Formazione e comunicazione

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1. Definizione

Si intende per formazione il processo mediante il quale ‘si imprime’ o ‘si dà’ una forma – coerenza, stabilità, congruenza reciproca – a un insieme di elementi che intervengono a comporre un insieme complesso.
In senso pedagogico, il concetto di formazione può anche essere impiegato come equivalente a quello di educazione, con le seguenti avvertenze:
a) viene utilizzato prevalentemente in riferimento ai processi di educazione permanente (per es.: formazione aziendale, formazione in servizio);
b) è tipico del linguaggio sociologico e politico-economico (per es.: ‘sistema formativo’ per indicare l’insieme delle agenzie e degli interventi intenzionalmente rivolti all’educazione e all’istruzione);
c) a un’accezione eteroplastica (imprimere una forma in una materia, adeguarsi a un modello) è subentrata un’accezione autoplastica (darsi progressivamente una formazione da se stessi, trovare e realizzare la propria definizione ideale di essere).

2. Aspetti

Il rapporto esistente fra f. e c. costituisce uno dei tratti più intrinsecamente costitutivi e differenzianti della cultura umana e del suo processo di trasmissione in forma educativa. La dialettica fondamentale da cui è attraversato si condensa nella dinamica di oggettivazione (inculturazione, acculturazione, conoscenza fattuale) e soggettivazione (apprendimento, appropriazione, mediazione critica, apporto creativo), che concorrono entrambe a fare della comunicazione un elemento della formazione della persona.
Il modo di porsi della questione risulta fortemente influenzato dal fatto di riferirsi a un contesto caratterizzato dall’ipocomunicazione – isolamento, restrizione alla oralità e alla presenza, accesso elitario all’istruzione – oppure dall’ipercomunicazione – trasmissione a distanza, scritturalità, medialità diffusa, scolarizzazione di massa. Nel primo caso, infatti, la situazione da considerare si caratterizza per la carenza di comunicazione e per l’esigenza di procurarne l’accumulo, la diffusione e la distribuzione in modo da rendere disponibili a tutti gli strumenti per lo sviluppo del pensiero e della libertà, mentre, nel secondo, si è in presenza di una condizione tale da provocare il timore di un’invasione e intrusione dello spirito individuale e la preoccupazione per l’evasione dall’intimità e dall’autonomia dell’Io, tanto che la formazione, invece di venire sostenuta dalla comunicazione, ne appare addirittura insidiata fino a mettere a rischio proprio i valori di pensiero e di libertà.
In che modo, allora, si può ricostituire la relazione produttiva fra i due termini?
Innanzitutto, va ribadito che il fatto di essere ‘figlio dell’uomo’ nell’integralità della natura umana fa di ogni nuovo soggetto umano il portatore di un diritto costitutivo essenziale alla comunicazione come elemento fondante della sua umanità; la comunicazione è, in questo senso, uno dei volti della generazione e costituisce, al tempo stesso, la prima garanzia di un valido ingresso nell’umanità. Più differenziata e complessa è la cultura di riferimento, più pronta, accogliente, sostentativa e professionalmente strutturata deve essere la comunicazione: "Quanto più le lingue simboliche della cultura – dice H. P. Thurn (1979) – si ampliano contenutisticamente e formalmente, e quanto più vasta è la relazione sociale che esse intrattengono (...) tanto più grande è l’importanza che spetta alle professioni culturali, non importa quale sia la distanza che le separa dall’individuo bisognoso di acculturazione. Con l’accresciuta accessibilità egli vede inizialmente indebolirsi la trasparenza della cultura. Quindi ha bisogno di una guida tanto più cauta, della quale può nuovamente fare a meno solo quando le basi della sua competenza culturale personale si siano consolidate ed egli si senta all’altezza delle esigenze tecniche e culturali della moderna comunicazione La fiducia, che egli deve porre nel senso della cultura contemporanea, può costituirsi soltanto se il suo carattere alienante si dissolve per l’individuo in una comunità di pensiero, sentimento e azione con altri uomini, che gli conferma concretamente e comunicativamente i simboli appresi".
Al centro dell’orizzonte, quindi, sta il principio della alfabetizzazione, che assume però connotati diversi a seconda che lo si riferisca a una o all’altra delle due situazioni alle quali ci siamo ricondotti. Nel caso dell’ipocomunicazione, infatti, ‘alfabetizzare’ vuol dire distribuire gli strumenti e le chiavi di accesso strumentale-pratico-sociale alle tecniche essenziali minime della comunicazione culturale; nel caso dell’ipercomunicazione, di contro, ‘alfabetizzare’ significa diffondere le attitudini e le competenze necessarie per navigare con conoscenza ampia e avvertita disposizione critica nel vastissimo mare della produzione e del consumo di comunicazione. La continua comparsa di nuovi media comunicativi, inoltre, propone come nuovo orizzonte di interesse, di analisi e di intervento l’intersecarsi reciproco di questi due livelli, nel senso che appare sempre più evidente come alla necessità di un’alfabetizzazione primaria (conoscitivo-strumentale) si accompagni immediatamente quella di una alfabetizzazione secondaria (critico-riflessiva) nella prospettiva di arrivare a una capacità di controllo e di impiego responsabile dei media stessi.
È quindi chiaro che l’itinerario formativo di questo rapporto si sorregge sui cardini dell’esperienza e della relazione, muovendo dai momenti del contatto e dell’uso per approdare a quelli della valutazione e della scelta.

