Palinsesto

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1. Definizione

Con il termine p., che nella etimologia greca rimanda a operazioni di ‘raschiatura’, erano originariamente denominate le antiche pergamene dalle quali, anche ripetutamente, venivano rimosse o meglio raschiate via le precedenti scritture amanuensi per far posto a nuovi testi. La pergamena era un materiale abbastanza costoso e a un tempo resistente da giustificare e sopportare una simile procedura di riutilizzazione. Di fatto la rimozione delle scritture non era mai o quasi mai talmente perfetta o completa da non lasciare residui, così che in molti casi il risultato era meno una sostituzione che una stratificazione di testi. Quando in seguito è stato possibile ricostruirle, dunque, le stratificazioni testuali dei p. hanno consentito di cogliere le tracce di mutamenti culturali e valoriali avvenuti lungo il corso degli anni: attraverso la sostituzione di nuove a più vecchie scritture si esprimeva, infatti, l’ascesa e la caduta di idee e di interessi, e comunque la continua riformulazione dei criteri di rilevanza in base ai quali un testo veniva a sostituire, oppure veniva sostituito da un altro testo.
Nel rimandare a uno spazio dove si esercitano di continuo scritture e riscritture, nel cui avvicendamento si traduce e si può ricostruire la mobilità di processi storico-culturali dall’esito mai definitivo, il termine p. si presta bene a definire quello strumento fondamentale per il funzionamento del broadcasting radiofonico e televisivo che è ‘lo schema orario entro il quale viene iscritta la programmazione’.
L’espressione palinsesto è presente esclusivamente nel lessico televisivo italiano, e pare si debba a un funzionario, anonimo ma di evidente formazione umanistica, che era addetto alla programmazione televisiva negli anni Cinquanta, agli esordi del servizio pubblico. Altrove si usano definizioni correlate a una diversa individuazione di caratteri prioritari o salienti: il termine grille, adottato in Francia, pone l’accento sulla struttura formale e su una certa rigidità dello schema; il termine schedule, in uso nei Paesi anglosassoni, privilegia la dimensione della pianificazione temporale.

2. Il p. come macrotesto

Sebbene la consapevolezza del ruolo cruciale del p. nel regolare il funzionamento, nel prestarsi all’agire strategico, e in definitiva nel determinare il successo e l’insuccesso delle emittenti televisive sia andata continuamente crescendo, il panorama sia italiano sia internazionale dei television studies è relativamente povero di ricerche, riflessioni, teorizzazioni in merito (Barlozzetti, 1986; Paterson, 1990, 1993; Rizza, 1986 e 1989; Scannell, 1988). È mancata soprattutto quella continuità di attenzione e di elaborazione in grado di consentire il delinearsi di un vero e proprio, sia pure esile, filone di studi. Risale a circa dieci anni fa, e non è stato ripreso né sviluppato, l’interessante contributo teorico di Nick Browne (Browne, 1987), che inserisce la presa in considerazione dell’importanza del p. nella discussa e mai del tutto risolta questione della testualità televisiva.
Laddove comunemente si tende a istituire una netta distinzione tra la schedule – intesa come griglia, cornice, schema formale – e i programmi che vengono collocati e disposti nelle sue caselle e ai quali soltanto si attribuisce uno statuto testuale, Browne argomenta a favore dello slittamento della schedule da cornice a testo essa stessa, anzi a megatext televisivo. Studiare la logica e l’organizzazione della schedule, seguendo nel tempo le continuità e discontinuità di presenza e di collocazione di generi e di formati, le traiettorie di ascesa e di caduta di questa o quella tipologia di programmi, le mutevoli combinazioni della loro messa in sequenza, e altro ancora, significa studiare il vero testo televisivo nella sua accezione e dimensione più ampia e comprendente.

