Linguaggio

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Il l. è la facoltà di poter esprimere e comunicare le conoscenze, i pensieri, i bisogni e i sentimenti. È una facoltà che si attualizza in diversi modi o procedimenti. Di conseguenza ci sono tanti linguaggi quanti sono i procedimenti o i modi per attualizzare questa facoltà. Il l. comunemente detto è quello che ha maggiore flessibilità e possibilità di espressione: il l. verbale. Esso è fondamentalmente fonetico-auditivo, ma partecipa anche del carattere visivo, tanto per le sue componenti mimico-gestuali, quanto per la sua traduzione scritta, che nelle società occidentali avanzate in qualche modo caratterizza anche il l. parlato (visualizzazioni interiori di parlante e ascoltatore, rimando implicito all’organizzazione del testo scritto, ecc.), pur mantenendo il parlato un suo primato psicologico ed epistemico (Ong Walter; Oralità).
Il l. può essere un procedimento spontaneo, più o meno istintivo, come nel caso del l. degli animali, oppure può essere totalmente convenzionale, stabilito e utilizzato da un gruppo di individui che si sono messi d’accordo per attribuire un determinato significato a ciascuno dei segni che usano: così, per es., l’insieme dei segni che si usano nel gioco degli scacchi o delle carte, oppure il l. di segnalazione marittima attraverso le bandiere, i segnali di fumo, ecc. Da questo punto di vista, quindi, il l. in senso generale è la facoltà di usare segni per le finalità sopra descritte.
L’interesse linguistico del sec. XX ha fatto sì che si sviluppasse ampia attenzione sui diversi modi del significare: sono quindi state realizzate moltissime riflessioni sui linguaggi del visivo e dell’arte, sul l. musicale, sul l. della moda, dell’architettura, ecc. oltre che naturalmente sul l. verbale, che è stato oggetto di una particolare attenzione tanto in ambito filosofico che psicologico, come pure nello studio sistemico della scienza linguistica (Linguistica;Scienze del linguaggio verbale).
Karl Bühler ha messo in rilievo l’esistenza di tre funzioni del l.: quella di espressione, quella di appello e quella di rappresentazione. L’ultima è specifica del l. umano e lo distingue da quello degli animali; è quella propria dell’aspetto logico del l., per cui si parla di realtà assenti, attraverso l’uso di concetti, rappresentazioni convenzionali, ecc. La funzione di appello o indicale è quellache attraverso il l. rimanda a elementi della situazione in cui si svolge lo scambio comunicativo: è caratteristica dei deittici (Deissi) o comunque degli indicali (termine quasi sinonimo del precedente, ma leggermente più ampio): un dito che segnala un oggetto presente su un tavolo, l’uso di termini come io, tu, qui, oggi, ecc. che prendono la pienezza del loro significato a partire dalla situazione enunciativa. La funzione espressiva è quella che rimanda alla manifestazione immediata del vissuto psichico: un grido, un gemito, un’espressione del volto che denota contentezza o tristezza, ecc. (Comunicazione).
È interessante notare che solo in alcune lingue è attiva, come in italiano, una distinzione terminologica che ai nostri fini è importante: quella fra
lingua e l. (langue/langage in francese; lengua/lenguaje in spagnolo), mentre nelle lingue germaniche c’è un unico termine che copre entrambe le aree (language, Sprache).
La distinzione è appunto fra la facoltà (il linguaggio) e il sistema di segni in qualche modo interconnessi e in relazione fra loro (la lingua), che si ha per es. nei sistemi di segni verbali che individuano le lingue nazionali: italiano, inglese, francese, ecc.
La distinzione è importante per i l. della comunicazione contemporanea, perché è stata una delle prime messe a tema, per es., nella semiotica del cinema in un articolo fondativo del semiologo Christian Metz (1964), che si poneva appunto la domanda se il cinema fosse lingua o l. In effetti per alcuni decenni la semiologia dell’audiovisivo si è mossa un po’ contraddittoriamente alla ricerca, nelle immagini in movimento del cinema, di analogie con il sistema delle lingue, che via via si rivelavano infondate o approssimative o comunque limitanti. La semiologia dell’epoca era guidata da una tradizione strutturalista saussuriana – spesso nell’interpretazione che ne aveva dato Roland Barthes – secondo cui è il sistema della lingua l’essenziale della comunicazione e qualsiasi altro l. avrebbe dovuto quindi passare attraverso di esso, essendo pienamente traducibile nei termini di una lingua naturale.
La considerazione del l. – sviluppata nella prima metà del Novecento subendo i forti influssi positivisti e scientifico-sperimentali, con la conseguenza di considerare il l. naturale per analogia con le formalizzazioni logico-matematiche utilizzate dalle scienze fisiche (Frege, Russell) – si è aperta in questi ultimi decenni ad accogliere la complessità e la ricchezza del fenomeno linguistico. Il l. è ora considerato come azione umana (Austin), come attività diretta a uno scopo (tema già presente in Bühler e nella Scuola di Praga); ne vengono messe in luce le intrinseche dimensioni dialogiche e la loro importanza per la definizione stessa dell’identità dell’individuo (Taylor), vengono messe a tema le diverse dimensioni pragmatiche degli scambi comunicativi e la loro rilevanza anche per la corretta messa a fuoco delle dimensioni semantiche.
Notiamo infine, che si usa il termine l. per caratterizzare alcune specificazioni settoriali di una lingua naturale, come per es. nelle locuzioni l. giuridico, l. pubblicitario, l. scientifico, ecc.

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Note

Come citare questa voce
Fumagalli Armando , Linguaggio, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (24/08/2019).
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