Obiettività dell'informazione

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Il concetto di o.d.i., collegato o meno a quello di immaginario, è centrale per capire la logica di funzionamento del giornalismo, le pratiche e le ideologie professionali dei suoi addetti, le letture dell’ audience. Per avviare la discussione su questo controverso concetto conviene partire dalle definizioni che si possono trovare nei dizionari più diffusi della lingua italiana di termini come obiettività e oggettività. Prendiamo due dizionari: il Gabrielli (A. Gabrielli, Grande dizionario illustrato della lingua italiana, Mondadori, Milano 1989) e il Devoto-Oli (Vocabolario della lingua italiana, Le Monnier, Firenze 1979). In nessuno dei due si trova riferimento all’obiettività giornalistica.
Per quanto riguarda il termine ‘obiettività’: il Gabrielli la definisce "l’essere obiettivo, il vedere le cose nella loro realtà, senza l’influsso delle proprie idee, dei propri gusti, delle proprie preferenze" e aggiunge come esempio "giudicare con obiettività significa giudicare imparzialmente, spassionatamente"; il Devoto-Oli è più essenziale: "atteggiamento alieno da personalismi e particolarismi nel formulare un giudizio e nel comportamento che ne deriva".
Per quanto riguarda il termine ‘oggettività’: il Gabrielli riferisce due sfere di significati, quello del linguaggio ordinario e quello del linguaggio filosofico; per quest’ultimo si limita a registrare "carattere oggettivo dell’oggetto", mentre per il primo recita "l’essere oggettivo, il vedere le cose nella loro realtà" e fornisce tre esempi: "l’oggettività di una critica", "l’oggettività di una narrazione", "oggettività di giudizio"; il Devoto-Oli registra: "carattere, valore oggettivo che esclude cioè la possibilità di una interpretazione personale da parte dell’individuo" e fornisce due esempi "l’oggettività di un giudizio" e "l’oggettività dei sintomi".
In entrambi i dizionari sotto il termine ‘oggettivo’ si trovano esempi riferiti a "dati, fatti oggettivi", "realtà oggettiva" (Gabrielli), "descrizione oggettiva" (Devoto-Oli).
Ciò che colpisce maggiormente in queste definizioni è il loro carattere astratto, quasi filosofico, l’assenza di riferimenti espliciti al mondo delle professioni, all’agire pratico. Al contrario di quello che accade, per esempio, in analoghi dizionari inglesi e francesi dove non solo si trovano riferimenti espliciti a vari tipi di professioni, ivi compresa quella giornalistica, ma si trovano aggiunti i significati di ‘imparziale’, ‘equilibrato’, ‘leale’, tutti significati che alludono a comportamenti che la gente, soprattutto nei Paesi di più consolidata democrazia, ritiene legittimi e dovuti da parte di professionisti che esercitano le più svariate professioni: da quelle mediche e giudiziarie (parzialmente richiamate anche dai dizionari italiani) a quelle di infermiere e di assistente sociale, di insegnante e di giornalista. Alla fine di un secolo che ha visto la sempre maggiore interdipendenza tra sfera pubblica e sfera privata, l’espansione della sfera dei diritti civili e la nascita del concetto di cittadinanza sociale, tali comportamenti sono attesi anche nei rapporti tra genitori e figli e tra coniugi.
Il problema dell’obiettività, dunque, e anche dell’obiettività giornalistica, trova la sua ragion d’essere nelle domande e nelle attese che il pubblico – i cittadini e le persone, i lettori e le audience, i clienti – esprime, in una crescente gamma di situazioni sociali, alle istituzioni, ai professionisti e ai ruoli sociali che quelle istituzioni fanno esistere e funzionare.
Come il lettore avrà intuito, questo avvio di ragionamento serve per mettere in campo alcune questioni di fondo che cercheremo di chiarire nella necessaria prospettiva storica e comparativa.
