Donne e mass media

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Locandina di Sex and the City, serial tv destinato ad un pubblico femminile
Donne e mass media costituisce un binomio il cui significato non è né univoco né definitivo; da quando è stata introdotta, negli anni Settanta, l’espressione – che nella letteratura scientifica tende a divenire alquanto desueta, mentre rimane d’uso assai frequente nel linguaggio divulgativo o comunque non specialistico – ha visto infatti moltiplicate e arricchite le proprie accezioni. La si può ormai considerare un’etichetta cumulativa, sotto la quale trovano posto le differenti prospettive e le differenti articolazioni del rapporto tra il genere femminile e i grandi media di comunicazione: dalla presenza di personale femminile negli apparati produttivi e nei mestieri della comunicazione, ai modi di rappresentazione delle donne nei contenuti dei media, alle audiences femminili della televisione, all’approccio femminista ai media, all’impatto delle tecnologie della comunicazione sulla vita e sulla condizione delle donne.
La consapevolezza della pluralità di significati che il binomio d.e.m.m. può rivestire è peraltro inegualmente distribuita; alcune accezioni, e in particolare l’immagine della donna nei media, si sono imposte all’attenzione collettiva e all’agenda del dibattito pubblico; di altre non c’è notorietà e conoscenza fuori dal campo degli studi mediologici, dove egualmente accade che sull’una o l’altra articolazione del rapporto donne e mass media vi sia maggiore o minore concentrazione di interesse e accumulo di elaborazione e di ricerca, anche a seconda della mobilità e riconfigurazione nel tempo dell’agenda dei media studies (Teorie sociali della comunicazione). A partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, ad esempio, si è registrata una decisa svolta d’attenzione per lo studio delle audiences femminili, nonché dei generi televisivi e in senso lato di intrattenimento che sono fruiti prevalentemente dalle donne; mentre è stata quasi abbandonata, almeno nei termini e secondo gli approcci tipici degli anni Settanta, la ricerca sugli stereotipi sessuali diffusi dalla televisione, dalla stampa o dalla pubblicità.
La rarità, da un lato, delle prospettive macrosociologiche nello studio dei media e del loro impatto sociale e, dall’altro, l’inclinazione di molti recenti lavori verso un più o meno radicale particolarismo che mette in discussione l’uso generalizzante della categoria ‘donna’, conferiscono particolare originalità e interesse a una teoria alquanto isolata e appartata – ma in nessun modo marginale – che avanza un modello interpretativo generale circa l’influenza dei media elettronici sulla vita delle donne. Presentata nel contesto di un’opera che è divenuta in breve tempo un classico (Meyrowitz, 1985), e radicata nella tradizione intellettuale che va sotto il nome di medium theory e in larga misura si identifica con il pensiero di Marshall McLuhan, la teoria di Joshua Meyrowitz individua nei nuovi "modelli di accesso all’informazione" creati dai media elettronici uno dei principali meccanismi di cambiamento della condizione e della stessa soggettività femminile nella società contemporanea.
Lungo il corso della storia, la strategia sociale intesa a naturalizzare l’inferiorità e la subordinazione delle donne è stata attuata, tra l’altro, mediante l’istituzione e il mantenimento di sfere di presenza, d’azione e d’informazione distinte e separate per i maschi e per le femmine. Assegnata alla sfera privata che trovava nella casa a un tempo un emblema e un luogo di contenimento fisico, esclusa dalla partecipazione alle arene sociali del comportamento e dall’accesso agli ambiti di conoscenza riservati agli uomini, la donna conduceva la propria esistenza e sviluppava la propria soggettività in una situazione di relativo isolamento e di separatezza informativa ed esperienziale rispetto all’altro sesso. Tale isolamento, a sua volta, costituiva non soltanto la conseguenza del modo socialmente determinato in cui era costruita la femminilità, ma un dispositivo essenziale di questa stessa costruzione.
L’avvento dei media elettronici, ma soprattutto l’avvento della televisione, modifica radicalmente questo stato di cose. La televisione è la principale artefice di quella "delocalizzazione della vita sociale" che è riconosciuta essere una delle caratteristiche distintive della modernità; delocalizzazione della vita sociale significa che il luogo fisico è assai meno di un tempo in grado di circoscrivere l’ambito delle conoscenze e delle esperienze, ora enormemente dilatato dalla capacità dei media elettronici di superare le barriere spaziali. La televisione crea sistemi informativi o modelli di accesso alle informazioni che rompono e vanificano le strutture di isolamento e, portando come si dice nel linguaggio corrente "il mondo in casa", contribuiscono a erodere profondamente il significato e la portata della segregazione domestica – con tutti i suoi correlati culturali e comportamentali – su cui nel passato si sosteneva la costruzione sociale della femminilità e la separatezza delle sfere sessuali. Altri media, come il cinema e la radio, avevano già in precedenza avviato questo processo liberatorio; ma è la televisione a imprimergli un impulso decisivo, grazie alle sue caratteristiche strutturali di medium dotato della più larga accessibilità.
