Omelia

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Autore: Manlio Sodi
L’o. costituisce – nella liturgia cattolica – il luogo in sé unico attraverso cui si attua una comunicazione particolare a livello spirituale e a livello umano; una comunicazione che permette di raggiungere ogni domenica un numero così elevato di persone che nessun’altra ‘agenzia’ riesce a eguagliare. Nel testo che segue, dopo aver richiamato il fatto che la liturgia è essenzialmente ‘comunicazione’, si individuano gli ambiti che emittente e ricevente devono tener presenti perché la comunicazione raggiunga con efficacia gli obiettivi prefissati.

1. Liturgia è comunicazione

Il documento conciliare Sacrosanctum Concilium, al n. 33, afferma: "Nella liturgia... Dio parla al suo popolo [...]. Il popolo a sua volta risponde a Dio con il canto e con la preghiera".
L’espressione evidenzia, anzitutto, una particolare forma di comunicazione: quella tra Dio e l’uomo, quale si realizza principalmente attraverso la Liturgia della Parola, i cui elementi contengono, permettono e prolungano un dialogo; è il dialogo che si snoda nell’intero arco della storia della salvezza e che in ogni azione liturgica trova la sua attualizzazione simbolica. L’approfondimento di questa realtà comporta la conoscenza di elementi e contenuti racchiusi nella S. Scrittura e resi presenti nell’azione liturgica.
Lo stesso testo sopra citato evidenzia, in secondo luogo, un’altra forma di comunicazione: quella che si realizza all’interno dell’assemblea, sia tra colui che presiede e i fedeli, sia tra gli stessi fedeli. L’approfondimento di questo ambito chiama in causa una serie di attenzioni e di competenze che vanno dalla conoscenza delle persone che compongono la stessa assemblea, a tutti quegli elementi (musica, arte, gestualità, ministerialità, comunicazione nei suoi più diversi ambiti...) che permettono e facilitano un simile rapporto dialogico.
Tutto questo non per una comunicazione fine a se stessa, ma per realizzare quell’esperienza divino-umana così unica qual è quella che si attua nella celebrazione dei sacramenti, dei sacramentali e dei pii esercizi, nel contesto dell’anno liturgico.

2. Un termine denso di significato

Numerosi sono i termini che lungo la storia hanno connotato le forme della comunicazione religiosa (catechesi, cherigma, concione, conferenza, discorso, elogio, fervorino, o., panegirico, parenesi, predica, sermone). In seguito alla riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II il termine o. ha riconquistato la centralità che merita.
– Per l’origine del termine è indispensabile rifarsi a Gesù Cristo, primo omileta. Egli ha configurato l’annuncio, l’approfondimento e la spiegazione della Parola rivelata; e Luca, nell’episodio di Emmaus, con l’uso del termine omileo ha lasciato intravedere il senso (e il conseguente atteggiamento) della conoscenza del mistero della salvezza attraverso una peculiare spiegazione qual è quella che ha compiuto il Risorto con i due discepoli. Il paradigma di Emmaus, pertanto, unitamente all’episodio della sinagoga di Nazaret, offrono il contesto e il significato del termine o., oggi tornato a pieno titolo nel linguaggio e nella prassi ecclesiale.
– La lezione della storia. Gli elementi offerti dal dato biblico hanno trovato lungo la storia uno sviluppo davvero unico. L’annuncio e l’approfondimento del messaggio cristiano hanno avuto un’incredibile varietà di forme nell’arco di venti secoli. In questa ottica, la conoscenza di queste pagine di storia offre all’omileta la possibilità di toccare con mano la evoluzione della predicazione, sia in ordine alle forme che ai contenuti. Un tale approfondimento deve considerare non solo dati e personaggi appartenenti alla Chiesa di Rito romano, ma a tutte le Chiese. La predicazione, infatti, è patrimonio di tutti coloro che si gloriano del nome di Cristo.
– L’oggi delle Comunità ecclesiali. Tutte le Chiese cristiane si ritrovano unite attorno alla centralità di una Parola rivelata, che esse annunciano e spiegano, secondo particolari logiche e metodologie quali emergono dai rispettivi libri liturgici. Nell’ambito della Chiesa di Rito romano la progettualità dell’annuncio è racchiusa nei vari Lezionari, mentre la descrizione di tale logica e delle metodologie sottese (tecniche e spirituali) è presentata nell’Introduzione generale allo stesso Lezionario (1981).