Le definizioni riprese dai dizionari, pur nella loro laconicità, ci consentono di capire immediatamente tre fatti importanti: quelle definizioni sono apodittiche, storicamente e socialmente situate e quindi del tutto insufficienti per mettere a fuoco il nostro problema. E, tuttavia, si può ipotizzare che esse riflettano concezioni socialmente diffuse, costituiscano un buon indicatore di qualcosa che possiamo individuare come senso comune, come luoghi comuni. Quelle definizioni, infatti, esprimono un’idea di obiettività e di oggettività, di derivazione positivistica, che presuppone una concezione ingenua – quasi materialistica – della realtà sociale senza lasciar trapelare nulla del dibattito che ha impegnato la filosofia e le scienze sociali per oltre un secolo. Sono definizioni che non lasciano aperto nemmeno il più piccolo varco al sospetto che il secolo dei mass media – con la diffusione del giornalismo e del cinema, della radio e della televisione – abbia modificato radicalmente il modo in cui la maggior parte degli esseri umani percepisce il mondo sociale e si rapporta con la sua ‘realtà’. In altre parole quelle definizioni ci fanno capire che per impostare in termini esaustivi la questione dell’obiettività giornalistica è necessario tener conto dei ‘modi correnti di intendere le cose’ e insinuare sospetti sulla loro fondatezza riconducendo la questione dell’obiettività giornalistica ai contesti storico-sociali che l’hanno fatta nascere, in altri Paesi, come variante specificamente giornalistica di due questioni più generali: una di tipo epistemologico e filosofico e una di tipo professionale. La prima riguarda lo statuto della realtà sociale e i modi attraverso i quali essa viene percepita, appresa e trasformata; la seconda riguarda l’etica delle professioni e il suo rapporto con le attese e le domande collettive.
Per svolgere, pur brevemente, l’analisi necessaria a capire perché la questione dell’obiettività giornalistica sia centrale per intendere la funzione del giornalismo nella società contemporanea, si può partire da due dati di fatto incontrovertibili che chi conosce il giornalismo italiano e la sua storia non farà fatica a intendere. Si tratta di una contraddizione che in nessun altro campo giornalistico nazionale si presenta con la stessa marcata evidenza (tracce di questa contraddizione sono rinvenibili anche altrove).
Il primo dato di fatto è costituito dallo scarsissimo interesse che la questione dell’obiettività giornalisitica ha avuto in tutta la storia del giornalismo italiano, sia nell’ambiente giornalistico sia nel più generale campo intellettuale. Il secondo dato di fatto è costituito dal tipo di argomentazioni molto spesso utilizzate dai giornalisti quando devono difendersi dall’accusa di parzialità: si limitano a far ricorso a una epistemologia ingenua, a utilizzare la metafora della ‘fotografia’: i giornali non fanno che fotografare la realtà.
Nella lunga storia del giornalismo italiano, come è stato dimostrato da Alessandro Mazzanti (Mazzanti, 1991), vi sono solo tre brevi momenti durante i quali la questione dell’obiettività suscita qualche interesse: agli inizi del secolo, quando il giornalismo italiano sembrò imboccare una strada evolutiva analoga a quella degli altri Paesi, e nel corso di due brevi e intensi dibattiti alla fine degli anni Settanta e degli anni Ottanta; dibattiti nei quali prevalse la tesi che l’obiettività era impossibile e quindi tanto valeva non discuterne più. L’impossibilità dell’obiettività veniva argomentata su basi astratte, quasi filosofiche, senza alcun riferimento alle tormentate vicende che, proprio su questo tema, hanno interessato i campi giornalistici di altri paesi e in particolare quello degli Stati Uniti, come ha ben dimostrato Michael Schudson in una insuperata ricerca di storia sociale (Schudson, 1987). Se l’obiettività è impossibile, come conciliare questo convincimento, che sembra largamente condiviso dai giornalisti italiani, con l’idea che ciò che pubblicano i giornali sia una mera ‘fotografia’ della realtà? Come è possibile conciliare tra loro due concezioni epistemologiche così diametralmente opposte? Da un lato l’idea di una realtà complessa e sfaccettata difficile da cogliere e da raccontare, e dall’altro lato l’idea di un giornalismo che riesce a ‘fotografare’ la realtà, l’idea che esso non è un racconto sulla realtà percepibile dagli strumenti conoscitivi professionali e percepita dal singolo giornalista bensì una ‘fotografia’, una ‘riproduzione’ della realtà? Come si tengono insieme queste due confliggenti concezioni del giornalismo?
