Globalizzazione

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Autore: Robert White

1. Definizione

Il termine g. si riferisce alla tendenza – riscontrabile nel mondo contemporaneo – al superamento graduale delle differenze culturali e alla formazione di una cultura mondiale e di una società basate su un unico sistema economico di produzione e di consumo (Waters, 1995).
Le differenze fondate sulla posizione occupata nel sistema industriale di produzione-consumo, particolarmente evidenti nella stratificazione reddito-consumo, sono le stesse nelle diverse aree geografiche. Ad esempio, possiamo prevedere lo stile di vita religiosa di un gruppo sulla base del reddito e dei consumi piuttosto che dell’area di appartenenza geografica. Così, in rapporto alla crescita del reddito, si registra una tendenza ad adottare valori culturali più astratti e una maggiore tolleranza verso le scelte personali; vi sono molte opzioni valoriali, tutte generalmente tollerate, e gli individui nel corso della loro vita possono passare da un’opzione all’altra. Con il crescere della complessità tecnologica della vita moderna, i valori del consumo (consumption values) possono diventare per la gente più importanti di qualsiasi filosofia di vita. Tuttavia i fattori che portano alla differenziazione e al decentramento del sistema globale sono tanto interessanti quanto quelli che portano all’omogeneizzazione culturale.
I media, intesi come tecnologia, come linguaggio basato sulla tecnologia, come mediatori e come istituzioni, assumono un ruolo centrale nella formazione della cultura globale, perché costituiscono la base di ogni collegamento e sono il forum principale nel quale vengono esplorate e definite le caratteristiche di questa cultura.
Anche se la cultura europea rimane un punto di riferimento centrale, la cultura mondiale è molto più differenziata, multifocale, complessa e in rapida trasformazione di quanto non siano stati i sistemi culturali classici delle società tradizionali.
Il termine globalizzazione è entrato nell’uso comune soltanto negli anni Ottanta soprattutto perché termini precedenti come colonialismo, imperialismo culturale e sincronizzazione culturale non riuscivano a rendere la complessità delle nuove tendenze (Featherstone, 1990). Il termine imperialismo culturale veniva spesso utilizzato per indicare l’aggressivo espansionismo politico, economico e culturale degli USA nel periodo immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale (1945-1970), cioè durante il periodo della ricostruzione postbellica dei Paesi europei e asiatici e lo sviluppo di molte nuove piccole economie quali quelle della Malesia. Anche se gli USA occupano ancora oggi una posizione di primo piano nelle alleanze egemoniche, il ruolo dominante di coordinamento è svolto da un sistema globale che integra economia, politica e cultura.
Anche per la Chiesa cattolica il fenomeno della g. è motivo di attenzione particolare per le sue implicazioni etiche. Nel discorso ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali del 27 aprile 2001 Giovanni Paolo II ha ricordato che la g. è divenuta rapidamente un fenomeno culturale, oltre che economico e sociale. "Il mercato come meccanismo di scambio è divenuto lo strumento di una nuova cultura. Molti osservatori hanno colto il carattere intrusivo, persino invasivo, della logica di mercato, che riduce sempre più l’area disponibile alla comunità umana per l’azione pubblica e volontaria a ogni livello. Il mercato impone il suo modo di pensare e di agire e imprime sul comportamento la sua scala di valori. Le persone che ne sono soggette spesso considerano la globalizzazione come un’inondazione distruttiva che minaccia le norme sociali che le hanno tutelate e i punti di riferimento culturali che hanno dato loro un orientamento di vita".

2. I processi in atto

Le teorie correnti della g. descrivono tre processi distinti eppure, in qualche modo, interconnessi: 1) la forza aggressiva del capitalismo politico-economico internazionale; 2) la tensione fondamentale verso la soluzione dei problemi che caratterizza l’uomo, il quale intravede in questa nuova cultura globale la più accattivante delle possibilità per risolvere le difficoltà quotidiane; 3) i processi di mescolanza e ibridazione culturale cui si devono la complessità, la differenziazione e, al tempo stesso, l’appiattimento delle differenze.

