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Autore: Franco Lever

1. Definizione

Procedimento automatizzato di conservazione di segnali che consente una triplice azione: a) conservare una traccia fisica durevole dei dati visivi e/o sonori propri di un evento comunicativo; b) riproporre questi dati in una fase immediatamente successiva o a distanza di tempo e di spazio (spesso con una fedeltà e una ricchezza di informazione tali, che un osservatore può avere l’impressione che gli venga riproposto l’evento di partenza); c) rielaborare a volontà i dati memorizzati.
In passato questo processo è stato utilizzato soprattutto per memorizzare dati visivi e/o uditivi direttamente fruibili, come avviene per la fotografia, i dischi, il cinema, il registratore audio, il videoregistratore...; oggi il processo è ampiamente usato sia per rendere percepibili fenomeni che superano l’ambito di intervento delle nostre capacità sensoriali (ultrasuoni, onde elettromagnetiche, fenomeni non direttamente controllabili perché rapidissimi o lentissimi...), sia per trattare dati digitali di qualsiasi tipo, con un pieno controllo dei possibili errori, tanto da ottenere molte copie dell’originale senza alcuna perdita, sia infine per supportare il lavoro ‘creativo’ degli artisti, dei creatori di realtà virtuale (purtroppo, anche dei frodatori).

2. Novità determinante

La conservazione di informazioni utili, acquisite in esperienze precedenti, è da sempre esigenza fondamentale per ogni essere vivente: l’ape deve saper ritrovare l’alveare e indicare alle altre api operaie dove sono i fiori; nella steppa tutti gli animali, per sopravvivere, ricordano il percorso che li conduce all’acqua.
L’uomo si caratterizza per aver sviluppato modi e tecniche particolarmente potenti per estendere il potere della sua memoria. Lo sono stati, e lo sono ancora oggi, i poemi epici, i racconti mitici, le poesie, i riti, i templi, ogni manufatto. La stessa lingua – da questo punto di vista – costituisce un deposito ineguagliabile di informazioni, alla cui conservazione e arricchimento partecipa l’intero popolo dei suoi parlanti. Con le varie forme di ‘scrittura’ (dai primi graffiti ai disegni, dai segni pittografici a quelli ideografici, alla scrittura geroglifica, a quella cuneiforme, alla scrittura alfabetico...) la quantità di informazione memorizzata si è moltiplicata, così come si è estesa la sua fruibilità, nel tempo e nello spazio, da parte di un numero indefinito di lettori, purché capaci di riappropriarsene conoscendo i codici utilizzati. La scrittura alfabetica – dimostratasi più duttile ed efficace delle altre – ha consentito alla memoria umana di superare il limite del tempo (il sapere del singolo può durare oltre la sua morte) come anche i limiti dello spazio e della comunità locale (un testo è letto secoli dopo, da lettori neppure prevedibili). La stampa è intervenuta a esaltare ulteriormente le potenzialità della scrittura, riducendo drasticamente il costo della moltiplicazione degli originali.
Rispetto a tutte queste forme tradizionali di conservare le informazioni la r. costituisce una assoluta novità. In tutte le forme precedenti interviene sempre e direttamente l’uomo per riconoscere una determinata occorrenza comunicativa, selezionare gli elementi considerati caratterizzanti e quindi attribuire un significante al nucleo di informazioni elaborate, costruendo così quell’unità che chiamiamo segno; ed è questo che – affidato a un supporto duraturo – funziona da aggancio mnemonico o da ‘istruzione’ per riconoscere significanti e ricostruire significati. Nel caso della r. la scelta delle informazioni di cui conservare traccia obbedisce a criteri che riguardano la struttura fisica dell’energia luminosa e/o acustica disponibile, senza bisogno di alcun intervento di riconoscimento o di elaborazione di segni. L’intervento è fatto al livello degli input che sollecitano la percezione umana: viene fatta – per così dire – una ‘copia’ dei dati disponibili, lasciando a momenti successivi l’intervento semiotico dell’uomo.
Da quando è stato introdotto questo tipo di ‘memorizzazione’, il potere di elaborazione e di archiviazione dell’informazione da parte umana si è dilatato a dismisura.

