Potere e comunicazione

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La locandina dell’Edipo Re di Pier Paolo Pasolini (1967). Edipo re è portato ad esempio del potere che scaturisce dal ’segreto’ non comunicato
Il rapporto fra comunicazione e potere si presenta sotto due aspetti soprattutto. Uno riguarda le relazioni che la comunicazione e i suoi strumenti intrattengono con i poteri a essi esterni: poteri politici, economici, poteri ecclesiastici e poteri delle professioni. In tal senso, l’elemento rilevante è la libertà della comunicazione e i suoi eventuali limiti (Politica e informazione). Il secondo senso di tale rapporto è il potere della comunicazione, la comunicazione stessa come potere. È il tema di cui si occupa questa voce.
Anche in questo secondo senso, possiamo distinguere il potere che nasce dal possesso esclusivo di informazioni che si possono comunicare o, all’opposto, mantenere segrete, dal potere che genericamente scaturisce dalla possibilità (dunque dalla disponibilità degli strumenti del comunicare) nonché dalla capacità di comunicare: condizioni che per i contenuti trasmessi, ma anche a prescindere da questi, per la vastità e la pervasività dei mezzi, influenzano la vita politica, gli atteggiamenti sociali, la cultura, la vita morale.
In questa distinzione, il primo aspetto ha un interesse prevalentemente soggettivo e perciò riguarda anche la psicologia della comunicazione (Teorie psicologiche della comunicazione).

1. La tragedia di Edipo e il potere del segreto

Alcuni autori (per es. J. Luft e sulla sua scia F. Valbuena), per sottolineare il senso e le implicazioni del ‘segreto’ cioè del potere che deriva dalla conoscenza di dati volutamente non comunicati, fanno riferimento alla tragedia di Sofocle Edipo Re. La tragedia, che si dipana come un giallo di inchiesta, vede la città di Tebe infestata dalla peste che gli oracoli attribuiscono alla mancata punizione dell’assassino del re Laio predecessore di Edipo. Questi avvia una indagine che lo porta a consultare l’indovino Tiresia che sa come in realtà sono andate le cose, ma dice di aver dimenticato vicende ormai lontane e comunque non vuole ricordare per evitare disgrazie peggiori. Solo quando Edipo, esasperato, accusa lo stesso Tiresia di esser lui autore del regicidio, questi rivela quanto è a sua conoscenza. È proprio il re Edipo che contamina la città, perché è stato lui l’uccisore di Laio, suo vero padre, e ora divide il letto con sua madre, padre e fratello dei suoi figli. E Tiresia va oltre comunicando il futuro: Edipo finirà cieco ed esiliato. Vengono così riportati alla luce molti segreti e molte premonizioni. Laio era stato ammonito da un oracolo che sarebbe stato ucciso dal figlio, per cui aveva disposto che il suo primo nato fosse abbandonato in luogo inaccessibile. Ma il servo incaricato del compito, mosso a pietà, lo aveva consegnato a una coppia che lo aveva allevato come suo. Edipo stesso, adulto, aveva ricevuto una premonizione sull’ambiguità della sua nascita e, avendo consultato in proposito l’oracolo di Delfi, ne aveva ricevuto la profezia che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre. Inorridito, si era allontanato da quelli che riteneva ancora suoi genitori e avvicinatosi a Tebe, entrato in contrasto con dei viaggiatori, aveva ucciso un uomo che risulterà esser proprio suo padre Laio. Quindi, avendo risolto l’enigma della Sfinge, era stato proclamato re dai tebani e aveva sposato, inconsapevole, la moglie vedova di Laio. La conclusione drammatica è il suicidio di Giocasta madre e moglie, e l’accecamento di Edipo che si condanna all’esilio.
Tutti i personaggi che sanno e mantengono il segreto, ne derivano un potere, anche con buone intenzioni. Tiresia sopra tutti. Sa e non dice, e il non dire lascia che il flagello martirizzi la città, ma vuol salvare il re dalle conseguenze per lui tragiche del sapere. Anche il servo sa, ma tace. Comunicare o non comunicare può provocare effetti devastanti e consolatori sulla comunità e sui singoli soggetti.
Il mito, come dice Paul Ricoeur, è un racconto simbolico che induce a pensare. In questo caso anche sul potere della comunicazione, nel senso già detto che il soggetto che sa acquista e può esercitare un potere nei confronti del soggetto che non sa, sia comunicando, sia non comunicando. Il potere della comunicazione è in molte circostanze un elemento costitutivo del potere di comando. Non a caso le decisioni politiche dell’autorità degli Stati assoluti venivano ricomprese nella definizione antica di arcana imperii e le memorie dei potenti come i consigli dedicati all’esercizio del potere (da Machiavelli, al cardinale Mazarino, a Balthasar Graçian) contengono capitoli dedicati alla utilizzazione dei ‘segreti’. Ancora ai giorni nostri, il mondo militare e delle guerre ne è pervaso e tutti gli Stati sono muniti di ‘servizi segreti’. Logicamente, il processo di affermazione delle libertà civili e la conseguente nascita di una ‘opinione pubblica’ tende progressivamente a limitare nel potere quello che potremmo chiamare il monopolio della comunicazione pubblica, la disponibilità esclusiva di ciò che è bene o non è bene comunicare ai sudditi o ai cittadini.
Il secondo aspetto del potere comunicativo ci proietta nell’età moderna, quando i mezzi relativi raggiungono dimensioni di massa. Una prima idea di questo potere ci è fornita da Marshall McLuhan che ha voluto tracciare per grandi linee una storia dell’umanità dalla prospettiva dello sviluppo dei mezzi di comunicazione, sintetizzando il suo punto di vista nello slogan: "il mezzo è il messaggio". Secondo questa prospettiva di ricerca, l’evoluzione degli strumenti del comunicare determina, quanto meno in misura notevole, il modo di essere e le stesse strutture della società. Analogamente a come, per altri pensatori, è l’economia a plasmare le relazioni sociali. In sostanza, il potere della comunicazione non è soltanto quello di un soggetto determinato (per esempio il possessore degli strumenti relativi che persegue scopi limitati), quanto il fenomeno in sé del modificarsi e dell’estendersi di tali strumenti: dalla comunicazione verbale, alla scrittura, alla stampa, fino ai moderni strumenti elettronici. Per cui si verifica il passaggio dal villaggio paleolitico, alla città, al villaggio globale.