3. L’omileta: un comunicatore

Parlare in pubblico richiede attenzioni e competenze di vario genere; tra le tecniche della comunicazione e i contenuti da proporre si deve instaurare un intreccio tale da favorire al massimo l’incontro tra emittente e ricevente.
Un’abbondantissima bibliografia è fiorita in questi anni. Parlare in pubblico ma in contesto religioso richiede ulteriori attenzioni e competenze proprie dello specifico ambito entro cui tale comunicazione si attua. In questa linea bisogna riconoscere che negli anni del dopo Concilio Vaticano II non è fiorita una bibliografia altrettanto abbondante, forse nell’illusione che tutto fosse già chiaro nel contesto dei linguaggi celebrativi. Pertanto, di fronte alle sfide che provengono dall’era massmediale, di fronte ai linguaggi verbali e non verbali della liturgia, e di fronte alle attese dell’assemblea e della stessa azione liturgica, si impongono competenze e attenzioni da non disattendere.

3.1. Competenze da acquisire.
Numerose sono le competenze da acquisire da parte dell’omileta-predicatore; qui se ne individuano le principali, raggruppandole in due ambiti.
– Superare, anzitutto, i difetti di vario genere è la prima sfida che si pone di fronte al predicatore; del resto è la prima realtà che colpisce l’ascoltatore. Difetti di ordine fisico, psicologico, espressivo; difetti che denunciano scarsa preparazione culturale e tecnica; difetti propri di chi non si accorge che parlare in pubblico è cosa ben diversa dal parlare a tu per tu; difetti relativi alla poca conoscenza dei destinatari (da cui deriva un linguaggio che non tocca minimamente né il cuore né la vita dei fedeli); difetti nel modo di proporsi esteticamente e nel modo di usare il microfono. Sono tutti elementi che contribuiscono allo sviluppo del linguaggio ‘ecclesialese’ che ostacola alla radice la peculiare comunicazione tra Dio e il suo popolo quale si attua nella liturgia; o al consolidamento dell’impressione diffusa che la ‘predica’ è cosa noiosa, soporifera e dunque... da evitare!
– In secondo luogo, porre la massima attenzione ai temi offerti dai Lezionari per le singole celebrazioni. L’o. non è l’occasione per parlare di tutto e di nulla, ma il momento per promuovere una formazione e una coscientizzazione a partire dall’esegesi che si attua nella liturgia. Se la metodologia del Lezionario, con i titoli preposti alle singole letture, non è patrimonio connaturale per l’omileta, si continuerà a deludere le attese dei fedeli i quali nel contesto celebrativo, soprattutto domenicale, si trovano di fronte a un progetto di annuncio del vangelo e di formazione cristiana unico nel suo genere, ma non sono aiutati a vederne la logica e ad approfondirne i temi essenziali.

