bambino fornisce una "informazione sul mondo" e costringe i cortigiani a guardare il mondo.
Il convocatore non cerca di ridurre l’interlocutore a sé, ma ne valorizza la diversità e l’alterità. Egli sa che la presenza attiva dell’altro è una componente essenziale della produzione di senso. Parte costitutiva del discorso di Socrate era quanto egli riusciva a estrarre dal suo interlocutore; in ciò Socrate era un convocatore.
Il convocatore immette nel suo discorso ciò che sfida il senso comune e la logica consolidata: l’evangelico "Amate i vostri nemici" o "Beati i miti perché possederanno la terra". L’interrogativo, il paradosso, la valorizzazione dell’estraneo rispetto al consueto, sono tra le caratteristiche del discorso convocativo.
Il convocatore scuote la pigrizia del locutario, spingendolo ad abbandonare il sapere corrente e consolidato; a cambiare punto di vista.
Spiccatamente convocativo è, da sempre, lo stile di comunicazione prevalente nella tradizione teatrale italiana (Commedia; Teatro). Essa si è venuta arricchendo e affinando nel corso di due millenni, dalle Fescennine dell’antica Roma ai Misteri medievali, al teatro di Piazza, alla Commedia dell’Arte, alla Sceneggiata Napoletana, all’Avanspettacolo e alle altre forme contemporanee di gioco-intervista radio-televisiva (Arbore, Chiambretti, Costanzo, ecc.). Si parla a tal proposito di Scuola italiana della comunicazione. A essa si contrappone la Scuola Americana o dell’Ingegneria della Comunicazione che, al contrario, mira a prevedere e a guidare il comportamento-risposta del locutario che va esposto a un messaggio rigidamente preconfezionato. In questo caso si attiva la sua partecipazione attraverso l’enfasi posta sull’apparato dei media, dalle tecniche di presentazione allo spiegamento di mezzi tecnici e scenografici; ma è partecipazione passiva.
Infine, la c. si può avvalere di alcuni artifici di stile atti a conferire espressività al testo e, soprattutto, a creare un senso di attesa e di sorpresa come si può avere con il ricorso a figure retoriche quali, tra le altre, l’inversione, l’iperbole, la preterizione, l’ossimoro, l’interrogazione. (Retorica)

Bibliografia

  • ECO Umberto, Lector in fabula, Bompiani, Milano 1979.
  • TRUPIA Piero, La scuola italiana della comunicazione, Bulzoni Editore, Roma 1992.

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Note

Come citare questa voce
Trupia Piero , Convocazione, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (20/10/2019).
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