3. Il procedimento

In concreto la r. è una sequenza reversibile di operazioni (di tipo fisico, chimico, elettromagnetico, ottico...), organizzate in modo che l’una determini la successiva, fino a raggiungere lo stadio che consente di conservare traccia duratura degli effetti provocati. Forse è utile ricorrere a un esempio chiarificatore. Un rumore, dei suoni, la voce, se percepiti da un ricevente, vengono sottoposti a un lavoro di interpretazione e sono eventualmente riconosciuti come segni sonori. Per un microfono invece essi sono soltanto delle vibrazioni nell’aria da trasformare in variazioni elettriche di andamento analogo (cambia il mezzo, rimangono le forme d’onda). La corrente così ottenuta viene applicata a un elettromagnete (la testina del registratore) per provocare altre variazioni, ancora analoghe alle prime, questa volta però di tipo magnetico. Al passaggio del nastro sulla testina, il materiale elettromagnetico presente sul nastro subisce delle modifiche proporzionate alle variazioni iniziali. Il nastro è in grado di conservare a lungo le ‘variazioni’ registrate, rendendole disponibili ad un intervento ‘rigenerante’.
Poiché il processo è perfettamente reversibile, partendo dalle tracce magnetiche finali si può ricostruire un suono praticamente indistinguibile da quello iniziale (purché si disponga degli strumenti adatti e si lavori con questa finalità).
La prima forma di r., in ordine di tempo, è stata la fotografia. Il fenomeno fisico da cui si è partiti è quello della camera oscura. In condizioni opportune di luce, sul fondo di una camera oscura compare l’immagine di ciò che si trova davanti allo strumento. La novità proposta da Niepce, Daguerre e Talbot è il metodo per ‘trattenere’ questa immagine, impronta – in termini di luci e di colori – di quanto è ‘visto’ dalla camera oscura. Un abile disegnatore può offrire un risultato analogo, ma seguendo un procedimento che implica necessariamente il riconoscimento delle varie occorrenze e l’adozione di schemi grafici per rappresentarle: in questo modo tutto ciò che non è riconosciuto, non può essere ‘visto’ e quindi non viene rappresentato. Totalmente diverso il modo di operare della macchina fotografica: non ha bisogno di conoscere quanto memorizza, fissa tutte le variazioni di luce consentite dal tipo e dalla sensibilità della pellicola, dall’obiettivo e dalle impostazioni utilizzate (diaframma, tempo, distanza, profondità di campo, ecc.), rendendo il tutto disponibile a letture successive.
In forma equivalente si opera con il suono. Mentre lo ‘scrivano’ ha bisogno di riconoscere la parola prima di tracciare il segno equivalente (per convenzione) e – in questo modo – riesce a conservare solo alcuni tratti di quanto udito (in realtà piuttosto pochi: ad esempio non resta traccia del tono della voce di chi parla, né del suo timbro, né del suo volume, così come cade nell’oblio ogni altro suono presente...), nel caso della r. magnetica sono rilevanti ‘tutte’ le variazioni di pressione dell’aria che formano i suoni presenti e tutte vengono memorizzate. Per scrivere sotto dettatura, devo conoscere assai bene la lingua di chi parla; non ne ho invece alcun bisogno per registrare la stessa voce.

4. Tipi di r.

Si è detto che la r. utilizza una serie di trasduzioni da un tipo di energia a un’altra, fino a raggiungere uno stato in cui si riesce a mantenere traccia dell’effetto. Sono varie le ‘catene’ causa-effetto utilizzate. Questi i principali tipi oggi utilizzati.

4.1. La fotografia.
Come si è detto, la fotografia è la prima forma di r. in ordine di tempo. Sfrutta un fenomeno foto-chimico: la luce determina una modifica nei sali di argento distribuiti in modo uniforme sulla superficie della pellicola; questa modifica può diventare permanente – rivelando così l’immagine – se i sali sono opportunamente trattati. Il processo è ripetibile a piacere e così dalla prima immagine se ne ottengono quante se ne vogliono, tutte identiche al primo esemplare o anche, se lo si vuole, variamente modificate (in termini di grandezza, di tonalità, o altro, a seconda del tipo di intervento).

4.2. La r. audio di tipo meccanico.
Circa quarant’anni dopo la comparsa della fotografia, nel 1877, Thomas Edison – lavorando su una idea di Scott de Martinville – realizza il fonografo (Giradischi), la prima forma di r. del suono. In quel caso venne utilizzata la sequenza di cause ed effetti di tipo meccanico che l’onda sonora della voce provoca: la successione di pressioni ed espansioni nell’aria sollecitavano un diaframma, facendolo vibrare sincronicamente; una puntina, fissata al diaframma, oscillava allo stesso modo e tracciava – su un sottile foglio di stagno avvolto su un cilindro rotante – un solco più o meno profondo a seconda delle sollecitazioni. In questo modo la voce provocava un solco, la cui forma riproduceva l’andamento della frequenza e dell’ampiezza dell’onda sonora. Il fenomeno è reversibile: il cilindro ruota alla stessa velocità di prima e la puntina, appoggiata nel solco tracciato, oscilla e fa vibrare il diaframma in modo da generare pressioni ed espansioni dell’aria corrispondenti al suono iniziale.

