Kolossal

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Locandina di Ben Hur, uno dei primi colossal, diretto nel 1959 da William Wyler
Parola tedesca con cui si indica un film di grande effetto spettacolare, per la cui produzione si impiega una notevole mole di risorse economiche, di grandi apparati tecnici, di imponenti scenografie e una notevole quantità di maestranze, comprese anche le masse di comparse che contribuiscono ad accentuare lo spessore epico della vicenda cinematografica rappresentata. Si può affermare che il k. sia nato quando si è passati dal cinematografo al cinema: da quando, cioè, la struttura costitutiva di un film si è maggiormente articolata sia per quanto riguarda la complessità dell’impianto narrativo sia per la lunghezza dei metri di pellicola impiegati nella sua realizzazione. Basterebbe ricordare per tutti Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone (1882-1959), film per il quale sono stati utilizzati ben venti chilometri di pellicola negativa, filmata contemporaneamente da due macchine diverse; la sua lunghezza finale era di 4500 metri, pari a oltre tre ore di proiezione e il suo costo fu di un milione e mezzo di lire-oro. Sarà, tuttavia, il cinema di Hollywood, una volta conquistata la supremazia nel mercato internazionale, a mettere in atto con maggiore frequenza un tale tipo di produzione. Gli esempi, a questo proposito sono innumerevoli: da La nascita di una nazione (1915) di David W. Griffith (1875-1948) ai film di Cecil B. De Mille (1881-1959), il regista che certamente più di ogni altro si è contraddistinto per aver realizzato un rilevante numero di k. (tra i tanti, le due versioni – una muta (1923) e l’altra sonora (1956) – di I dieci comandamenti).
Giocato tutto sul concetto di cinema come grande spettacolo popolare di indubbio fascino visivo e perciò interessato prevalentemente a soggetti ben vivi nell’ immaginario collettivo (ad esempio, le storie bibliche), un tale tipo di produzione è caratteristico delle cinematografie che dispongono di grandi risorse economiche. C’è da aggiungere, tuttavia, che anche nei Paesi dove vigeva la cinematografia di Stato si è ricorsi frequentemente al k. per celebrare in maniera spettacolare i fasti di questo o quel regime (ricordiamo, ad esempio, Scipione l’Africano – 1936 – di Carmine Gallone come film magniloquente realizzato per celebrare con la dovuta retorica le ‘conquiste’ del fascismo).
Un altro dato che caratterizza tale tipo di produzione e che ne conferma la straordinaria presa sul grande pubblico è la presenza di innumerevoli remake (Ben Hur, Quo Vadis?, Gli ultimi giorni di Pompei, Il re dei re, ecc.).
Nonostante venga da molti considerato e relegato nell’alveo della produzione di consumo, il k. è stato frequentato anche dal cinema d’autore. Basti pensare a Luchino Visconti (Il Gattopardo, 1963) o a Bernardo Bertolucci (Novecento, 1976), fino ai più recenti esempi del cinema contemporaneo: Steven Spielberg per Schindler’s List (1993), oppure Kenneth Branagh per Hamlet (1996).

C. Tagliabue

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Come citare questa voce
Tagliabue Carlo , Kolossal, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (06/12/2021).
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