Giornalismo B. Teorie e tecniche

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1. Definizione

Per giornalismo si intende l’attività di chi utilizza i mezzi di comunicazione di massa (Mass media) per diffondere e commentare notizie (Notizia); è anche un settore specifico dell’industria culturale. Per questa voce interessa il primo significato, soprattutto dal punto di vista del prodotto giornalistico, l’informazione veicolata attraverso i media, da considerare nella sua logica interna (le cosiddette ‘condizioni di produzione’) e nelle sue specifiche forme (lo stile e i linguaggi).

2. Le origini

La data di nascita del g., quale lo conosciamo oggi, può essere fissata al 1832 con la comparsa negli Stati Uniti della penny-press, fogli di notizie dal costo di un penny, con informazioni di forte impatto sul pubblico, immagini e inserzioni commerciali. Con la penny-press comincia a formarsi una classe professionale di operatori dell’informazione, i giornalisti nel senso moderno, e nascono le imprese giornalistiche. Il fenomeno si afferma in Europa verso la fine dell’Ottocento. Tra le due guerre si costituiscono, prima in Gran Bretagna poi in Francia e in Italia, le prime forme di associazionismo tra giornalisti, antesignane del sindacato contemporaneo.
Prodotto tipico del g. ottocentesco era l’informazione di attualità, il cui possesso è considerato da allora, per il cittadino, passaggio obbligato per la partecipazione alla vita sociale e politica. In questo spirito Hegel arriva a dire, alquanto enfaticamente, che la lettura quotidiana del giornale è la preghiera laica del cittadino.
Un deciso contributo alla nuova forma di giornalismo venne dalla cosiddetta ‘Scuola di Chicago’. Nata tra gli anni Venti e Trenta, assunse come oggetto privilegiato delle sue ricerche sociologiche i fatti minuti della vita urbana, quelli generalmente trascurati a causa della marginalità dei personaggi coinvolti; i risultati di queste ricerche finivano sulle pagine di un giornale locale. Uno dei reporter più attivi fu Robert Park (1864-1944), un giornalista e, nello stesso tempo, un ricercatore sociale formatosi nelle Università di Harvard, Berlino, Heidelberg. Fortemente impegnato sul fronte delle problematiche sociali e razziali, condusse in particolare delle ricerche sugli emarginati di Chicago, ricerche assai stimate anche in ambito accademico, tanto che nel 1914 fu invitato a insegnare nell’Università di Chicago, divenendo in seguito una delle figure più significative della stessa Scuola di Chicago. Anche in ambito giornalistico il lavoro di Park ebbe un forte impatto. Attuale ancora oggi il metodo: il muckraking o ‘rastrellare il letame’, da allora è considerato il glorioso inizio di ogni carriera giornalistica e il passaggio obbligato anche per il cosiddetto ‘g. d’inchiesta’, condotto di solito su argomenti scabrosi e scandali del mondo politico o dell’élite al potere.

3. La notizia come contenuto proprio del g.

Se il g. è diffusione organizzata di notizie attraverso i mezzi di comunicazione di massa o attraverso il broadcasting (diffusione a largo raggio e a un pubblico indeterminato, via radio o via segnale televisivo), la notizia è, secondo una definizione provocatoria comunemente accettata, l’evento noto ma non conosciuto. Se è giunta voce di un fatto di cronaca nera, di uno scandalo, di una disgrazia, si compra il giornale per saperne di più, per conoscere i ‘particolari’. E proprio i particolari sono divenuti il tratto specifico del contenuto del g. di informazione.
Anche la Tv e la radio danno notizie, ma il formato dei notiziari radio e Tv impedisce di fornire molti particolari su molte notizie: gli approfondimenti del g. via etere sono riservati a pochi fatti isolati. Da qui uno spazio di intervento specifico per il g. stampato: i particolari su molte notizie e i commenti sugli eventi.

