Genere

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Tipologia di prodotto letterario, cinematografico e radiotelevisivo caratterizzato da una marcata riconoscibilità in virtù di elementi linguistici (uso della fotografia, del colore, del linguaggio) e narrativi (costruzione del personaggio, ambientazione, sviluppo della vicenda).

1. Nel cinema

Nel caso del cinema il g. ha le sue radici nel sistema produttivo instaurato durante il periodo della Hollywood classica, i cui momenti forti vanno dal 1930 al 1960 e che poggia il suo stesso essere nella politica di investimento industriale delle cosiddette majors. Di fatto, nel periodo dello star system e dello studio system, ogni casa di produzione si specializza, creando un suo proprio, riconoscibilissimo stile nella realizzazione di film appartenenti a uno o più generi cinematografici: differenziare il proprio prodotto per conquistarsi una fetta consistente di pubblico; un oligopolio ben organizzato, che, attraverso la standardizzazione dominava incontrastato l’intero mercato cinematografico mondiale.
Il carattere fondamentale dei film di g. è quello di presentarsi con dei codici – narrativi, estetici, ambientali, di costume – piuttosto rigidi, senza molte eccezioni e sempre ripetuti: il mancato rispetto di tali codici avrebbe comportato la mancanza di ‘verosimiglianza’ del g. e la sua conseguente non accettazione da parte di un pubblico abituato a confrontarsi con delle strutture narrative fisse e ben consolidate. Così, ad esempio, un film western deve rientrare storicamente in un determinato periodo, deve essere ambientato nell’Ovest degli Stati Uniti, deve chiudere la sua storia con il trionfo della giustizia (nel caso di conflitto tra sceriffo e banditi), oppure dei coloni bianchi (nel caso di conflitto con gli indiani).
Il critico e storico del cinema Marc Vernet (Aumont, 1995) sostiene che il g. classico deve contenere degli elementi ‘obbligatori’ in modo da facilitare il proprio codice di riconoscibilità e non deve avere elementi disturbanti, che non confermino, cioè, nello spettatore certe aspettative ormai costruite e sedimentate attorno alla visione di un film di g. Così, sempre per restare nell’ambito del western, se negli anni della Hollywood classica un film fosse terminato con la vittoria degli indiani, certamente sarebbe risultato anomalo rispetto al proprio g. e, cosa non secondaria, rifiutato in toto dal pubblico.
Conseguenza primaria di questa delimitazione di frontiera narrativa del g. è anche la collocazione scenografica: gli ampi spazi e le praterie per il western, l’ambientazione urbana e notturna per il film poliziesco, il teatro per il musical. Stesso discorso per gli attori, legati spesso indissolubilmente a un solo ruolo, che diventa anch’esso uno standard interpretativo e che li caratterizza come personaggi definiti fin nei minimi particolari, a volte persino nel modo di vestire. Così, i cattivi si chiamano sempre Edward G. Robinson, George Raft, James Cagney; i buoni John Wayne, Gary Cooper, James Stewart; i protagonisti dell’’ horror Bela Lugosi, Boris Karloff, Lon Chaney; Humphrey Bogart, quando interpreta un detective, appare sempre con l’impermeabile e – indipendentemente dal ruolo giocato – sempre con in bocca la sigaretta. Il medesimo discorso vale per i dialoghi, costruiti in maniera coerente con lo stereotipo del g. creato: il cowboy di poche parole e dalle sentenze taglienti, il detective apparentemente cinico e disilluso dalla vita, il barista che dispensa saggi consigli e che raccoglie le confidenze dei clienti.
Il cinema di g. dura fino a quando regge un certo modello industriale e produttivo di Hollywood. Appena tale modello entra in crisi, anche i generi cinematografici subiscono un loro processo di trasformazione. Così, ad esempio alla fine degli anni Sessanta assistiamo e quella che è stata definita la rivisitazione dei western: attraverso una più attenta analisi della storia della colonizzazione dell’Ovest degli Stati Uniti si rilegge un pezzo di storia americana, ristrutturando completamente i codici narrativi e rappresentativi di questo g., tra i più consolidati e granitici del cinema hollywoodiano.
Si parla, in questi anni, di superamento e di conseguente contaminazione dei generi. Così, nel western possiamo trovare il comico, nel musical il film d’avventura, nel cinema di guerra il melodramma, il giallo nella commedia. Una contaminazione e superamento dei generi che non solo hanno toccato l’industria cinematografica e, di conseguenza, il gusto dello spettatore, ma anche gli autori. Prova ne sia la definizione che ha dato la regista Marion Hansel del suo ultimo film The Quarry – La Cava (1999), ambientato nel Sud Africa contemporaneo: "Un western metafisico".
Negli ultimi anni diversi autori importanti si sono cimentati con alcuni generi classici del cinema hollywoodiano. Chiaramente tali tentativi, da una parte, avevano lo stigma di un’operazione di nostalgica e affettuosa rivisitazione del mito di un cinema che non esiste più; dall’altra, erano anche l’occasione per scardinare completamente i codici, le strutture narrative, i meccanismi di funzionamento di un cinema che per decenni ha dominato la scena mondiale. Un esempio per tutti di tale rivisitazione, che ha segnato anche la proposta di nuovi modelli di racconto, è rappresentato da Pulp Fiction (1994) di Quentin Tarantino, film con il quale il g. gangster viene riproposto ribaltando totalmente i suoi modelli classici di rappresentazione.