La risposta a questa domanda si può trovare negli studi e nelle ricerche che alla questione dello statuto conoscitivo del giornalismo e alle sue rilevanti funzioni sociali sono stati dedicati dagli studiosi e dagli stessi giornalisti negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, nei Paesi del Nord Europa, in Germania e in Francia e anche in Italia (per restare nei confini storici e geografici dell’area euro-atlantica). Il lettore può trovare ampi riferimenti al tema nei due lavori di Schudson e Mazzanti prima citati e in quelli di chi scrive (Bechelloni, 1995 e 1999). Per quanto attiene al dibattito filosofico sulla questione dell’obiettività e della verità i riferimenti più pertinenti sono ai lavori di Hilary Putnam e di Richard Rorty (Marchetti, 1999; Putnam, 1998; Rorty, 1989).
Sciogliamo adesso le allusioni alle quali si è fatto finora riferimento. La questione dell’obiettività giornalistica è un caso particolare della più generale questione dell’obiettività (avalutatività e imparzialità) che ha attraversato la storia delle scienze sociali fin dalla loro nascita e, più in generale, nel corso del Novecento, la storia della scienza tout court. La declinazione giornalistica dell’obiettività, inoltre, ha delle specificità connesse allo statuto del giornalismo, alla sua mai del tutto superata fragilità professionale, fluidità dei confini, debole legittimità intellettuale. La fragilità dello statuto del giornalismo è, a sua volta, connessa alle molteplici e cangianti funzioni che esso ha assolto (o che gli sono state attribuite) nel corso della sua plurisecolare evoluzione; in un rapporto di stretta interdipendenza con l’evoluzione delle due grandi istituzioni della modernità: la democrazia rappresentativa e il mercato regolato.
Nato all’interno della ristretta società politica e letteraria, il giornalismo ha subito una importante torsione, per iniziativa di Jefferson e degli altri padri fondatori della prima democrazia rappresentativa della modernità; con la Costituzione degli Stati Uniti e poi con il Primo emendamento si gettarono le fondamenta di una libertà della stampa (e dell’informazione) come la prima e la più importante di tutte le libertà civili (Libertà e comunicazione). Una seconda importante torsione si ha, sempre negli Stati Uniti prima ancora che in altri Paesi, con la nascita della Penny Press negli anni Trenta dell’Ottocento. La Penny Press nasce sulla base di una scoperta: quella della notizia. La notizia – in inglese news, da new, nuovo – diventa da allora la materia prima dei giornali, il valore aggiunto che una più ampia gamma di lettori (rispetto alla cerchia ristretta dei giornali politici) è disposta a pagare comprando il giornale o i suoi spazi pubblicitari, investendo nella lettura una parte del proprio tempo.
La scoperta della notizia ebbe importanti conseguenze perché consentì di individuare il valore economico dell’attività giornalistica: cercare, scrivere e pubblicare le notizie, diffondere e vendere i giornali a un pubblico di lettori-clienti più ampio possibile divennero un’industria. Nacque la pubblicità, e il giornalismo si avviò a diventare una professione regolarmente retribuita.
Sui due capisaldi della libertà di stampa e della scoperta della notizia nacque il giornalismo moderno e si crearono le premesse per la nascita del problema dell’obiettività. Infatti, nel momento in cui il giornale non era più un giornale di partito, portatore delle opinioni di coloro che vi militavano o lo sostenevano, ma era soprattutto un veicolo di notizie, diventava cruciale per i lettori poter contare sulla veridicità di quelle notizie. La cerchia dei lettori non veniva più identificata sulla base della consonanza delle opinioni bensì sulla quantità e sulla attendibilità delle notizie.