2. Lo sviluppo tecnologico e le trasformazioni sociali

A questo sforzo che pure ha illuminato aspetti importanti della comunicazione, David Lyon, nel suo saggio sulla società dell’informazione ha apportato correzioni decisive. Egli osserva che quando si parla di effetti sociali di uno sviluppo tecnologico (nel nostro caso le tecnologie della comunicazione) si commette spesso l’errore di immaginare la tecnologia come un fattore che sta al di fuori della società, e che dall’esterno condiziona o addirittura determina la società. Mentre le tecnologie sono anch’esse un prodotto sociale, per lo meno tanto quanto gli assetti sociali sono un portato della tecnologia.
È dunque azzardato attribuire ai mezzi di comunicazione una sorta di potere in sé e per sé, in grado di determinare il modo di essere della società. Ma ciò non toglie che il loro possesso e la loro disponibilità configurino un potere; per cui, a proposito della stampa e più in generale per tutti gli strumenti di informazione, si è parlato di ‘quarto potere’ che si aggiunge ai tre classici poteri degli ordinamenti costituzionali: quello legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario, nel delineare i cardini di una società democratica.
L’idea di quarto potere scaturisce dalla storia stessa del rapporto fra politica e informazione e dell’affermarsi delle libertà civili nei confronti dei poteri istituiti, con la conseguente formazione della opinione pubblica. In questo senso la comunicazione e in particolare l’informazione assume l’aspetto del potere di quanti sono esclusi dai poteri istituiti, e come tale è stato vissuto, dalle origini illuministiche fino all’affermarsi delle moderne democrazie. Tuttavia è possibile rilevare come questa definizione di quarto potere abbia avuto una sua pienezza fino a quando era più netta la separazione fra Stato e società, fra il potere dello Stato e i cittadini che si venivano organizzando per controllare, criticare, limitare il potere statale. Ma, come osserva Alberto Cavallari, una tale separazione, se mai è pienamente esistita, è durata relativamente poco.
Egli osserva come ben presto si sia delineato un processo di progressiva compenetrazione fra potere statale e società, che si è realizzata attraverso vie molteplici: la riorganizzazione dei modi di produzione, un diverso impegno e utilizzazione della scuola rispetto a quelli propri della società precapitalistica e della Chiesa; un nuovo organizzarsi e atteggiarsi dei poteri politici (partiti di massa, organizzazioni di classe, strutture sindacali, ecc.); senza contare il mutamento dell’apparato ideologico degli Stati. Il mondo della comunicazione ne è in certo modo coinvolto e sconvolto, nel senso che l’esigenza stessa del consenso induce sempre più i poteri, istituzionali e non, a servirsi della comunicazione per i propri fini, quali essi siano, positivi o negativi. Gli Stati totalitari hanno notoriamente usato del potere della comunicazione per asservirla alla propaganda ideologica e politica, alla coercizione delle menti e alla formazione del consenso. Senza peraltro indugiare su questi casi ‘estremi’ che rovesciano l’intento originario della comunicazione pubblica, si deve tuttavia ammettere che l’informazione non è più genericamente classificabile come ‘quarto potere’ facilmente riconoscibile in quanto distinto e destinato a controllare gli altri poteri.
Con tutto ciò, la comunicazione configura pur sempre un ‘potere’ in quanto, in linea di principio, è in grado, come diceva il filosofo David Hume, di "organizzare il pensiero degli altri"; ma essa appare, anche in democrazia, come frantumata, polverizzata in rivoli diversi, solo alcuni dei quali, spesso in condizioni difficili, assolvono il ruolo originario del servizio della società, mentre spesso sono ridotti a servizio di interessi e di poteri particolari.