2.1. Il fattore politico-economico.
L’impulso più evidente nel processo di g. è la ricerca di potere e di ricchezza implicita nel capitalismo moderno (A. Mattelart, 1983). I capitali di investimento, grazie alle nuove tecnologie che moltiplicano produttività e consumi, tendono a collocarsi laddove il mercato promette i maggiori profitti. Il commercio internazionale sa trovare mercati per qualsiasi prodotto locale commerciabile; per esempio, il fatto che il tè o le banane siano un bene di consumo comune in tutte le parti del mondo è certamente opera di un mercato a scala mondiale. La cosa significativa oggi è la scomparsa di Londra o New York come ‘centri esclusivi’ di scambio e coordinamento finanziario e il predominio a livello mondiale di una rete interattiva computerizzata. Il capitale è ormai denazionalizzato e si muove rapidamente da una parte all’altra del globo a seconda delle richieste.
Mentre la prima fase della g. è stata favorita dal commercio internazionale (che rendeva i prodotti locali beni di consumo comuni ovunque) e dal fordismo (il modello di produzione dei beni di consumo secondo una catena di montaggio standardizzata), la fase attuale è caratterizzata da un’organizzazione produttiva flessibile che risponde tempestivamente ai gusti sempre più differenziati dei consumatori di tutto il mondo. Il personale addetto alla produzione ha una alta e molteplice specializzazione in grado di rispondere rapidamente alle variazioni del mercato. Tutto ciò è reso possibile dal rapido movimento delle informazioni sulla produzione, dalla mobilità internazionale dei principali soggetti organizzatori e dalla capacità dei lavoratori di apprendere velocemente i nuovi compiti produttivi, grazie alla tecnologia disponibile.
La struttura organizzativa mondiale delle imprese economiche si è evoluta passando dal capitalismo commerciale (1500-1800), a quello imprenditoriale (1800-1875), a quello internazionale, operante a partire da un centro metropolitano (1875-1945), al commercio multinazionale, basato sulle campagne mondiali di marketing, per giungere (1965-2000) alla fase attuale del capitalismo globalizzante (Waters, 1995). In quest’ultima fase viene dato grande risalto ad alleanze economiche flessibili tra le industrie, così da approfittare delle capacità locali di produzione e dei relativi mercati. L’economia mondiale è oggi un sistema integrato e in rapida trasformazione, basato su accordi e alleanze nelle quali i simboli della cultura e del nazionalismo locali contano ben poco.
Originariamente lo stato-nazione si era sviluppato per sostenere le prime forme di impresa capitalistica, per garantire lo stato sociale ai cittadini e, dato il declino dell’influenza della religione nell’ambito della sfera pubblica, per fornire valori morali e motivazioni nella forma di mito nazionale. I media infatti sono stati tipicamente organizzati attorno al mito della nazione. Con il diffondersi della g. culturale ed economica questo ruolo dello stato-nazione è entrato in crisi in quanto non riesce più a garantire il tipo di sostegno necessario. I processi di negoziazione globale diretta negli scambi economici e culturali hanno soppiantato il ruolo economico dello Stato e la base morale delle relazioni umane si sta via via spostando dal mito del progresso nazionale o civile ai diritti degli uomini in quanto uomini. I media sono progressivamente divenuti globali e diretti a soddisfare la realizzazione individualistica e il ‘mito’ dell’identità personale prevale sui miti nazionali.
Anche se la gestione dei fattori politico-economici continuerà a essere di primaria importanza, è presumibile che essa assumerà una natura molto più complessa, basata sulla negoziazione tra piccole unità flessibili formate da persone altamente specializzate che rispondono a identità culturali differenziate, piuttosto che su grandi organizzazioni formali, a carattere gerarchico e a macro istituzioni che rappresentano delle identità di massa.