3. P. e strategia dell’attenzione

Nella sua accezione più corrente, invece, talora accreditata perfino da manuali e dizionari della comunicazione, e tributaria di un diffuso senso comune della televisione che ne riduce l’intero agire al perseguimento del massimo ascolto, il p. è considerato uno strumento volto essenzialmente alla cattura dellaaudience. Il che, senza essere falso, non è neppur vero in assoluto: i vecchi p. pedagogici del servizio pubblico, ad esempio, rispondevano se mai alla preoccupazione di arginare il consumo di televisione; così come, alla metà degli anni Novanta, la ridefinizione della seconda rete Rai da ‘generalista’ a rete votata al ‘sociale’, dà luogo a una programmazione intenzionalmente aliena da obbiettivi di largo ascolto. Egualmente, l’idea che la costruzione del p. risponda soprattutto a logiche concorrenziali o di mercato, o che si prefigga di ‘vendere il pubblico agli investitori pubblicitari’, restituisce una visione semplificata e unidimensionale di un dispositivo dalle più ampie, complesse e mutevoli finalità e funzioni.
Delle funzioni altamente strategiche del p. la stessa storia della televisione italiana fornisce un esempio dei più eloquenti. È in larga misura grazie all’introduzione di forme nuove di scrittura dei p. mutuate dalla tradizione americana, capaci di sfruttare a fondo le capacità di trascinamento della serialità, di creare appuntamenti quotidiani, di trattenere gli spettatori con sequenze di programmi omogenei, che i network privati riescono nei primi anni Ottanta a costruire e fidelizzare un proprio pubblico, e ad affermarsi come soggetti forti nel sistema televisivo italiano ormai definitivamente a regime misto. Anche i p. delle reti Rai, per mettersi in grado di fronteggiare la concorrenza, subiscono da allora sostanziali riscritture che peraltro non rimuovono consuetudini e appuntamenti consolidati, iscritti nelle tradizioni di rete, e in quanto tali rivalorizzati per la forte riconoscibilità che sono in grado di assicurare.

4. P. e riconoscibilità delle emittenti

In uno scenario che si caratterizza per la moltiplicazione dei canali, destinata a ricevere crescente impulso dalle tecnologie del cavo e del satellite, la riconoscibilità – costruita, ove possibile, anche sulla tradizione, e in ogni caso su elementi di forte individuazione – diviene per le reti televisive un fattore cruciale. Più numerosi sono i soggetti che si affollano nel campo dell’emittenza televisiva, infatti, più pressante è l’esigenza di una differenziazione dei profili che, oltre a rispondere alle logiche della distinzione alimentate da un ambiente altamente competitivo, serve a favorire l’incontro e la reciproca identificazione fra una rete e il suo pubblico elettivo. Ora, l’identità e la specificità di un’emittente devono essere rese esplicite, comunicate chiaramente, perché il pubblico le riconosca ed eventualmente vi si riconosca: lo strumento tramite il quale questa comunicazione avviene è, appunto, il p.
Una rete che voglia darsi un profilo marcatamente femminile, ad esempio, saturerà i propri p. di soap operas, telenovelas e film sentimentali; l’informazione e lo sport saranno le componenti preferenziali di reti che mirano a fidelizzare un pubblico maschile; volendosi caratterizzare come ‘giovane’, un’emittente presenterà p. a elevato dosaggio di telefilm e film d’azione e di musica rock. Di fatto, almeno nella situazione italiana, non si danno profili così unilaterali, né le specializzazioni tematiche che sono altrove soprattutto il portato delle reti via cavo; tuttavia, nello stesso caso italiano, e contrariamente a ciò che si continua a dare per scontato nel dibattito pubblico sulla televisione, i processi di diversificazione sono già da tempo iscritti e leggibili nei p. di reti pubbliche e private, pur coesistendo – dove più e dove meno – con caratteri identitari tipici della televisione generalista e familiare.