4. La missione del g.

Emerge per tale via l’aspetto della specificità dei vari mezzi di cui il g. si avvale per svolgere la propria attività. Al riguardo esiste la convinzione che ogni mezzo (o medium) offra specifiche possibilità, il che induce a una continua riconfigurazione del campo giornalistico in base agli specifici obiettivi informativi che si possono raggiungere utilizzando i diversi canali.
Si considera però oggi, specie in ambito anglosassone, che esista un obiettivo comune e caratterizzante di tutte le forme di g., quale che sia il mezzo-medium adottato per veicolare l’informazione. Si tratta del g.- advocacy e del g.- watchdog rispettivamente di difesa civica e di controllo del potere. Naturalmente, per conto dell’ opinione pubblica e nei confronti dell’esercizio del potere politico-amministrativo. A esso fa riscontro il tentativo del potere politico ed economico di condizionare e colonizzare le testate e l’esercizio del g. sia attraverso la concessione condizionata di aiuti economici – ad esempio contributi sul prezzo della carta, controllo sulla pubblicità – sia centellinando le informazioni sull’attività dei centri di potere. Siamo giunti a una vera e propria istituzionalizzazione di questa ultima pratica di condizionamento con due strumenti: il ‘portavoce’ dell’organo di potere (ministro, uomo politico di rilievo...) e la velina la nota informativa ufficiosa completamente redatta dall’interessato nei contenuti informativi (tramite un suo addetto o ufficio stampa) e che, tendenzialmente, diventa l’unica fonte informativa per il giornalista.
A queste pratiche si contrappongono, specie nel mondo anglosassone e progressivamente anche in quello latino, il ‘g. d’inchiesta’ e quello ‘di analisi’. Nel mondo latino, in particolare in quello italiano, è maggiormente in voga il g. di opinione o di valutazione.
Il g. d’inchiesta o di analisi richiede un lavoro di ricerca sia in archivio, sulle fonti, talvolta giudiziarie talaltra amministrative, sia sul campo. Risulta dispendioso, poiché per una stessa inchiesta si richiede il lavoro, oltre che del giornalista-redattore, di veri e propri specialisti della materia o della fonte. Per tale via però si riesce a fornire al lettore un’informazione originale e spesso controcorrente. Lo stesso vale per l’analisi (news-analysis), con la quale si tematizza (Tematizzazione), vale a dire si esamina sotto diversi aspetti, un fatto o notizia anche con l’intervento di più specialisti dell’argomento trattato.

5. I fatti e le opinioni

La distinzione tra fatti e opinioni o commenti costituisce uno dei temi più ricorrenti e discussi nella vita del giornalismo. È classica, in proposito, la formula deontologica che sarebbe stata proposta nel 1921 da C. P. Scott, direttore del Manchester Guardian: "I fatti sono sacri, i commenti sono liberi". Ma alla felice e facile enunciazione fa riscontro la difficoltà, sia in sede teorica, sia in sede pratica, di operare una chiara separazione.
Il g. di opinione o di valutazione esiste sia nel mondo anglosassone sia in quello latino e in particolare italiano. Nel mondo anglosassone è prevalentemente affidato all’ anchorman, coordinatore o conduttore di un programma radio o Tv, o fondista sulla carta stampata, con il compito di introdurre nel programma, o nel testo, personaggi che sull’argomento in discussione hanno opinioni diverse o rappresentano specifiche parti sociali e posizioni politiche o culturali.
Al contrario il nostro opinionista esprime un parere o valutazione personale che i lettori sono disponibili ad accettare, in virtù della competenza, dell’autorevolezza o dell’imparzialità che gli riconoscono (Opinione pubblica).

6. La stampa scandalistica

Va ricordato un tipo di g. popolare che ‘spia’ i ceti sociali alti e le celebrità, nei loro vizi privati, oggetto di ammirazione, se non di morboso interesse, da parte del grosso pubblico. In area anglosassone fiorisce, in questo campo, una stampa quotidiana, mentre in area latina è il settimanale a coprire l’area. Nell’un caso e nell’altro le immagini – più o meno autentiche, più o meno rubate – prevalgono sul testo scritto.