3. La dissoluzione del ‘Quarto potere’

Dunque il potere proprio della comunicazione pubblica assume ruoli e segni diversi nel variare delle condizioni storiche. Sempre seguendo Cavallari, possiamo dire che, negli Stati assoluti, esso si configura come potere delegato dal sovrano o dalla Chiesa; passa poi attraverso il tempo delle rivoluzioni filosofiche e l’epoca delle rivoluzioni nazionali, in cui tende ad affermarsi come potere distinto; fino alla nascita degli Stati totalitari in cui diviene un potere asservito; per giungere a quello che, nell’affermarsi della democrazia, possiamo anche definire il tempo della rivoluzione mediatica. Pubblicità, concentrazioni di imprese, finanziamenti politici, formazione di cartelli e di monopoli, legge del profitto ed esaltazione del mercato, rappresentano tutta una serie di ‘forme’ del potere che riguardano la comunicazione e la coinvolgono, nelle quali la comunicazione conserva il suo potere costitutivo (che resta, in ultima analisi, un potere di condizionamento), variando tuttavia i fini, l’autonomia, le fonti, il ruolo pubblico. La comunicazione assume sempre più una rilevanza generale, supera i confini degli Stati, attira investimenti ciclopici tanto che si parla della società moderna come di ‘società dell’informazione’. Ma è sempre più difficile inquadrarla come un potere a sé in concorrenza con altri poteri.
Se questo è, per sommi capi, lo stato della questione, è comprensibile come ne derivino due atteggiamenti diversi riguardo al potere comunicativo. L’atteggiamento che prevale negli operatori, almeno quelli non rassegnati o cinici, tende a esaltare, a rivendicare, a ricostruire il senso originario del quarto potere. L’attenzione che gli stessi operatori, i critici e gli studiosi rivolgono in questo senso ai media, è teso a misurare proprio l’autonomia di questi strumenti rispetto ai poteri politici ed economici, rispetto al compito di ‘guardiani’ per conto dei cittadini e alla funzione di circolazione pluralistica delle opinioni. Si ha riguardo in tal senso alla diversa tradizione della stampa e del giornalismo in generale, per cui si riconosce al giornalismo anglosassone una sorta di primogenitura, rispetto, per esempio, al giornalismo italiano la cui fragilità ne ha condizionato per lunghi periodi una sorta di soggezione agli equilibri politici dominanti; mentre un ruolo di ‘interdizione’ è rimasto appannaggio degli strumenti dei partiti di opposizione e dunque sempre una comunicazione prevalentemente unidirezionale di tipo propagandistico, da una fonte politica verso il pubblico.
Per rendere più esplicito il concetto, possiamo osservare due modi di giudicare il giornalismo americano, quello che si definisce ‘di qualità’, e che viene generalmente considerato esemplare, quanto meno in una visione comparatistica. In un’analisi vasta e sottile di quel giornalismo, Rodolfo Brancoli giunge alla conclusione che la stampa di qualità degli Stati Uniti, pur con diversa intensità e cadute in tempi diversi, e pur fra i molti condizionamenti della struttura proprietaria, dei potentati politici e dei governi, assolve complessivamente il compito di servire l’opinione pubblica e di costituire il suo ‘guardiano’. Anche se riconosce che l’insieme della informazione pubblica rimane interna alle coordinate del ‘sistema americano’, potremmo dire alla sua ideologia complessiva: non solo adesione ai valori della Costituzione, ma consenso preponderante al sistema capitalistico, sia pure temperato, orgoglio nazionale dell’essere la prima potenza, e conseguente convinzione di un indiscusso ruolo mondiale.
Dello stesso scenario, possiamo verificare un giudizio affatto diverso che, nelle sue forme estreme è rappresentato da Noam Chomsky. In un piccolo libro che raccoglie alcuni suoi interventi politici, il celebre linguista, forse più universalmente celebre come contestatore radicale, sostiene che il concetto di democrazia prevalente in America, ma non solo in America, è quello "secondo cui si deve impedire alla opinione pubblica di gestire i propri interessi, e i mezzi di informazione devono essere e rimanere sotto rigido controllo" (Chomsky, 1994). Il ‘potere dei media’ risulta pertanto, nella sua analisi, una forza potente, anzi potentissima, ma completamente asservita ai potentati economici e politici, essendo i primi i veri detentori del comando. L’assunto è sostenuto con riferimenti storici di un certo spessore che risalgono alle origini della potenza americana e che si riferiscono prevalentemente alle fasi di crisi e agli interventi militari. Una volta compresa l’importanza dell’opinione pubblica, i governi hanno costruito e raffinato sempre più i loro interventi attraverso gli strumenti delle pubbliche relazioni e l’asservimento dei mass media per raggiungere i loro fini.
Così, in tutte le guerre, hanno operato attraverso i media per spaventare la popolazione, per costruire il ‘nemico’, per privare la gente delle informazioni relative alle sofferenze, ai costi, ai sacrifici che sempre accompagnano le imprese militari, per distrarla continuativamente dal peso degli investimenti per le armi. L’efficacia della manipolazione è stata particolarmente sensibile nella Guerra del Golfo, quando la censura ha impedito la presenza dei giornalisti sul terreno immediato delle operazioni, mentre ha inondato giornali e televisioni di comunicati e conferenze stampa ‘ufficiali’, con una informazione del tutto unilaterale tesa a costruire l’immagine di Saddam Hussein come nuovo Hitler, annebbiando le motivazioni economiche dei contrasti che si nascondevano dietro il proposito di restituire la ‘libertà’ al Kuwait per restaurare l’ordine violato. Persino il capitolo Vietnam che, per molti aspetti (come la pubblicazione da parte del New York Times dei documenti segreti del Pentagono o come la serie dei servizi televisivi che hanno rivelato la crudeltà di quella guerra), ha rappresentato un momento alto del potere autonomo dell’informazione, si presta tuttavia a critiche non indifferenti. Osserva Chomsky che è vero che, dopo il consenso generalizzato dei media all’intervento militare, è sopravvenuta la critica e l’opposizione: ma questa si è sempre limitata a discutere la convenienza della ‘sporca guerra’, il rapporto fra costi e risultati, senza mai mettere in questione la consistenza morale dell’intervento.

