Rapporto MacBride

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Autore: Robert White
Seán MacBride (26 gennaio 1904 – 15 gennaio 1988)

1. Premessa

Il concetto di ‘diritto alla comunicazione’ è stato il fondamento morale di buona parte del pensiero sulle politiche della comunicazione pubblica. Nell’ambito del dibattito ideologico del sec. XX, il pensiero sui diritti umani si è affermato come linguaggio di una moralità pubblica e ha raccolto consensi sempre più vasti, anche se con sfumature di significato diverse a seconda dei diversi gruppi di individui. Nella prima metà del secolo appena concluso, le affermazioni sui diritti umani erano una forma di difesa contro lo stato totalitario. Questo è certamente lo sfondo della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti Umani Universali. I diritti umani sono anche simbolo di resistenza e di forza morale contro ideologie culturali oppressive come l’apartheid. Oggi i diritti umani – incluso il diritto alla comunicazione – sono un riferimento morale e legale per proteggere lo spazio della libertà umana dinanzi a nuove forme di asservimento alla razionalità strumentale: le politiche economiche neoliberali, le imprese sempre più grandi e potenti, l’invasione di sistemi di comunicazione controllati centralmente.
Il più esaustivo e quasi ufficiale documento sul diritto alla comunicazione è il "Rapporto della Commissione Internazionale per lo studio dei problemi della comunicazione" promosso dall’ Unesco, meglio noto come "Rapporto MacBride" dal nome del presidente della Commissione, Sean MacBride, che in precedenza era stato ministro degli Affari Esteri della Repubblica d’Irlanda e insignito del Premio Nobel (1974) e del Premio Lenin (1977) per la Pace. Significativamente, il diritto alla comunicazione è descritto nel capitolo sulla "Democratizzazione della Comunicazione" come elemento essenziale per la trasformazione dei sistemi di comunicazione pubblica.
Il R.M.B. sottolinea che il diritto alla comunicazione "supera quello di ricevere la comunicazione o di essere informato. La comunicazione è dunque considerata come un processo bidirezionale i cui agenti – individuali e collettivi – intrattengono un dialogo democratico ed equilibrato".
Il documento fornisce (p. 249-250) la seguente definizione di questo diritto:
"Ognuno ha il diritto a comunicare. Gli elementi che compongono questo diritto fondamentale dell’uomo comprendono i seguenti diritti, che non sono in alcun modo limitativi: a) il diritto d’assemblea, di discussione, di partecipazione e altri diritti d’associazione; b) il diritto di porre domande, d’essere informato, d’informare e altri diritti d’informazione; c) il diritto alla cultura, il diritto di scegliere, il diritto alla vita privata e altri diritti relativi allo sviluppo dell’individuo". Per rispettare il diritto a comunicare, afferma ancora il rapporto (facendo riferimento al documento An emergent communication policy science: content, rights, problems and methods, di L.S. Harms, Dipartimento di Comunicazione, Università di Haway, Honolulu), "sarebbe necessario poter disporre delle risorse tecniche atte a soddisfare le esigenze dell’umanità".