7. Lo stile e i linguaggi

L’informazione giornalistica non è mai semplice trasmissione di dati conoscitivi. È compito del giornalista anche quello di guadagnare lettori o spettatori, mantenerli fedeli alla testata, intrattenerli. Si raggiungono questi risultati, trattando l’informazione pura, il dato conoscitivo, il semplice fatto, anzitutto con le coloriture retoriche (l’iperbole, la metafora, la sineddoche e la metonimia, il chiasmo, l’espansione, il climax e l’anticlimax sono le figure più comuni nel linguaggio giornalistico). La coloritura è massima nei titoli, redatti da uno specialista, il ‘titolista’, che mette in luce l’aspetto più interessante, curioso, toccante o scandaloso del pezzo. (Chi segue un percorso di lettura dei giornali per soli titoli nota come spesso anche in quella parte del titolo detta ‘sommario’, che dovrebbe sintetizzare il contenuto dell’articolo, per raggiungere l’effetto, si stravolge il significato del testo e si manipola l’informazione accentuandone o drammatizzandone aspetti parziali.)
In secondo luogo, e sempre al fine di ‘catturare’ l’attenzione del lettore, si elabora l’informazione in termini narrativi, sceneggiando il testo con soggetti agenti o personaggi variamente caratterizzati; creando delle azioni, spesso sapientemente concatenate; introducendo peripezie. Tutto ciò al fine di realizzare l’effetto narrativo. A tal proposito si distinguono tre tecniche espositive o forme narrative: la fact-story, centrata sull’evento; la action-story, che dell’evento privilegia gli sviluppi, e la quote-story, che affida l’effetto alle dichiarazioni di uno o più personaggi o anche di semplici individui, se collegati in qualche modo all’evento (testimoni occasionali, parenti della vittima, vicini di casa, ex compagni di scuola, ex commilitoni).

8. Le fonti di informazione

L’inevitabile coloritura retorica e il frequente taglio narrativo della scrittura giornalistica (che trovano un riscontro importante anche nella impaginazione del giornale) richiamano il rapporto tra il giornale (stampato o via etere) e quelle fonti primarie che sono da un lato le agenzie di informazioni, dall’altro i soggetti che emettono sistematicamente informazioni su se stessi, per mezzo di appositi uffici o addetti o portavoce e nella forma del ‘comunicato stampa’ (Fonti dell’informazione).
Quest’ultimo può essere indirizzato alle agenzie, che lo trasformano in una ‘nota’ o, in gergo, in un ‘flash’ o ‘lancio’ o, direttamente, ai giornali. Ha formato e contenuto standard (massimo 24 righe, 63 battute per riga) per fornire una sola notizia con eventuale materiale documentario in una cartella allegata (Flash).
Le agenzie raccolgono l’informazione primaria da mettere a disposizione delle testate giornalistiche associate, direttamente ‘sul campo’, con propri cronisti o inviati, o dai soggetti che emettono comunicati, previa ‘verifica della fonte e della notizia’.
Le note di agenzia sono prive di coloritura retorica e forniscono un’informazione rispondente al canone delle cinque W: Who, What, When, Where, Why (chi, cosa, dove, quando, perché).
Si registra normalmente uno scarto quantitativo tra le notizie diffuse giornalmente da un’agenzia che opera su tutto il campo delle notizie e quelle accolte dai giornali, scarto che è generalmente di 4 a 1. Si parla in proposito della funzione di gatekeeping (Gatekeeper) esistente presso i giornali utenti delle agenzie mediante abbonamento. Con gatekeeping s’intende un’opera di selezione all’ingresso delle notizie nelle pagine del giornale. Al riguardo è stato notato un comportamento abbastanza uniforme da parte delle varie testate, nel senso che, nelle diverse epoche, esiste una concordanza nell’ammettere o non ammettere un certo tipo di notizie e non altre. Questo fenomeno può essere collegato con quello di newsmaking.
Con la diffusione nelle redazioni degli elaboratori elettronici, spesso collegati in rete con le agenzie di informazione, è aumentato il livello di attenzione con cui l’articolista deve guardarsi dal rischio dell’acritico ‘passaggio in pagina’. Ciò richiede un autonomo lavoro di verifica e di rielaborazione di quanto contenuto nei lanci d’agenzia.

