Oralità

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Una scena del teatro tradizionale giapponese

1. Definizione

Per comunicazione orale si intende quella specifica modalità di comunicazione umana che consente un passaggio di informazioni tra due o più interlocutori attraverso il linguaggio verbale, anche se, soprattutto in regime di o. primaria, con il significativo concorso di elementi non verbali (Comunicazione non verbale; Cinesici, codici; Paralinguistici, codici), in particolare gestuali (Corpo, linguaggio del; Gesto; Prossemica). A sua volta il linguaggio verbale è un sistema di comunicazione che utilizza il canale vocale-uditivo ed è costituito da segni arbitrari, di natura sonora, sintatticamente interconnessi.

2. Genesi dell’o.

Riguardo alla genesi delle capacità linguistiche, le tesi attualmente più in discussione sono due: una basata sulla origine gestuale e un’altra sulla origine vocale del linguaggio umano.
L’attenzione per la prima è stata rinnovata dalle scoperte relative alla capacità di comunicare a gesti delle scimmie antropoidi; inoltre i gestualisti sostengono che una propensione a comunicare con le mani è riscontrabile nell’homo sapiens adulto come sostegno del linguaggio verbale e nei bambini in forma di indicazione o deissi.
I vocalisti sostengono invece la derivazione del linguaggio da voci affettive (interiezioni) e/o imitative (onomatopee). Ma tali affermazioni implicano il non riconoscimento del carattere volontario dell’emissione linguistica e dell’arbitrarietà del segno. Esiste una precisa distinzione tra linguaggio verbale e vocalizzazione. Con il secondo termine ci riferiamo solamente alla possibilità di produrre suoni, mentre il linguaggio verbale può essere definito come il sistema di comunicazione che utilizza il canale vocale-uditivo, costituito da segni arbitrari sintatticamente interconnessi.

3. Lo scenario culturale del linguaggio

Nel dilemma tra le due tesi, riguardo la genesi delle capacità linguistiche (gestualista e vocalista), è più interessante puntare non tanto sul possibile mezzo attraverso cui la comunicazione iniziò a viaggiare, quanto sugli scenari impliciti in un contesto comunicativo. In sostanza dobbiamo rispondere all’interrogativo: biologia e cultura come si collocano a riguardo?
Schematicamente e in sintesi va detto che se è vero che l’homo sapiens parla perché ha una cavità orale e laringea adatta, è anche vero che ha una conformazione fonatoria idonea proprio perché parla. Non è solo la struttura che determina la funzione, ma anche la funzione (il parlare) che retroagisce sulla struttura attivando le sue potenzialità. D’altronde, perché una certa funzione emerga c’è bisogno di un contesto in cui possa essere reperita e di una mente capace di reperirla. Se questo ragionamento generale vale anche per il linguaggio, dobbiamo allora andare in cerca di un ambito socioculturale dove si possano ipotizzare condizioni di vita appropriate al suo reperimento e di un ominide con capacità cognitive avanzate, tali da far presupporre l’esistenza di un’attività linguistica. Probabilmente ambiente ‘idoneo’ e ominide ‘evoluto’ sono le facce di una stessa medaglia. L’uomo costruisce il suo ambiente sociale e le sue costruzioni; i suoi prodotti, di rimando, modellano l’uomo, ossia ampliano le potenzialità della sua mente.
Allora, si potrebbe dire che il linguaggio si presenta come un processo di tipo culturale che si basa su alcune fondamentali radici biologiche. Un processo che fonde le singole componenti (biologico-culturali) spiega in maniera ancora più convincente il percorso dell’evoluzione umana: è attraverso un processo di feedback che si forma un complesso reticolato di cambiamenti anatomici, fisiologici e comportamentali in relazione alla postura eretta, la mano, gli utensili e il cervello. È impossibile stendere questa complessa rete di fattori in una sequenza lineare o in una concatenazione di eventi. L’esistenza di una struttura fisica plastica, di una forte espansione sociale e di una crescita culturale hanno creato una situazione ottimale per lo sviluppo del linguaggio.

4. Caratteri dell’o.

Se abbandoniamo il punto di vista storico-evolutivo per una prospettiva psicodinamica – cioè se non ci interroghiamo più sullo sviluppo dell’o. nel processo di ominazione ma sulle sue caratteristiche comunicative – è facile riconoscere almeno due aspetti distintivi della comunicazione orale: la sua concretezza e memofunzionalità.
Parlare di concretezza dell’o. significa fare riferimento a un tipo di comunicazione situazionale, pragmatica ed esperienziale: per queste ragioni il pensiero orale (De Kerckhove, 1993) non conosce astrazioni e di conseguenza non si serve di concetti (Scrittura). Chi parla, in regime di oralità primaria (cioè, secondo la definizione di W. Ong, in un contesto che ancora non conosca alcun sistema di scrittura), fa sempre riferimento all’hic et nunc, si attiene a esperienze note a chi lo ascolta e cerca di coinvolgere il suo uditorio attraverso una comunicazione enfatica e partecipativa. L’o. vive della immediatezza del villaggio (McLuhan), richiede la compresenza spazio-temporale di chi comunica, si radica nell’esperienza condivisa di una comunità.
La necessità di avere efficacia sull’uditorio si giustifica in un simile contesto proprio in relazione alla mancanza di sistemi validi per l’archiviazione e la trasmissione delle informazioni. Prima dell’avvento della scrittura l’unico modo che la comunità conosce per sopravvivere a se stessa è di trasmettere oralmente il proprio ethos e il proprio nomos, cioè l’insieme dei codici di comportamento e delle regole di convivenza in cui si riconosce (i poemi omerici, come anche la Bibbia, svolgono questa importante funzione). Ecco perché in una cultura orale la figura dell’anziano è così importante: egli è colui che sa perché ricorda e al cui ricordo è legata la possibilità di una comunità di conservare nel tempo la propria identità culturale.
Questo stretto rapporto tra comunicazione e memoria rende ragione del secondo carattere dell’o. sopra accennato: la sua memofunzionalità. L’intera comunicazione orale è concepita in funzione del ricordare. Per questo motivo essa ricorre a formule (cioè a schemi di discorso fissi in cui inserire variazioni, come hanno dimostrato le ricerche di William e Milman Parry (Foley, 1987) sulla tradizione orale dei pastori montenegrini), si serve della metrica (è più facile ricordare formule strutturate in esametri che un testo in prosa), è ridondante (la stessa informazione viene ripetuta più volte), aggregativa (l’astuto Ulisse, il mare salato, la nera nave, l’aurora dalle dita di rosa) e agonistica (l’indovinello, attraverso la sfida, è uno stimolo a ricordare).

Bibliografia

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Come citare questa voce
Rivoltella Pier Cesare , Squillacciotti Massimo , Oralità, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (24/06/2021).
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