In Europa il passaggio del giornalismo da giornalismo di partito (basato sulla diffusione di opinioni coerenti con il programma di un partito) a giornalismo di informazione (basato sulla quantità e attendibilità delle notizie) fu, durante il corso dell’Ottocento, più lento e accidentato. Sia a motivo della più lenta e imperfetta trasformazione dei regimi politici europei in democrazie rappresentative, sia a motivo della più estesa presenza nella società europea di ceti sociali aristocratici legati all’ancien régime. Influirono anche sulla trasformazione del giornalismo l’intensità e la velocità con le quali si realizzarono sia la rivoluzione industriale sia la costruzione dello Stato nazionale. Di conseguenza, il problema dell’obiettività giornalistica si pose in Europa più tardi e in modo meno netto di quanto non fosse accaduto negli Stati Uniti.
Nel corso dell’Ottocento, influenzati da una cultura positivistica molto diffusa, i campi giornalistici che per primi (oltre agli Stati Uniti anche la Gran Bretagna, la Francia e la Germania) affrontarono la nascita e l’affermazione dei giornali di informazione – soprattutto nel settore dei quotidiani di qualità e della stampa locale, e solo sul finire del secolo nel settore dei quotidiani popolari – si limitarono a una distinzione molto elementare tra ‘fatti’ e ‘opinioni’, tra ‘cronaca’ e ‘commento’.
La questione si complica e diviene altamente controversa nel corso del Novecento: con l’affermarsi in alcuni Paesi del giornalismo popolare (lo yellow journalism e lo story journalism), con l’avvento durante la prima guerra mondiale della propaganda e delle relazioni pubbliche, con la diffusione del cinema e della radio, con l’espansione della pubblicità e, infine, con l’affermarsi della televisione dopo gli anni Cinquanta e Sessanta e l’esplodere dei grandi movimenti sociali per i diritti civili che portano, verso la fine del secolo, a una ben più ampia concezione dei diritti umani e dei diritti di cittadinanza. Tutti i processi che abbiamo ricordato si svolgono nel corso di un secolo fortemente segnato dalle più varie e violente reazioni alle trasformazioni sociali indotte dalla diffusione della democrazia rappresentativa e del mercato regolato. Regimi totalitari, come quelli nazista e comunista, e varie forme di fondamentalismo religioso o etnico hanno provocato guerre laceranti, morti e migrazioni forzate, come mai prima era accaduto. Tutti questi processi hanno contribuito a rendere ancor più strategica la funzione del giornalismo e ancor più rilevante la questione dell’obiettività.
Nel corso del Novecento, inoltre, "la filosofia, la storia della scienza, la psicoanalisi e le scienze sociali si sono preoccupate di dimostrare come gli esseri umani siano animali culturali che nascono, vedono e sentono il mondo attraverso filtri socialmente costruiti. Dagli anni Venti di questo secolo, l’idea che gli esseri umani si costruissero sia individualmente sia collettivamente la realtà con cui hanno a che fare, ha assunto una posizione centrale nel pensiero sociale" (Buonanno, in Schudson, 1987 p. 11).
Per cercare di capire la complessità e la rilevanza della questione dell’obiettività nella nuova situazione sociale, politica e culturale che si viene a costituire nel mondo nel corso del Novecento è necessario, come già si è intuito, prendere in considerazione molte variabili e riuscire a costruire un punto di vista, insieme coinvolto e distaccato, che sappia tenerle tutte insieme per valutarne il peso e la rilevanza.
Il primo punto sul quale riflettere è costituito dall’enorme dilatazione del campo giornalistico che è ormai caratterizzato sia da un’estensione mondiale – attraverso la rete delle grandi agenzie d’informazione, dei canali televisivi satellitari e di Internet – sia da un’articolata declinazione locale. Inoltre il giornalismo, inteso come insieme di regole e procedure finalizzate alla raccolta e alla diffusione delle notizie di attualità, agisce ben oltre i confini tradizionali di un’attività professionale collegata a imprese editoriali, per comprendere svariate forme di comunicazione giornalistica attivate da un numero crescente di soggetti individuali e collettivi, di organizzazioni pubbliche e private che hanno interesse ad acquisire una loro visibilità sociale sui tanti canali e media (Bechelloni, 1999) che tutti insieme costituiscono un secondo tipo di territorio altrettanto importante e, per un numero crescente di soggetti, ancor più importante del territorio tradizionale delle relazioni faccia a faccia.