9. Le nuove tecnologie

L’evoluzione tecnologica, dalla linotype alla fotocomposizione, all’elaborazione digitale del testo, ha drasticamente trasformato i modelli organizzativi del lavoro giornalistico, inaugurando una tendenza alla separazione tra i vari settori, alla specializzazione dei singoli redattori e a una loro più marcata dipendenza dalle fonti informative ‘elettroniche’, quali le agenzie di stampa e gli archivi informatizzati. Ne consegue che i compiti affidati a molti giornalisti si pongono oggi più sul versante esecutivo che su quello creativo: ricercare e raccogliere fatti; verificarli, anche mediante l’incrocio di fonti diversificate; effettuare l’analisi, il trattamento, la messa in prospettiva della notizia; esporre un contenuto in forma accessibile e accattivante per il pubblico dei lettori.
Con lo sviluppo delle nuove tecnologie informatiche grande importanza ha assunto la figura del redattore grafico, cui non spetta semplicemente il compito della sistemazione in pagina di articoli e fotografie, ma di curare l’immagine complessiva del giornale, spesso in collaborazione con un art director. Anche la figura del ‘tele-cine-foto operatore per organi di informazione’ potrebbe essere un giornalista-redattore a tutti gli effetti, ma nei quotidiani i fotografi dipendenti sono stati tutti sostituiti da agenzie o collaboratori esterni (Fotogiornalismo; Fotoreporter). Nelle redazioni si assiste ad una nuova distribuzione del lavoro: al redattore addetto al desk, la tastiera e il video del computer, spetta quasi esclusivamente il compito di trattare notizie scritte e selezionate dalle agenzie o emesse da soggetti sociali ad alta visibilità: enti, chiese, centri di ricerca, governi, uffici-stampa, organizzazioni internazionali, gruppi di pressione. Tutti questi soggetti danno notizie, offrono rivelazioni, indicano orientamenti, propongono risultati (non sempre controllati) di ricerche e sondaggi. Altre figure sono il cronista, l’inviato, l’editorialista, sovente esterno.

10. Le logiche dei media (media-logic)

Un fenomeno nuovo, che incide sulla funzione sociale del g., è quello che va sotto il nome di media-logic. La struttura del messaggio e le modalità tecnico-organizzative della sua circolazione vengono imposte in base alle esigenze proprie dell’universo dei media. È un criterio che si è venuto progressivamente affermando, imponendo delle ‘condizioni di ingresso’, per così dire, a chi dei media si avvale sia come fruitore (lettore, ascoltatore o spettatore) sia come autore o personaggio (testimone, intervistato, ecc.). Ad esempio, smentire una calunnia apparsa su un giornale significa ampliarne la risonanza. Ma l’effetto più incisivo è forse quello dei formati che decidono dimensione e organizzazione interna dei messaggi, perché possano ‘passare’ attraverso un medium (stampa, radio, video, cavo, ecc...).
L’impatto del media-logic sulla politica è tra i più marcati, venendosi a rovesciare il rapporto tradizionale. Infatti la politica è visibile solo attraverso i mezzi di informazione, soprattutto la Tv, e sono i mezzi di informazione che impongono alla politica i loro formati: un’intervista radiofonica o televisiva è di 50 secondi; un’intervista a stampa può essere più estesa, ma senza ‘perdersi in particolari’, anche quando questi consentirebbero una migliore comprensione del fatto. Spesso i mezzi di informazione, sempre più politicizzati e forti delle esigenze della diffusione, danno, con le notizie, anche il suggerimento di precise scelte; propongono sondaggi sulla base di uno pseudo campione di cittadini costituito, di fatto, da alcuni passanti. Si presume così di poter, non tanto rappresentare la realtà sociale, quanto di assumerne la rappresentanza, parlare in nome dei cittadini. Il materiale illustrativo di un servizio viene scelto in base all’effetto e non alla sua verità e, spesso, nemmeno alla sua attualità; i trucchi scenici (angolo di ripresa, luci) valorizzano o deprimono un personaggio, spesso a sua insaputa. Si è giunti persino a ‘preparare’ la scena di un filmato o a ‘sceneggiare’ un evento per rendere ‘visibile’ una tesi informativa precostituita.
Il criterio media-logic agisce anche ‘televisivizzando’ l’informazione stampata, nel senso che le tecniche di presentazione della notizia a stampa risultano condizionate dagli effetti Tv: titoli a tutta pagina, creazione di ‘storie’, prevalenza della cronaca, abbondanza di citazioni e di virgolette, cui si contrappone, il più delle volte, l’avarizia di dati e la mancata citazione delle fonti. Aspetti emergenti, di conseguenza, sono il sensazionalismo, la dipendenza dei quotidiani dalla televisione, la spettacolarizzazione della notizia, la drammatizzazione dell’evento.
Altra conseguenza è l’effetto di detemporalizzazione. Una volta la stampa era strettamente legata alla quotidianità come mostrato dalla denominazione ‘giornale’ e dalla etimologia diurnalis, giornaliero. I quotidiani tendono oggi, invece, a settimanalizzarsi, con grandi spazi dedicati al varietà, ai fatti di costume, ai pettegolezzi sulla vita politica, all’attenzione al mondo dello spettacolo. Fenomeno che ha messo in crisi i settimanali cosiddetti politici, obbligati, a loro volta, a ‘mensilizzarsi’, oppure a scegliere lo stile e i modi dei settimanali di fascia medio-bassa; per non dire dell’ulteriore ibrida novità costituita dai supplementi settimanali dei quotidiani, i quali, concepiti come raccoglitori di pubblicità, non mancano di fare opinione.