2. Il ruolo delle Nazioni Unite e dell’Unesco nella promozione del diritto alla comunicazione

La definizione del diritto alla comunicazione può essere rintracciata anche nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani adottata dalle Nazioni Unite nel dicembre del 1948. Di particolare importanza appare l’articolo 19 nel quale si parla dei media: "Tutti hanno diritto alla libertà di opinione e di espressione; tale diritto comprende la libertà di avere opinioni proprie senza interferenze esterne, e di cercare, ricevere e dare informazioni e idee tramite qualsiasi mezzo e aldilà delle frontiere." Sono fondamentali anche gli articoli 18 (libertà di pensiero, coscienza e religione), 13 (libertà di movimento) e 20 (libertà di riunirsi e associarsi pacificamente). Il R.M.B. trasforma questa ‘libertà negativa’ in ‘libertà positiva’: il diritto di conoscere, far conoscere e discutere.
Le Nazioni Unite hanno affidato all’Unesco il compito di monitorare lo stato di questi diritti nel mondo e di promuovere le condizioni perché essi vengano rispettati. I primi rapporti dell’Onu e dell’Unesco sulle condizioni dei media e della comunicazione nel mondo rivelavano l’esistenza di un grande squilibrio tra nuove e vecchie nazioni, tra paesi sviluppati e sottosviluppati. Il fatto che in molti Paesi le classi rurali, come i poveri delle città – in pratica la maggior parte della popolazione mondiale – non dispongano di radio, Tv, giornali, telefono, Internet... va assunto come un chiaro indice della mancanza di strutture che consentono la partecipazione alla vita culturale, politica e democratica del paese. Anche i dati raccolti di recente dall’Unesco e le centinaia di studi condotti in questi anni continuano a confermare che la maggior parte della popolazione mondiale non è nelle condizioni di esercitare il proprio diritto alla comunicazione (Unesco 1999).
Tali studi hanno altresì rivelato che la mancanza di partecipazione alla comunicazione, sia a livello della comunità locale sia a livello nazionale, non è dovuta tanto alla mancanza di risorse, quanto all’incapacità di fare un uso efficiente di tali risorse. Infatti, in passato, in molti Paesi la classe urbana media godeva di un pieno accesso alla comunicazione e partecipava ampiamente a tutta una serie di organizzazioni culturali e sociali che davano loro voce politica. Buona parte del budget nazionale per la comunicazione e le strutture private andavano a vantaggio di una ristretta cerchia di persone. In molte nazioni emergenti le nuove élite governative, abituate a far parte dei governi coloniali, si limitavano ad adottare le posizioni dei vecchi padroni coloniali e continuavano a mantenere una struttura sociale, economica e politica che ancora comunicava con ‘l’esterno’ della nazione, e cioè con i centri politici, economici e culturali del nord, piuttosto che con ‘l’interno’, e cioè con la popolazione indigena. In molti casi le élite governative non erano semplicemente in grado, né avevano il tempo di riorganizzare la struttura governativa ed economica così da dare alle masse indigene l’opportunità di entrare nelle strutture comunicative della nazione. Insomma, la maggior parte delle nazioni non avevano predisposto politiche o piani di sviluppo delle condizioni necessarie a esercitare il diritto alla comunicazione.
In risposta all’esigenza di politiche nazionali della comunicazione, l’Unesco promuove allora, tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, una serie di incontri con gli esperti locali di comunicazione e coinvolge gli studiosi e i ricercatori delle università nella formulazione di direttive politiche per lo sviluppo della comunicazione a livello continentale. Tutto questo lavoro preliminare viene discusso nel corso di alcuni importanti incontri continentali tra i maggiori esperti mondiali di comunicazione nel tentativo di stabilire delle linee guida e delle priorità nelle politiche nazionali sulla comunicazione. In America Latina, la Conferenza Intergovernativa sulle politiche della comunicazione, promossa dall’Unesco, fu tenuta nel 1976; per l’Asia e l’Oceania nel 1979 a Kuala Lumpur, e per l’Africa a Abijan nel 1981. Lo scopo di questi convegni internazionali era di fornire indicazioni di base nell’elaborazione di politiche destinate a portare nel mondo una maggiore equità nella comunicazione. Queste politiche, incoraggiate dall’Unesco e da altri organismi internazionali, hanno sollevato una serie di questioni fondamentali relative alle istituzioni economiche e politiche internazionali.