Nessuna visione meccanicamente ‘progressiva’ delle tecnologie della comunicazione inerisce a questa teoria dell’impatto dei media sulla vita delle donne; i modelli di accesso alle informazioni sono anzi considerati, nel quadro della teoria stessa, strettamente ‘medium-specifici’ e dunque variabili, nella loro configurazione e nella direzione della loro influenza, da un medium all’altro. Il caso della stampa sembra fornire un esempio assai eloquente in tal senso. L’invenzione della stampa e la successiva diffusione dell’alfabetizzazione non si accompagnarono, secondo numerose ricostruzioni storiche, ad alcun processo di emancipazione femminile; al contrario, nel corso del Cinquecento e del Seicento la condizione delle donne segnò un certo declino sul piano dei diritti e dei riconoscimenti acquisiti nei secoli precedenti, mentre si accentuava il dominio maschile nella famiglia e nella società. Il grande valore che la lettura veniva a rivestire come fonte di sapere, e anche di salvezza religiosa, alimentò infatti una tendenza alla monopolizzazione sociale e sessuale dell’alfabetizzazione, e creò tra istruzione maschile e femminile un profondo divario che sono occorsi secoli per colmare. L’esclusione delle donne dalla cultura alfabetizzata fu, naturalmente, resa possibile dalla posizione subordinata che esse già occupavano nella struttura sociale; ma fu inoltre consentita dal fatto che lettura e scrittura non erano, e non sono, pratiche immediatamente accessibili, in quanto esigono l’apprendimento e il possesso di codici specifici. La televisione, al contrario, non presuppone e non richiede alcun codice di accesso, e nella sua immediata fruibilità – alla sola condizione di disporre di un televisore – trasforma l’ambiente domestico in un sistema informativo che favorisce una maggiore condivisione di conoscenza e di esperienze fra le donne e gli uomini.
I media sono oggetti complessi, che operano a differenti livelli e parlano, per così dire, con molte voci; il carattere strutturalmente liberatorio della televisione non entra dunque, necessariamente, in contraddizione con il sessismo di cui sono spesso imputati i programmi televisivi e, più in generale, i contenuti dei media. Per la verità, l’analisi degli stereotipi sessuali nella pubblicità e nella televisione ha cessato, da almeno un decennio, di costituire il filone portante della ricerca ispirata dalla critica femminista dei media – come era stato, invece, negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta. Il progressivo abbandono di questo approccio non si deve ai pur innegabili cambiamenti che si possono osservare nelle rappresentazioni mediali delle figure e dei ruoli femminili, oggi più aderenti a una realtà di profonda trasformazione dell’identità e della posizione sociale della donna; si deve piuttosto alle mutate prospettive teoriche e impostazioni metodologiche che si sono venute affermando nell’articolazione fra il campo dei media studies e il campo dei gender studies.
L’analisi degli stereotipi sessuali, effettuata sulla base delle metodologie quantitative della content analysis, muoveva da presupposti e giungeva a conclusioni che sono stati oggetto di profonda revisione: il presupposto di una piena trasparenza nonché univocità delle immagini dei media; la conclusione che esse venissero immediatamente assunte come modelli di comportamento da parte di un pubblico femminile inerte e passivo. Ora, sia l’adozione di più sofisticati e qualitativi approcci analitici, in grado di restituire ai testi mediali spessore e complessità che andavano persi in un mero conteggio di occorrenze statistiche, sia e soprattutto l’affermazione di un nuovo paradigma che accredita la potenziale polisemia o polivalenza delle rappresentazioni dei media e il carattere attivo e interpretante delle audiences, rendono evidentemente non più sostenibile il precedente approccio al tema donna e mass media. A loro volta, le posizioni femministe che esprimono una voce sempre più autorevole e influente nel campo dei media e dei television studies, pur essendo troppo frammentate sotto il profilo politico e disciplinare per poter essere ricondotte all’unità di una teoria o di una scuola, hanno contribuito a valorizzare altri oggetti di studio e di ricerca a lungo trascurati: i generi tradizionalmente femminili, e fra questi innanzitutto le narrative seriali come le soap operas e le telenovelas; e le audiences femminili, non più considerate vittime culturali dei media ma soggetti attivi che dalla fruizione televisiva traggono significati e piaceri i quali contribuiscono a dar senso alla loro vita quotidiana e alla loro identità di donne.

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Note

Come citare questa voce
Buonanno Milly , Donne e mass media, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (07/05/2021).
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