La materia prima del giornalismo, la notizia di attualità, è diventata per un numero crescente di soggetti sociali (per il maggior numero nei Paesi dove più radicate sono le istituzioni della democrazia rappresentativa e del mercato regolato) la fonte principale della conoscenza del mondo sociale. E ciò ha due conseguenze importanti. Da un lato è sempre più difficile distinguere la realtà che esiste indipendentemente dal giornalismo da quella che esiste grazie a esso (nella doppia veste di realtà rappresentata e raccontata dal giornalismo e di realtà provocata dal giornalismo). Dall’altro lato è sempre più difficile collegare l’attualità agli ambienti e alle situazioni, alle tradizioni e ai conflitti che la generano; individuare, cioè, i nessi causali, i processi di lunga durata, le relazioni tra la forza del caso e la volontà della storia (Bechelloni, 1995).
In questo contesto la questione dell’obiettività giornalistica acquista una rilevanza ben maggiore di quella avuta nel corso dell’Ottocento e anche di quella assunta, in alcuni paesi, fino agli anni Sessanta, con l’avvento della televisione.
È una questione che coinvolge molte dimensioni analitiche, come testimoniano le ricorrenti polemiche relative non solo alla partigianeria e alla parzialità ma anche all’inquinamento delle fonti, alla spettacolarizzazione delle notizie, al valore documentario delle immagini, alle distinzioni sottili tra resoconto di cronaca e racconto di una storia, all’uso dei dati statistici e dei sondaggi. È una questione che coinvolge le procedure, l’organizzazione del lavoro e l’etica professionale. È una questione che coinvolge tutti i linguaggi e le loro valenze espressive, comunicative e informative. È una questione che coinvolge gli stili di pensiero e di conoscenza, il rapporto tra ragione ed emozione, tra intelletto e sentimenti.
Ecco, allora, che la questione dell’obiettività, in quest’alba di inizio millennio, può essere declinata non tanto nei termini di una procedura sicura per attingere la verità o l’imparzialità, quanto nei termini di un ideale a cui tendere o di un mito al quale ispirarsi. Un ideale o un mito basato su un triplice livello di consapevolezza che dovrebbe caratterizzare i giornalisti (e le organizzazioni giornalistiche), in quanto depositari del sapere professionale necessario per trovare e rendere pubbliche le notizie: 1) la rilevanza e la centralità del giornalismo per il funzionamento stesso della società contemporanea; 2) la complessità del ‘reale’ e dei modi per accoglierlo, comprenderlo e ‘costruirlo’; 3) la diversità dei modi di vivere, intendere e leggere la realtà sociale, che è insieme esterna e ‘oggettiva’ e interna e ‘soggettiva’, che esiste indipendentemente da noi ma anche grazie e noi, alla nostra presenza, alla nostra azione, alle nostre letture.

Bibliografia

  • BECHELLONI Giovanni, Giornalismo o post-giornalismo? Studi per pensare il modello italiano, Liguori, Napoli 1995.
  • BECHELLONI Giovanni (ed.), Le ragioni del giornalismo, Edizioni Hypercampo, Firenze 1999.
  • BUONANNO Milly, Faction. De-generazioni e mutamenti nel giornalismo italiano, Liguori, Napoli 1999.
  • MARCHETTI Giancarlo, Il neopragmatismo, La Nuova Italia, Firenze 1999.
  • MAZZANTI Alessandro, L'obiettività giornalistica. Un ideale maltrattato, Liguori, Napoli 1991.
  • PUTNAM Hilary, Rinnovare la filosofia, Garzanti, Milano 1998.
  • RORTY Richard, Contingency, irony and solidarity, Cambridge University Press, Cambridge 1989.
  • SCHUDSON Michael, La scoperta della notizia, Liguori, Napoli 1988.
  • SCHUDSON Michael, The good citizen. A history of american civil life, Harvard University Press, Cambridge (MA) 1999.

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Come citare questa voce
Bechelloni Giovanni , Obiettività dell'informazione, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (27/09/2020).
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