3. Gli aspetti economici del diritto alla comunicazione

Tra la fine del sec. XIX e l’inizio del XX l’economia si trasforma da sistema costituito da centinaia di piccoli produttori al servizio dei mercati locali a sistema con pochi grandi produttori di ‘marche’ riconosciute e diffuse a livello nazionale. Le grandi imprese hanno finito con il dominare i mercati nazionali e internazionali. Il controllo del mercato dei consumi diventa dipendente dalla pubblicità, che ricorre massicciamente ai media. Soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, le imprese assumono dimensioni transnazionali cercando di seguire la sfera di influenza politica del sistema coloniale dell’era moderna. Per esempio, le società inglesi cercano di dominare in quello che un tempo era il loro impero coloniale, così pure fanno le società francesi e statunitensi (queste ultime soprattutto in America Latina) ottenendo pieno sostegno da parte dei governi nazionali. In effetti, i governi britannici e americani hanno sostenuto le loro industrie cinematografiche consapevoli che i film, proponendo modelli di imitazione del consumo, incoraggiano le persone a comprare i beni prodotti dalle loro economie nazionali.
L’ industria culturale, le agenzie di informazioni e quelle pubblicitarie, i sistemi educativi internazionali sono tutti strettamente collegati tra di loro. Il target principale di questo sistema economico è la classe media urbana e le strategie di marketing dirette a questo settore sono in tutto il mondo direttamente collegate alla pubblicità, ai modelli consumistici promossi dai media e al processo di socializzazione.
A un certo punto, però, le politiche sulla comunicazione nate dalle pressioni esercitate dall’Unesco cominciano a richiedere maggiori investimenti e opportunità per i poveri delle campagne e delle città, lo sviluppo di infrastrutture di base della comunicazione all’interno delle nazioni, il miglioramento dell’educazione e delle organizzazioni sociali piuttosto che lo sviluppo del consumo individualistico. Ma soprattutto queste politiche incoraggiano l’autonomia culturale e la comunicazione nazionale e locale. Poiché inizialmente l’industria privata non è pronta a lavorare in questo campo, è il settore pubblico che promuove le iniziative. Tutto questo è in evidente contraddizione con il sistema economico transnazionale in continua espansione. Per cui le industrie si premurano di difendere i loro interessi economici e ciò ha reso il diritto alla comunicazione una questione politica.

