Guerra e mass media

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Una foto di guerra: un’esplosione tra la popolazione civile
Il rapporto tra i mezzi di comunicazione di massa e la guerra è stato caratterizzato fin dalla nascita dei primi strumenti d’informazione da un intenso legame di reciproca dipendenza, come se le innovazioni nel settore della comunicazione fossero di volta in volta al servizio delle operazioni militari e, al tempo stesso, i mass media trovassero negli eventi bellici un terreno di sperimentazione e avanzamento delle proprie potenzialità.

Quattro elementi ricorrenti accompagnano questo ‘sviluppo parallelo’:
1) la capacità acceleratrice delle guerre sull’evoluzione tecnologica dei mass media;
2) il tentativo delle parti in causa di controllare il flusso informativo;
3) la funzione narrativa degli strumenti di comunicazione degli eventi bellici;
4) l’uso crescente dei media come vere e proprie ‘armi strategiche’.

1. La guerra accelera lo sviluppo dei media

Il primo mezzo moderno di accelerazione della comunicazione, il telegrafo ottico di Claude Chappe, fu sperimentato nel 1793, nel pieno della rivoluzione francese, per collegare in tempo reale le basi militari di Parigi e Lilla. Prima ancora, verso la fine del XVII secolo, un altro fondamentale ‘vettore’ della comunicazione, il sistema postale pubblico, era stato progettato dal ministro di Luigi XIV, Louvois, noto anche come grande teorico dell’esercito moderno. Si trattava di strumenti di comunicazione ‘punto a punto’, che sarebbero stati fondamentali supporti dei futuri mezzi ‘punto a molti’.
A partire dal telegrafo elettrico, introdotto nel 1837 da Cooke e da Morse, le innovazioni delle tecnologie della comunicazione ebbero conseguenze rilevanti sul condizionamento dell’opinione pubblica, garantendo una velocità di scambio delle informazioni tra i giornalisti che annullava le distanze tra ciò che accadeva e ciò che si poteva sapere. Nella guerra in Crimea del 1853 l’esercito franco-inglese poté avvalersi di un collegamento telegrafico diretto tra Londra e Parigi, sfruttato anche dai giornalisti. Nacque allora la figura del corrispondente di guerra, impegnato a seguire e a riferire le imprese dei soldati, con l’inevitabile filtro delle autorità. (Fotogiornalismo)

2. La manipolazione delle notizie

Da allora, l’espansione delle grandi potenze mondiali avvenne di pari passo con l’estensione dei cavi telegrafici e poi con la progressiva e capillare ramificazione dei canali di comunicazione. Nel 1861 fu introdotta da Lincoln la ‘censura militare’, ma la grande novità di questa fase fu la ‘manipolazione delle notizie’, realizzata spesso direttamente dai generali o dai segretari di stato. La capacità di costruire e diffondere informazioni false è stata fondamentale nel condurre a termine i piani militari e nel consolidare l’appoggio pieno e convinto dell’opinione pubblica interna ed esterna.
Con la prima guerra mondiale, tutte le potenze coinvolte dettero vita, in forme diverse, a strutture di controllo dell’informazione, con funzioni di censura e creazione di notizie ed eventi. Accanto alla stampa, adesso poteva essere sfruttato un altro grande mezzo di comunicazione di massa: il cinema. Fondamentali nel raggiungere le masse di analfabeti, i cinegiornali e i film di guerra rappresentarono uno strumento decisivo per raccogliere consenso e ‘vendere la guerra’ ai civili. La mobilitazione delle opinioni cominciò a diventare indispensabile nella gestione di una guerra.
Con la seconda guerra mondiale un nuovo medium divenne il punto di riferimento cruciale delle teorie comunicative belliche: la radio. Gli apparati militari e politici compresero presto le potenzialità di uno strumento che per la prima volta poteva riunire nello stesso momento milioni di persone, penetrare nelle file nemiche, indirizzare l’opinione pubblica, e tentarono di usarlo durante il conflitto come strumento di controllo sociale.
In particolare i regimi totalitari europei dettero alla radio una posizione centrale in un sistema comunicativo interamente subordinato alle esigenze propagandistiche. Nella Germania nazista il "Ministero della propaganda e della formazione del popolo", retto da Joseph Goebbels, e il controllo dello stato fascista sulla radiofonia in Italia furono l’esempio culminante di una pratica di orientamento globale dell’informazione che puntava più sulla manipolazione ideologica che sulla pura e semplice censura. Si trattava dunque di attuare attraverso i mass media una parallela ‘guerra psicologica’ diretta a vincere non il nemico ma le resistenze culturali interne. Fu in questi anni che in Unione Sovietica tutti gli apparecchi radiofonici vennero sostituiti dal governo con un sistema via cavo più facilmente controllabile e al riparo dalle emissioni del resto d’Europa.
Anche sul fronte delle grandi potenze alleate, la nascita di una ‘scienza dell’opinione pubblica’ servì alle gerarchie politico-militari per affinare le tecniche di controllo delle dinamiche comunicative. Gli Stati Uniti, in particolare, grazie alla disponibilità di un apparato comunicativo integrato e potente – dal cinema di Hollywood alla letteratura del Reader’s Digest – misero in campo una potenza di fuoco mediatica senza precedenti.
In Europa, il controllo sull’informazione fu particolarmente rigido, ma non mancarono esempi di uso libero dei mezzi di comunicazione, come Radio Londra, decisiva nel mantenere i rapporti con le organizzazioni partigiane e nel condizionare le popolazioni occupate dai tedeschi.