5. Struttura e funzioni

Nel tradurre e comunicare il progetto e la specificità editoriale delle reti, il p. non si limita a esporre, secondo un criterio meramente elencativo, la lista dei programmi del giorno; anzi, qualora fosse ridotto a solo elenco o catalogo di un’offerta televisiva disposta tutt’al più in successione oraria (e suscettibile, in futuro, di liberarsi anche da questo vincolo), il p. non sarebbe, non sarà più tale.
Così come si è venuto configurando e ha funzionato, nei decenni di un broadcasting ora ridimensionato ma lontano dall’essere in via di estinzione, il p. è infatti molto più che una lista o un indice: è invece, essenzialmente, uno schema regolatore e organizzatore della programmazione televisiva quotidiana, settimanale e annuale. L’offerta televisiva trova nel p. un framework strutturante che nella temporalità, nella scansione, nei ritmi e nei diversi e intersecati piani del tempo sociale ha il suo principio ordinatore. L’articolazione della giornata nelle fasce orarie del daytime; prime time; night-time – a ciascuna delle quali corrisponde un’offerta diversa, secondo criteri di appropriatezza di generi e di programmi – la differente costruzione e scrittura dei p. invernali e di quelli estivi, la modulazione dell’offerta settimanale secondo l’opposizione fra giorni lavorativi e giorni festivi e pre-festivi, costituiscono l’espressione e la prova del fatto che i p. regolano e organizzano, piuttosto che semplicemente esporre, la programmazione televisiva (e dunque in qualche misura regolano lo stesso consumo di televisione).
Per questa sua innegabile funzione regolatrice il p. è oggi considerato, da più parti, uno strumento direttivo da cui il modello televisivo dell’imminente futuro, fondato su un’offerta continuamente (o quasi) disponibile e replicabile, ci renderà liberi. Ad esempio: film che i p. odierni riservano alla fascia oraria del prime time in determinati giorni della settimana, potranno essere fruiti a qualsiasi ora e ripetutamente su reti dedicate e tematiche che li mettano in onda a intervalli regolari, come accade dove già esistono reti specializzate in particolari generi di programmi, aree di interesse, o altro ( Narrowcasting; Pay-Tv; Pay-per-view).
Tuttavia, proprio perché organizza la programmazione televisiva secondo una struttura temporale che riproduce, conferma, e talora ridefinisce e rimodella cadenze e ritmi del tempo sociale, il p. coopera in misura consistente a sostenere le routines della vita quotidiana, e a favorire l’integrazione della televisione entro queste stesse routines (Silverstone, 2000). Considerato il ruolo cruciale dei processi di routinizzazione nel mantenimento della vita sociale, si può affermare che il p. televisivo abbia svolto e tuttora svolga una funzione importante nel provvedere un dispositivo attraverso il quale strutture di regolarità e di continuità vengono preservate e ricostituite, entro un mondo quotidiano che la televisione contribuisce al tempo stesso a trasformare.

Bibliografia

  • BARLOZZETTI G. (ed.), Il palinsesto. Testo, apparati e generi della tv, Franco Angeli, Milano 1986.
  • BROWNE M., The political economy of the television (super)text in NEWCOMB H., Television. The critical view, Oxford University Press, Oxford 1987.
  • PATERSON R., A suitable schedule for the family in GOODWIN A. - WHANNEL G. (eds.), Understanding television, Routledge, London 1990.
  • PATERSON R., Planning the family: the art of television schedule in ALVARADO M. - BUSCOMBE E. - COLLINS R. (eds.), The screen education reader, Macmillan, New York 1993.
  • RIZZA Nora, Costruire palinsesti, Nuova ERI, Torino 1989.
  • RIZZA Nora, Immagini di televisione, Nuova ERI, Torino 1986.
  • SCANNEL P. , Radio times. The temporal arrangements of broadcasting in modern world in DRUMMOND P. - PATERSON R. (eds.), Television and its audience, British Film Institute, London 1988.
  • SILVERSTONE Roger, Televisione e vita quotidiana, Il Mulino, Bologna 2000.

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Come citare questa voce
Buonanno Milly , Palinsesto, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (28/10/2020).
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