4. Una questione politica: la democratizzazione della comunicazione

Il movimento politico nato, su iniziativa dei Paesi meno sviluppati sul piano economico e informativo, per introdurre un "Nuovo Ordine Mondiale dell’Informazione e della Comunicazione" (NWICO, New World Information and Communication Order), nonostante i grandi consensi raccolti attorno alle questioni riguardanti il diritto alla comunicazione, ha raggiunto scarsi risultati concreti. Parte del problema risiede nel fatto che il dibattito sul NWICO si è svolto prevalentemente attorno a due proposte centrali che spesso nascono da intenzioni contrastanti: la difesa della sovranità nazionale e la democratizzazione della comunicazione.
I movimenti postbellici, promossi da molte ex colonie per ottenere l’indipendenza, avevano generato ovunque un’etica politica dell’autonomia locale, ma molte nuove nazioni scoprono presto che una reale autonomia politica può essere raggiunta solo con un maggiore controllo e una maggiore autonomia delle istituzioni economiche locali. Tuttavia ciò è possibile solo con il cambiamento delle abitudini culturali e per cambiare le abitudini culturali e raggiungere, anche qui, una maggiore autonomia occorre avere autonomia nel campo delle comunicazioni. Pertanto molte nazioni si impegnano a introdurre delle leggi per limitare l’influenza delle agenzie di stampa e delle industrie culturali transnazionali, per accrescere il ruolo dei media governativi e per riorientare i media verso lo sviluppo e una maggiore solidarietà nazionale. Come i teorici della dipendenza sostengono, lo sviluppo può venire soltanto con il totale distacco dei sistemi economici locali dagli ex padroni coloniali. Anche il movimento dei Paesi non allineati sostiene la posizione della sovranità nazionale nel campo della comunicazione, ma dice ben poco sulla democratizzazione. Infatti i Paesi in via di sviluppo hanno sì bisogno di assistenza dai Paesi industrializzati, ma in maniera tale da permettere loro una maggiore autonomia politica, economica e culturale; e cioè senza quella dipendenza politica che di solito accompagna gli aiuti stranieri unilaterali. E poiché i governi delle nazioni industrializzate sono impegnati a sostenere le loro industrie della comunicazione, ogni proposta di una politica esplicita per lo sviluppo della comunicazione nei singoli Paesi è destinata a incontrare non poche resistenze presso l’Onu e l’Unesco.
Per complicare ancora di più le cose, il blocco socialista adotta a un certo punto la causa della sovranità nazionale per proteggere i propri regimi autocratici, per cui molte nuove nazioni, guidate da un unico partito, appoggiano questa politica come base per costringere i diversi gruppi locali e tribali all’unità nazionale.
I Paesi capitalisti con governi liberali accusano immediatamente questo tipo di sovranità nazionale di essere solo una copertura per i regimi dittatoriali piuttosto che un sostegno alla democratizzazione della comunicazione e al diritto alla comunicazione. Pertanto, pur condividendo il bisogno di sradicare gli squilibri di comunicazione nel mondo, si impegnano a contrastare un NWICO inteso come copertura dell’espansione socialista, senza mai ammettere, però, che il loro reale interesse nei Paesi in via di sviluppo è di tipo economico.
Le pressioni politiche nei Paesi in via di sviluppo diventano intanto sempre più forti. Il processo di modernizzazione – per promuovere una rapida industrializzazione a costi bassi – in molti casi impone un duro lavoro ai contadini e agli operai . Ciò porta alla nascita di grandi movimenti popolari e alla richiesta di una democratizzazione diffusa, soprattutto nel campo della comunicazione. Tali movimenti fondano le loro stazioni radiofoniche ‘alternative’, i loro giornali, teatri popolari, centri di informazione e altri media nella speranza di riunire un giorno tutte queste iniziative sotto l’egida di un unico governo realmente democratico. Queste alleanze popolari sono state le principali protagoniste nella diffusione mondiale della democratizzazione della comunicazione e della filosofia del diritto alla comunicazione. Con l’introduzione dei media ‘partecipativi’ e delle reti di base (grassroot networking), esse hanno svolto un ruolo cruciale nell’instaurazione della democrazia politica in molti paesi dell’America Latina, del Sud Africa e dell’Europa dell’Est ( Comunicazione alternativa; Group media).
Tutti questi problemi politici vengono alla luce durante i dibattiti della XIX Assemblea Generale dell’Unesco tenuta a Nairobi nel 1976, alla fine della quale – e questo non sorprende – non fu raggiunta alcuna soluzione di compromesso. Per cercare di sciogliere il ghiaccio tra ‘Est’ e ‘Ovest’, l’Assemblea Generale chiede allora al Direttore Generale dell’Unesco di costituire una Commissione Internazionale per lo Studio dei Problemi della Comunicazione – meglio conosciuta come Commissione MacBride.
Il rapporto finale della Commissione dà però poco sostegno alla causa della sovranità nazionale (come i commenti del rappresentante sovietico mettono bene in chiaro) e appoggia invece la democratizzazione della comunicazione nel mondo.
Dopo la pubblicazione del R.M.B. nel 1980, la segreteria generale dell’Unesco si rende conto che la priorità del suo mandato deve diventare quella di incoraggiare tale democratizzazione. Poiché ciò costituisce una minaccia politica sia per i Paesi socialisti sia per quelli capitalisti, i leader di entrambi gli schieramenti della guerra fredda sono per una volta d’accordo e immediatamente ritirano i loro rappresentanti dall’Unesco. La democratizzazione della comunicazione come movimento politico e come politica legislativa viene così definitivamente messa a tacere e dopo i movimenti degli anni Settanta e Ottanta sono stati ben pochi i risultati raggiunti in questa direzione. Tuttavia, il dibattito sul diritto alla comunicazione rimane sempre importante, soprattutto nel campo socioculturale.