4. Le ambiguità del potere dei media

Del carattere ‘ambiguo’ del potere dei media, sia pure in un più ampio e pacifico contesto, tratta anche il famoso Rapporto MacBride che mette in grande evidenza lo squilibrio complessivo che si verifica, a proposito della comunicazione, tra il mondo sviluppato e le aree meridionali del sottosviluppo. Qui i mezzi di comunicazione e i contenuti stessi della comunicazione provengono dalle aree ricche del Nord e pertanto diffondono cultura, modi di vita, informazioni politiche ed economiche che servono gli interessi delle aree sviluppate e delle potenze che le governano, prima fra tutte gli Stati Uniti e, fino a non molto tempo addietro, l’Unione Sovietica; mantenendo in una condizione di soggezione i popoli in via di sviluppo. Il silenzio che ha circondato il Rapporto nonostante l’autorità della sua fonte, sembra confermare la sua sostanziale aderenza allo stato delle cose.
Il potere dei media, in queste visioni improntate al pessimismo, risulta dunque assai rilevante, anche se viene descritto a servizio di potentati alieni che per mezzi e forza istituzionale si impongono alle masse del popolo e ai popoli, trattati come "minori che non debbono essere lasciati soli ad attraversare la strada". Come tutte le visioni tendenzialmente manichee, simili rappresentazioni non mancano di sottolineare verità e rischi anche gravi. E tuttavia non convincono proprio nella loro radicalità: in certo senso, il fatto stesso che si manifestano tali riserve, sia pure attraverso i mezzi ‘poveri’ che non partecipano alla iperdimensione comunicativa, prova che non si tratta di una tendenza irresistibile, quasi un destino del potere comunicativo. Siamo avvertiti che lo sviluppo straordinario della comunicazione, nel momento stesso in cui per certi aspetti la sottrae al controllo diretto degli Stati, non elimina il condizionamento che deriva dalla cultura, dalle ideologie, dalle idee economiche dominanti nelle diverse aree del mondo, un mondo che peraltro, proprio in virtù dello sviluppo della comunicazione, si unifica, e non è detto che si unifichi nella direzione migliore. Con tutto ciò resta vero che il potere originario della comunicazione pubblica permane tuttavia, e in quanto siano garantiti spazi anche minimi di libertà, rimane pur sempre la possibilità di un esercizio non subalterno, non servile di tale ‘potere’. Anzi, la storia ha dimostrato che persino nei regimi tirannici la comunicazione, spesso ridotta alla espressione minima dei ‘samiszadt’ è stato lo strumento povero, ma potente, per contribuire al cambiamento. Non dobbiamo dimenticare che questo benedetto o maledetto potere della comunicazione è in ultima analisi fondato, alla radice, sulle idee e sulla passione che lo sostengono.

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Note

Come citare questa voce
Pratesi Piero , Potere e comunicazione, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (20/10/2019).
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