2.2. Le risposte alle aspirazioni umane.
Un secondo fattore dinamico della g. è la ricerca di soluzioni agli eterni problemi degli uomini: la salute, la riduzione della fatica nel lavoro fisico, la protezione dai disastri naturali e tutta una serie di altri problemi di sempre. La prima grande ondata di modernizzazione globale negli anni Cinquanta cercava di sradicare due problemi fondamentali come la fame e le epidemie. Una volta trovata una migliore strategia per risolvere questi problemi, gli uomini cercano velocemente di adottarla nella misura del possibile, smentendo così ampiamente ogni fatalismo, tradizionalismo o altre forme di resistenza cosiddetta ‘irrazionale’ agli efficienti e piacevoli stili di vita, che i sostenitori della prima modernizzazione avevano teorizzato. Insomma, gli uomini sono alla ricerca di soluzioni razionali ai loro problemi; una volta trovate, sono pronti a integrarle nei sistemi culturali esistenti, sempre se le strutture di potere locali hanno la volontà e le risorse per farlo.
Tutto questo porta spesso all’imitazione degli stili di vita delle nazioni industrializzate. Con l’introduzione del sistema di produzione industriale viene introdotta anche una vera e propria logica di vita. Un’economia basata sul denaro, per esempio, tende a ridurre la disponibilità a basso prezzo del lavoro dei bambini e delle donne. Cambiano le abitudini quotidiane delle donne e sarà piuttosto difficile convincerle a tornare allo stile di vita delle loro madri o nonne.
Una delle questioni principali affrontate dalla scienza sociale europea nel XIX secolo riguardava la domanda se l’abilità sistematica di trovare soluzioni a questi problemi abbia avuto origine nella civiltà europea. L’analisi weberiana sul ruolo dell’etica protestante ne è un esempio. Per un complesso di ragioni, a un certo punto della storia, si afferma in molti Paesi europei un ethos di razionalità strumentale per cui allo studio e alla soluzione dei problemi viene applicato il metodo scientifico di analisi, previsione e controllo. Questi Paesi sono stati i primi ad avviare il processo di industrializzazione e la maggior parte dei modelli di vita adottati dalla società industriale sono stati elaborati in quest’area geografica. Per questo i modelli di vita che si impongono in una cultura che privilegia la razionalità strumentale finiscono per assumere tutti un formato europeo. Recentemente, però, un interesse sempre maggiore è rivolto ad alcuni modelli di istituzioni culturali provenienti dall’Asia orientale. Gli agenti che svolgono il ruolo chiave di mediatori tra il capitalismo politico-economico internazionale e le esigenze della gente sono in genere degli imprenditori locali relativamente piccoli; conoscendo bene i gusti della popolazione, essi sanno combinare le risorse del posto con i modelli europei, così da soddisfare il bisogno di risolvere i problemi nel rispetto dei valori locali. Ciò vale anche per i prodotti ‘culturali’: ad esempio la musica rock – in genere – si è adattata agli stili della musica tradizionale locale, la quale ha propri strumenti e proprie forme di intrattenimento. Il punto di interazione tra gli agenti locali e il pubblico è un’area dove può verificarsi un rifiuto dei significati, oppure una loro parziale accoglienza; a volte l’adozione è quasi totale, mentre in altre occasioni si verifica la sua reinterpretazione. Le pratiche europee non sono quasi mai adottate in maniera diretta.
Jeremy Tunstall distingue tre forme di adozione dei modelli europei (Tunstall, 1977):
a) Una piccola porzione della popolazione, di solito piuttosto benestante, costituisce il ‘jet set’; queste persone, ai margini della propria cultura nazionale, con il cuore e la mente sono più vicine alla cultura transnazionale dell’Europa o degli Stati Uniti che non alla propria.
b) La stragrande maggioranza della popolazione vive una versione nazionalizzata della cultura moderna, e cioè: è essenzialmente nazionale nella sua organizzazione ma con elementi di origine europea integrati al suo interno. Molte di queste persone vivono in due mondi: il mondo al di fuori della famiglia e della comunità, dove si segue la logica dell’industrializzazione e il mondo domestico dove persistono la religione e gli stili familiari tradizionali e la cultura nazionale. È questa porzione della popolazione che nelle varie parti del mondo sostiene i movimenti fondamentalisti.
c) Il terzo gruppo è costituito dalla popolazione rurale legata alle tradizioni e da coloro che, ai margini delle grandi città, continuano a vivere una vita sostanzialmente rurale.