5. La crescita di una cultura del ‘diritto alla comunicazione’

Sin dall’inizio della rivoluzione industriale sono nati movimenti per una democrazia di base, diretta alternativa sia all’organizzazione formale del capitalismo, sia ai modelli di sviluppo statalizzati del socialismo. Negli anni sono cresciuti movimenti come le cooperative, le organizzazioni dei contadini e degli operai, i movimenti giovanili, le comunità locali e tutta una serie di altri modelli, accompagnati dallo sviluppo di valori come la partecipazione, il dialogo, la leadership non autoritaria, la libera espressione personale. L’introduzione di questi modelli di organizzazione nei Paesi in via di sviluppo come alternativa all’idea di una modernizzazione basata su un tipo di organizzazione economica fortemente centralizzata e pianificata statalmente, ha portato alla nascita di un paradigma di sviluppo popolare che si è imposto come forma di resistenza ai governi repressivi e dittatoriali in America Latina, in Africa e in India. Figure carismatiche, come Paulo Freire in America Latina, il Mahatma Ghandi o Badal Sircar in India o ancora Julius Nyerere in Africa, sono divenuti i leader intellettuali di questi movimenti riuscendo a trasformarne la pratica in teorie dell’educazione, della comunicazione e dello sviluppo culturale. Da tutto questo è emersa una nuova cultura della comunicazione più dialogica e partecipativa.
Questi movimenti sarebbero rimasti un fenomeno dei Paesi del Sud del mondo o si sarebbero limitati a pochi gruppi alternativi se contemporaneamente non fosse entrata in crisi negli anni Sessanta, soprattutto tra i giovani, la concezione illuministica della modernizzazione. La rivoluzione culturale condotta dai movimenti giovanili, da quelli per l’indipendenza regionale e per l’uguaglianza razziale e di genere, facendo propri molti dei simboli della comunicazione partecipativa e dialogica, sono riusciti a cambiare in maniera efficace la direzione della cultura mondiale. I modelli lineari e razionali della comunicazione sono stati un po’ dovunque messi in discussione a favore di un modello di comunicazione dialogico, partecipativo e non autoritario. Questo è particolarmente evidente nel campo dell’educazione e delle organizzazioni religiose, nelle nuove forme di organizzazione industriale, nella famiglia e virtualmente in ogni istituzione culturale.
Il diritto alla comunicazione, e cioè il diritto alla libera espressione individuale, al dialogo e alla partecipazione, è così diventato parte essenziale dello sviluppo sociale e umano, anche se ciò ha sollevato una serie di questioni filosofiche oltre che politiche.

6. La sfida alla concezione liberale e individualistica della persona

Il diritto alla comunicazione si è diffuso dopo che il modello individualistico liberale della comunicazione pubblica, proposto come miglior fondamento della democrazia, ha lasciato le società moderne senza una base per il raggiungimento di un reale consenso morale. L’idea di democrazia come sfera pubblica deliberativa e società civile entra in crisi. Secondo il modello liberale del compromesso pragmatico, i valori personali devono appartenere solo alla sfera privata e la base della sfera pubblica deve essere una razionalità strumentale e a-valoriale. Il risultato è ciò che Habermas chiama "la colonizzazione della sfera della vita" da parte di una società basata sulla razionalità organizzativa. Situazioni ancora peggiori si sono verificate dove gli individui, in un contesto privo di valori pubblici, hanno abbandonato i valori personali e si sono affidati a ideologie come l’utopia comunista o il nazionalsocialismo. Le filosofie comunitarie della comunicazione suggeriscono, invece, che la base della comunicazione non è semplicemente la coscienza individuale, la consapevolezza della propria opinione personale con l’attenzione all’opinione limitata alla sfera pubblica. La base della comunicazione sta piuttosto nel dialogo e nel diritto che ciascuno di noi ha, come persona, di partecipare al dialogo con gli altri. Infatti, non abbiamo solo il diritto alla libera espressione personale, ma anche quello di far sì che la nostra opinione venga ascoltata e discussa. Il diritto alla comunicazione implica il diritto al dialogo e una certa condivisione di significato.
È da questo fondamento filosofico che deriva la concezione della comunicazione non tanto come trasporto lineare dell’informazione dall’emittente al ricevente (senza un dialogo tra i due), quanto come modello di condivisione della comunicazione interpersonale, o ancora come rituale o modello della comunione, come proposto da James Carey. Ciò suggerisce che la sfera pubblica ha una natura dialogica e non è semplicemente un contratto sociale pragmatico nel quale gli individui si aiutano reciprocamente per raggiungere i loro obiettivi personali. La democrazia non è semplicemente un patto sociale, ma un dialogo morale nel quale ciascuno di noi riconosce e sostiene i valori culturali degli altri. ( Comunicazione e sviluppo; Diritto e comunicazione. A. Diritto della comunicazione; Economia politica dei media; Politica e informazione;Tazebao)

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Note

Come citare questa voce
White Robert , Rapporto MacBride, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (23/10/2018).
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