11. L’ordinamento della professione

A pochi giorni dall’entrata in vigore della Costituzione repubblicana (1° gennaio 1948), fu emanata la legge-stralcio n. 47 dell’8 febbraio 1948, riguardante le disposizioni sulla stampa. Avrebbe dovuto essere una regolamentazione provvisoria, secondo quanto previsto nell’ultimo articolo ("Il governo emanerà le norme per l’attuazione della presente legge"), ma le norme applicative non hanno mai visto la luce, cosicché tale testo – pur con aggiornamenti riguardanti in particolare l’ editoria e il sistema radio-televisivo – continua a essere valido, soprattutto a proposito dell’obiettivo di garantire a chiunque la libertà di esprimersi per mezzo della stampa, sottostando ad alcuni adempimenti e limiti precisati dalla legge (Libertà e comunicazione).
Mediante la legge n. 69 del 3 febbraio 1963 è stata invece data una disciplina organica ai soggetti dell’attività giornalistica, adottando la struttura dell’ordine professionale come organo di tutela degli iscritti e di garanzia dell’interesse pubblico. Il testo definisce le figure dei giornalisti professionisti e pubblicisti, i diritti e i doveri loro spettanti e stabilisce le norme riguardanti i Consigli dell’ordine regionali, interregionali e nazionale (composizione, elezione, attribuzioni, durata). Vengono poi precisate le modalità per l’iscrizione negli elenchi dell’Albo e per l’esercizio della professione. Infine è affrontata la disciplina degli iscritti, con la descrizione dei procedimenti disciplinari, delle sanzioni e dei ricorsi.
Il decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 4 febbraio 1965 ha regolamentato in modo più dettagliato quanto sancito nella Legge del 1963 (n. 69). Nel nuovo testo sono state definite le circoscrizioni territoriali, le procedure per la loro modifica, le modalità tecniche per le elezioni dei Consigli e per il loro funzionamento. Sono stati precisati i requisiti per l’iscrizione nell’Albo (con i due elenchi dei professionisti e dei pubblicisti) o nel registro dei praticanti, negli elenchi speciali riservati ai giornalisti stranieri e ai direttori responsabili di periodici tecnico-scientifico-professionali.
L’Ordinamento della professione giornalistica del 1963 spiega che "sono professionisti coloro che esercitano in modo esclusivo e continuativo la professione giornalistica", mentre "sono pubblicisti coloro che svolgono attività giornalistica non occasionale e retribuita, anche se esercitano altre professioni o impieghi". Costoro vengono iscritti nei rispettivi elenchi regionali dell’Albo, cui si affianca un elenco speciale, al quale appartengono "coloro che, pur non esercitando l’attività di giornalista, assumano la qualifica di direttore responsabile di periodici o riviste a carattere tecnico, professionale o scientifico, esclusi quelli sportivi e cinematografici" (Ordine dei Giornalisti).