2.3. L’ibridazione delle culture.
Un terzo fattore dinamico, evidenziato soprattutto da studiosi latinoamericani, è l’incorporazione da parte delle culture nazionali e locali di elementi culturali globali in maniera tale da adattarli alla propria logica (Garcia-Canclini, 1989). Questa logica culturale locale costituisce la base dell’identità a partire dalla quale gli individui possono esplorare – attraverso i media, il turismo o l’emigrazione temporanea – centinaia di altre culture ibride nel mondo assimilando qualcosa da ciascuna di esse.
Una prima forma di ibridazione è rappresentata dalla metafora del ramo innestato su una radice culturale preesistente, metafora tratta dalla teoria di Victor Turner delle formazioni culturali organizzate attorno a paradigmi di base (root paradigms) (Turner, 1974). Ogni cultura tende ad avere dei valori profondi che non cambiano mai e che hanno origine nelle concezioni mitiche fondamentali che spingono i nuclei familiari, le tribù o le regioni a unirsi per formare delle società più ampie. Ogni cultura possiede una serie di rituali per la socializzazione dei suoi membri all’interno di una data concezione mitica del futuro della società, un futuro considerato troppo importante per non avere dei rituali che ne perpetuino il mito. La sopravvivenza di questo mito viene anche garantita da alleanze culturali egemoniche che permettono l’ingresso di nuovi movimenti culturali nella misura, però, in cui questi accettano i fondamentali miti della società. Attraverso i meccanismi dell’egemonia culturale e dei rituali la maggior parte delle civiltà sono riuscite a mantenere per migliaia di anni i loro paradigmi culturali di base.
Una seconda forma di ibridazione è rappresentata dalla metafora della mescolanza razziale o mestizaje (J. Martin-Barbero, 1993). Ciò accade spesso quando le persone emigrano in un nuovo contesto dove devono ricostruirsi una nuova vita. Un caso tipico è costituito dall’emigrazione della popolazione rurale di diversa origine regionale, etnica, religiosa e tribale verso le periferie delle grandi città dei Paesi in via di sviluppo. Qui ogni risorsa culturale ha potenzialmente un’importanza simile. In questo contesto le persone possono dare vita a una nuova cultura, mescolando un po’ del loro passato rurale, un po’ della cultura globale, un po’ della cultura nazionale modernizzata con elementi provenienti da altre fonti. La metafora della mestizaje viene contrapposta ai movimenti fondamentalisti e alla loro pretesa irrealistica di fare di un elemento culturale la norma perenne per tutti.
Una terza forma di ibridazione è rappresentata da quei movimenti che intendono rivitalizzare la propria identità nativa. Quando una società è stata costretta a subire rapidi mutamenti e ad adottare, senza logica, nuove pratiche e istituzioni provenienti dall’esterno, può arrivare il momento in cui la sofferenza per una simile confusione culturale diventa insostenibile. Questo avviene soprattutto nelle società più rigide e più lente a cambiare. In questo caso alcune figure profetiche ottengono un largo seguito tra la gente proponendo un ‘ritorno al passato’ dove il passato e il presente, lo straniero e l’indigeno vengono mescolati insieme a creare un mito spesso completamente nuovo, proclamato però come una versione nuova ed efficace del passato (Robertson, 1992).
Il fatto che questi tre tipi di ibridazione possano coesistere, in una qualche forma, in molti contesti e che tutte e tre le dinamiche della g. agiscano simultaneamente ci aiuta a capire perché la g. non produca in effetti una cultura completamente omogenea, ma piuttosto una cultura assai complessa e in continua trasformazione. La cultura ‘globale’ è caratterizzata, rispetto al passato, da una maggiore frammentazione e mobilità e da una maggiore disponibilità a modificare le sue forme.

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Note

Come citare questa voce
White Robert , Globalizzazione, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (19/10/2019).
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