3. Regole

La comunicazione formativa risulta corrispettiva a una serie di qualità che ne costituiscono la ‘carta’ pedagogica fondamentale.
1) Abilitatività. La consegna-trasmissione di conoscenze, abilità e competenze, è il primo dovere di chi sa nei confronti di chi non sa. Per questo la relazione formativa nasce comunque e sempre in una condizione di asimmetrìa (differenza) per concludersi in una di simmetrìa (parità) che toglie l’ignoranza e l’ inabilità di partenza per installare al loro posto la padronanza e l’autonomia proprie del punto di arrivo: l’emancipazione è insieme l’obiettivo voluto e il valore in gioco.
2) Compresenza. La formazione si installa in un clima di relazionalità, di interazione effettiva e reale fra persone, di sostegno affettivo, di accoglienza, di accompagnamento e di aiuto a crescere nell’esercizio e nella ricerca. In questo senso si delineano i caratteri della dialogicità, della conversatività, del primato della parola, del riferimento a problemi reali e, ancora, viene posto l’accento sulla necessità di controllare che la relazione non assuma aspetti di violenza e di potere.
3) Sistemicità. La prospettiva basata sui presupposti della linearità e della monofunzionalità ha lasciato il posto a una concezione circolare, nella quale le varie possibili funzioni della comunicazione sono connesse e interagenti fra di loro e tutte riferibili alla dinamicità integrale che le connette nell’esperienza della persona. La formazione, pertanto, va proiettata su uno sfondo nel quale il soggetto esprime e soddisfa simultaneamente i suoi bisogni di esistenza, di integrazione, di valorizzazione, di controllo e di individuazione.
4) Non intrusività. I modi della formazione non sono mai quelli della persuasione occulta, della seduzione, della suggestione irresistibile e dell’inganno: la lealtà intellettuale, l’onestà critica e la disponibilità alla differenza ne rappresentano invece le matrici prime. Educare significa lanciare una proposta che non è interessata a una risposta reduplicativa ma a una interpretazione originale, vale a dire alla libertà.
5) In termini di ancor maggiore immediatezza attuale, sottolineiamo tre dinamiche di particolare interesse:
a) opacità-trasparenza: tirocinio a sapersi collocare nel rapporto con l’altro secondo un’intenzione radicale di chiarimento in quanto emersione verso la trasparenza (esprimibilità, dicibilità, analizzabilità, chiarezza) di tutto ciò che abita inizialmente il mondo della opacità (nascondimento, inverificabilità, paura, oscurità);
b) contenuto-relazione: mantenimento dell’equilibrio fra la dimensione ‘numerica’ (quantitativa, lineare, contenutistica) e quella ‘analogica’ (qualitativa, circolare, relazionale) dell’esperienza della comunicazione, in modo che i dati, i fatti e le informazioni da una parte, così come le emozioni, le reazioni e le vibrazioni affettive dall’altra, non restino isolati e appartenenti a due mondi reciprocamente distinti e separati;
c) rumore-silenzio: presentazione e pratica di quei significati di concentrazione e sviluppo della creatività soggettiva che si possono rendere diffusi soltanto attraverso il recupero di una nuova cultura del silenzio come esito di una decisione di ritrovamento personale.
Dall’esterno all’interno, quindi, in un itinerario di appropriazione aperta e originale.

Bibliografia

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Note

Come citare questa voce
Scurati Cesare , Formazione e comunicazione, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (05/12/2021).
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