3. I media raccontano la guerra

Una tappa di svolta nella storia dei rapporti tra guerra e mass media è rappresentata dalla guerra del Vietnam, il primo evento bellico a essere raccontato in grande stile dalla televisione. Negli Stati Uniti, in particolare, l’apparato televisivo si era messo al servizio della ‘missione civilizzatrice’ degli americani, posizionandosi tra le armi ideologiche della guerra fredda e sostituendo alla censura – illiberale e antidemocratica – una più sotterranea autocensura. Fino al 1968, in Vietnam, i media occidentali continuarono a fungere da ‘megafoni del potere’, raccontando la marcia vincente per l’affermazione della democrazia in un Paese minacciato dal comunismo. Solo lentamente, dall’offensiva del Tet (30 gennaio 1968) in poi, riuscì a filtrare sugli schermi occidentali una realtà diversa. Svincolandosi dal recinto della funzione propagandistica, il sistema informativo, con alla testa proprio la televisione, contribuì a spostare buona parte dell’opinione pubblica su posizioni critiche, con riflessi inevitabili anche sull’andamento del conflitto.
La consapevolezza degli operatori della comunicazione del proprio potere e della propria autonomia contribuì a rimodellare i rapporti tra media e potere. Eppure, eventi come la guerra per le isole Falkland tra Gran Bretagna e Argentina del 1982 caddero in una sorta di ‘oblio collettivo’ per la mancanza di una copertura informativa, spiegabile, nell’era della comunicazione globale, solo con la strategia censoria delle autorità britanniche, preoccupate proprio di una ‘sindrome del Vietnam’.

4. I media, ‘armi strategiche’

All’inizio degli anni Novanta, la guerra del Golfo ha coinvolto il sistema dei media occidentali nella diffusione massiccia e organizzata di notizie false, costruite su misura dalle autorità governative e militari statunitensi per legittimare l’azione di forza e per costruire il nemico da abbattere. Per evitare reazioni collettive di rigetto nei confronti della guerra, per tutta la durata dell’attacco sono state del tutto assenti dagli schermi e dalle pagine dei giornali immagini di sangue e di morte. Una guerra senza vittime, ‘asettica’, ‘chirurgica’ nel colpire gli obiettivi militari, ‘intelligente’ come i missili Patriot.
Gli ultimi conflitti concentrati soprattutto nell’esplosiva area balcanica, hanno riproposto le ‘relazioni pericolose’ tra guerra e mass media. Il controllo sui canali di informazione, avvenuto in maniera implicita e sotterranea nelle democrazie occidentali, è stato condotto esplicitamente nella ex Jugoslavia, dove la dimensione locale del sistema informativo e il carattere etnico dello scontro hanno creato una ‘cultura dell’odio’ anche attraverso l’uso di linguaggi e dialetti ‘distintivi’. La lunghezza del conflitto e la sua difficile narrazione ha progressivamente fatto scomparire le immagini della guerra dai nostri schermi e dalla stampa, ricomparendo saltuariamente con i caratteri della superficialità e della banalizzazione.
L’offensiva della Nato contro la Serbia nel 1999 ha riproposto i grandi temi del rapporto tra eventi bellici e strumenti d’informazione. La guerra in tempo reale si è arricchita della rete telematica, che ha frantumato ulteriormente i tempi di diffusione delle notizie grazie alla posta elettronica dei testimoni diretti e alla convergenza tra mezzi tradizionali come la radio e nuovi media come Internet, mentre la censura militare e il newsmaking continuano a impedire all’opinione pubblica di conoscere il reale andamento del conflitto.
Un nuovo drammatico capitolo dell’intreccio guerra/media si è aperto l’11 settembre 2001 con l’attacco del terrorismo islamico agli USA. L’intero sistema comunicativo del ‘nemico’ è stato sfruttato prima per ampliare a dismisura la durezza e insieme il valore simbolico dell’aggressione (indimenticate rimangono le immagini: semidistrutto il Pentagono, centro del potere militare della massima potenza mondiale, crollate come castelli di carta in fiamme le due torri del World Trade Center), poi per costruire un fronte unico antiamericano di tutte le popolazioni islamiche chiamate alla ‘guerra santa’.
Da parte occidentale è evidente la difficoltà nel contenere gli effetti di questa strategia capace di destabilizzare il sistema dei rapporti all’interno del mondo arabo, mentre i militari sono impegnati a bloccare i terroristi e le forze che li appoggiano.
L’informazione è diventata – più che mai nella storia – un’arma strategica.

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Note

Come citare questa voce
Amalfitano Giacomo , Guerra e mass media, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (22/01/2019).
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