12. L’accesso alla professione

In Italia fino a pochi anni fa – ma ancora oggi in molti casi – si accedeva al g. anche senza una specifica preparazione.
Per entrare nell’elenco dei professionisti, occorreva essere almeno ventunenni, aver fatto un periodo di 18 mesi di lavoro formativo – remunerato – presso una redazione (il praticantato) e aver superato l’accertamento dell’idoneità mediante prova scritta e orale di tecnica e pratica del g., integrata dalla conoscenza delle norme giuridiche attinenti. La prova scritta consisteva (e consiste ancora) in: sintesi di un testo; redazione di un breve articolo su argomenti di attualità; un test su temi di attualità e di cultura storica, politica e sociale. La prova orale riguarda: storia del g.; sociologia e psicologia dell’opinione pubblica; norme giuridiche attinenti la professione e la materia del praticantato.
Per diventare giornalisti pubblicisti gli aspiranti pubblicisti devono invece presentare una certificazione dei direttori degli organi ai quali hanno collaborato e una documentazione idonea a comprovare che la loro attività pubblicistica è stata regolarmente retribuita per almeno un biennio.
Solo da pochi anni esistono percorsi di formazione con un cursus didattico definito, laddove negli USA le scuole di g. sono attive da oltre un secolo. Verso la fine degli anni Ottanta l’Ordine dei Giornalisti, assieme alle Regioni e all’Università, ha dato vita a scuole di g. Alcune di queste scuole hanno concordato con l’Ordine di far valere la frequenza biennale come praticantato, in modo tale che i giovani diplomati possano senz’altro sostenere l’esame di ammissione alla categoria dei giornalisti professionisti. Con le delibere dell’Ordine del 6 luglio 1988 e del 2 marzo 1989 sono stati approvati il "Quadro di indirizzi e condizioni per le strutture di formazione". In esso sono definite le norme su natura e finalità delle scuole, nonché il "Regolamento per l’attuazione degli indirizzi per il riconoscimento delle scuole di g.".

13. Le relazioni sindacali

Con una periodicità, che attualmente è quadriennale per la parte normativa e biennale per la parte economica, la FNSI (Federazione Nazionale della Stampa Italiana), in rappresentanza dei giornalisti, e la FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali), in rappresentanza della proprietà, rinnovano il contratto nazionale di lavoro giornalistico. Esso regola il rapporto di lavoro di quanti prestano attività giornalistica quotidiana con carattere di continuità e con vincolo di dipendenza (anche se l’attività è svolta all’estero) in quotidiani, periodici, agenzie di informazioni, emittenti radiotelevisive, uffici stampa collegati ad aziende editoriali. Il trattamento economico e normativo previsto nel contratto è quello minimo e inderogabile per ogni prestazione di lavoro giornalistico subordinato; a esso può aggiungersi un trattamento integrativo, concordato a livello aziendale. Le norme del contratto si applicano anche ai collaboratori fissi esterni alla redazione. I componenti della direzione degli organi giornalistici (giornali, settimanali, emittenti) sono estranei a tale disciplina, in quanto la loro è una contrattazione di tipi individuale.
Secondo quanto sancito usualmente nei contratti di lavoro, nelle aziende editoriali che abbiano almeno dieci redattori è istituito un Comitato di Redazione, cui è demandata la tutela dei diritti morali e materiali dei giornalisti. Nelle aziende editoriali con meno di dieci redattori viene eletto soltanto un Fiduciario di Redazione, con identici incarichi. La nomina del direttore deve essere comunicata dall’editore al Comitato o al Fiduciario di Redazione almeno 48 ore prima dell’insediamento, con priorità rispetto a qualunque altra comunicazione a terzi.

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Note

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Faustini Gianni , Gaeta Saverio , Trupia Piero , Giornalismo - B. Teorie e tecniche, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (21/10/2020).
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