2. In Tv

La parabola di parziale ridefinizione del g. e delle sue regole (se non di effettivo superamento del concetto stesso di g.) può essere riconosciuta anche in ambito televisivo. Nata nel segno di una forte connotazione di g. (l’informazione, l’intrattenimento, ecc.), la programmazione televisiva si caratterizza, infatti, oggi per una marcata contaminazione dei g. perfettamente giustificabile nel quadro della cosiddetta neotelevisione: il risultato sono programmi ibridi che applicano le strategie narrative dell’intrattenimento all’informazione ( Infotainment) o che risolvono i singoli segmenti di programmazione all’interno di un continuum di cui lo spot pubblicitario, la notizia e lo stacco musicale sono i momenti.

3. G. e ripetitività

Proprio in virtù del fatto che, per ottemperare all’obbligo della riconoscibilità, il prodotto di g. può andare soggetto alla ripetizione poco creativa di stilemi rigidamente fissati, esso diviene anche sintomo di tutte quelle opere (‘di g.’, appunto) che si distinguono – per la loro serialità e per il rischio della maniera – dalla produzione geniale e, per eccellenza, creativa dei grandi maestri (‘opere d’autore’).

Bibliografia

  • AUMONT Jacques et al., Estetica del cinema, Lindau, Torino 1995.
  • FORLAI Luigi - BRUNI Augusto, Archetipi mitici e generi cinematografici, Edizioni Dino Audino, Roma 1998.
  • FUMAGALLI Armando, Creatività al potere. Da Hollywood alla Pixar, passando per l'Italia, Lindau, Torino 2013.
  • GENETTE G. (ed.), Théorie des genres, Le Seuil, Paris 1986.
  • GRASSO Aldo - SCAGLIONI Massimo, Che cos’è la televisione. Il piccolo schermo fra cultura e società: i generi, l’industria, il pubblico, Garzanti, Milano 2003.
  • GRIGNAFFINI Giorgio, I generi televisivi, Carocci, Roma 2004.
  • KAMINSKY Stuart, Generi cinematografici americani, Pratiche, Parma 1994.
  • MICCICHÈ Lino (ed.), Pane, amore e fantasia: un film di Luigi Comencini. Neorealismo in commedia, Lindau, Torino 2002.
  • NACACHE Jacqueline, Il cinema classico hollywoodiano, Le Mani, Recco (GE) 1999.
  • PRUZZO Piero, Musical americano in cento film, Le Mani, Recco (GE) 1996.
  • QUARESIMA L. - RAENGO A. - VICHI L. (edd.), La nascita dei generi cinematografici, Forum Editrice, Udine 1999.

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Note

Come citare questa voce
Tagliabue Carlo , Genere, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (20/10/2019).
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