3.2. Attenzioni da non disattendere.
La complessità del ruolo dell’omileta racchiude, oltre a quanto sopra ricordato, ulteriori elementi che possono essere sintetizzati negli ambiti che seguono.
– La qualificazione (e riqualificazione) dell’omileta richiede una peculiare attenzione in ordine sia ai contenuti da trasmettere, sia alle modalità di trasmissione, sia alla conoscenza di tutto ciò che può facilitare la proposta comunicativa. A differenza dello psicologo e del terapeuta, l’omileta è chiamato a predicare il normativo, in modo da guidare la persona a riflettere sul proprio quadro di valori e a trarne le dovute conseguenze, e così proporre contenuti nel nome della Parola rivelata, secondo la interpretazione della Chiesa. Ed è proprio in questa linea che vanno tenute presenti la formazione dell’omileta, la sua preparazione culturale, teologica e spirituale, la sua maturazione specificamente biblico-liturgica, la sua qualificazione tecnica a livello di comunicazione e di conoscenza degli strumenti e dei destinatari.
– La preparazione tecnica dell’omileta ha avuto una storia davvero ricca e interessante, in quanto la Chiesa è stata la detentrice della retorica: da quella biblica a quella cristiana, lo studio e la prassi della retorica hanno caratterizzato la comunicazione ecclesiale. Dall’inizio dell’era della comunicazione si è verificata un’inversione di tendenza: l’attenzione a una preparazione tecnica è venuta meno dando così adito a una comunicazione religiosa, e soprattutto omiletica, in cui trova posto di tutto a eccezione, talvolta, di quello che ci si attenderebbe. E comunque... spesso comunicato male. Il predicatore pertanto deve acquisire quella necessaria competenza che l’epoca massmediale comporta e sollecita. Lo richiedono il rispetto degli uditori e una corretta deontologia professionale.

4. L’assemblea: un feedback indispensabile

Obiettivo dell’o. è la divinizzazione del fedele. La qualificata proposta dei contenuti e l’ascolto attento sono finalizzati a un cambiamento di vita che ha il suo traguardo nella progressiva identificazione in Cristo. Per questo l’omileta pone una somma attenzione all’assemblea, in modo da cogliere quel feedback necessario per trasmettere con maggior facilità contenuti di per sé non scontati né immediati. Per sollecitare tutto questo si richiedono alcune attenzioni tra loro strettamente correlate.
– Conoscere l’assemblea: rilevamento sociologico, psicologia religiosa, tecniche di autovalutazione permettono di cogliere i valori, i limiti, le attese di un’assemblea, e soprattutto le sfide che essa pone quando è considerata nelle sue più variegate forme di composizione (adulti, anziani, atei, carcerati, emarginati, fanciulli, fidanzati, giovani, handicappati, lavoratori, malati, marittimi, migranti, militari, pellegrini, ragazzi, rifugiati, sportivi, studenti, tossicodipendenti, turisti, zingari, ecc.).
– Stimolare la qualificazione (e riqualificazione) dell’atteggiamento del fedele di fronte a questo segmento dell’azione liturgica costituito dall’omelia. Un atteggiamento che non intende proporre un’accoglienza supina di quanto presentato, ma che, al contrario, vuol evidenziare sia la logica storico-salvifica in cui si colloca tale ascolto, sia la disposizione personale nel mettersi di fronte a una simile attualizzazione.
– Sollecitare da parte del fedele la disponibilità a una ministerialità competente nella Liturgia della Parola, in modo che l’animazione (letture, monizioni, canto...) favorisca la comunicazione fra Dio e il suo popolo, e viceversa.
– Educare a una capacità all’ascolto che si diversifica da altri contesti e che si traduce in scelte di vita cristiana improntate a quella spiritualità che scaturisce da una peculiare esperienza dello Spirito quale si attua nell’invocazione sacramentale.
– Persuadere ad accogliere una proposta di approfondimento svolta dall’omileta non a titolo personale ma autorevole, di tipo magisteriale.
– Mettere in atto da parte del responsabile dell’assemblea un interesse perché almeno un gruppo di fedeli partecipino alla progettazione dell’animazione della messa domenicale e alla preparazione dell’o. durante la settimana.

5. Conclusione

Parlare in contesto omiletico richiede dunque l’acquisizione (o riacquisizione) di competenze – tecniche, culturali e spirituali – tali da rendere questa comunicazione così unica in contesto religioso sempre più all’altezza delle attese e del compito che le è proprio. Il confronto sereno e onesto con competenze basilari permetteranno al predicatore di avere un quadro di riferimento il più possibile oggettivo, tale da garantire una coerenza tra i presupposti e gli obiettivi dell’omelia.

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Note

Come citare questa voce
Sodi Manlio , Omelia, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (09/12/2021).
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