4.3. Il cinema.
Per quanto riguarda la r. dell’immagine in movimento (Cinema), la paternità è attribuita ai fratelli Lumière, i quali nel 1895 ottennero il brevetto per il loro cinematographe. Gli storici della comunicazione americani mettono in evidenza che l’invenzione francese era di fatto l’elaborazione di un’idea di T. Edison, il quale nel 1891 aveva brevettato un suo sistema di r./visione di immagini in movimento. In realtà la novità introdotta dai Lumière non fu poca cosa; non per nulla fu la loro tecnica che ottenne un vasto e immediato successo di mercato. Mentre Edison proponeva una visione di tipo individuale attraverso una lente di ingrandimento (la pellicola scorreva da un rullo all’altro dentro una scatola), nel cinematografo la visione è collettiva grazie alla proiezione e quindi all’ingrandimento dell’immagine sullo schermo.
Il principio di base è lo stesso della fotografia, associato all’effetto provocato nel sistema visivo umano da una veloce proiezione di immagini in successione (i Lumière usavano 16 immagini al secondo, oggi ne vengono proiettate 24, ciascuna due volte, intervallate da un periodo di buio): il nostro cervello non riconosce le singole immagini; le fonde invece l’una nell’altra in modo tale da ricavarne l’impressione del movimento degli oggetti.
Il cinema ha consentito l’esplorazione del movimento, espandendo in misura notevolissima lo spazio visivo umano. Variando il numero di fotogrammi riusciamo a controllare sia i movimenti molto lenti (la crescita di una pianta, lo sbocciare di un fiore...), sia quelli velocissimi (dal galoppo del cavallo, al volo di un uccello, al tracciato dei raggi gamma...); con determinate pellicole alcuni corpi opachi diventano trasparenti e la notte cessa di essere buia.

4.4. La r. di tipo elettromagnetico.
Questo è il tipo di r. per antonomasia. Non riguarda soltanto il suono (Registratore audio), come è avvenuto per varie decine di anni (prima in forma analogica, poi digitale, ad es. il DAT), ma anche il segnale televisivo (Videoregistratore) e, con la convergenza dei vari linguaggi a quello digitale, ogni tipo di file: testi, immagini, suono, video, dati (Floppy Disk; Hard Disk).
Con la r. magnetica è cambiato profondamente il modo di fare radio e televisione, di produrre qualsiasi colonna sonora, dalla canzone, al concerto, al cinema; sono state rivoluzionate anche le forme in cui si conservano, distribuiscono e utilizzano i testi scritti, le immagini, le sequenze filmate, gli archivi di dati.

4.5. La r. di tipo ottico.
Indichiamo in questo modo i sistemi che adottano il raggio laser per memorizzare e per riprodurre suoni, immagini e dati. La tecnica utilizzata richiama quella del disco di vinile, soltanto che le tracce sono diverse e al posto della puntina che oscilla a seconda delle deformazioni del solco, c’è un raggio laser variamente riflesso dalla superficie del disco.
Nel caso del disco tradizionale la puntina compie un movimento ondulatorio complesso, seguendo il solco come guida; è questo movimento ondulatorio che fa memoria del suono. Nella r. di tipo ottico non c’è alcun contatto fisico, il laser illumina semplicemente una traccia sul disco che gira e le informazioni sono raccolte grazie al diverso potere riflettente della traccia opportunamente preparata: il raggio riflesso risulta modificato e porta con sè tutti i dati necessari per ricostruire il ‘testo’ iniziale, secondo la modalità analogica nel caso del laser disc (Disco), sotto forma di dati digitali nel caso della numerosa famiglia dei CD. È la forma digitale che garantisce un massimo di precisione e di economia di produzione; inoltre consente di trattare in modo simile tutte i tipi di dati.
Rispetto alla r. magnetica, la r. di tipo ottico presenta un notevole limite: il processo non è egualmente accessibile a tutti in fase di ‘scrittura’ come lo è in fase di ‘lettura’. L’adozione della tecnologia magneto-ottica ha superato anche questa difficoltà.

4.6. La r. di tipo ottico-magnetico.
La possibilità di scrivere le sequenza di byte con la stessa facilità con cui vengono lette su un compact disc viene offerta dalla tecnica magneto-ottica ( CD; MiniDisc). Nei CD tradizionali la riflessione del laser viene modificata dal diverso livello a cui il laser incontra la traccia: riflesso dalla superficie a livello ‘normale’ il laser conserva tutta la sua energia; riflesso dal livello inferiore il raggio subisce un ritardo di fase che comporta una forte riduzione della sua energia. Un risultato simile è stato messo a punto nell’ultimo decennio ricorrendo alla proprietà di determinati materiali plastici, in grado di polarizzare un raggio di luce incidente in modo diverso a seconda del campo magnetico a cui questi materiali sono stati sottoposti. (Polarizzazione)
Semplificando le cose, la situazione è assai simile a quella di un nastro tradizionale che si magnetizza in modo diverso passando davanti alla testina del registratore. Nel caso dei CD magneto-ottici – al momento della scrittura – viene modificato il potere riflettente della traccia, in modo che – in fase di lettura – si susseguano zone capaci di polarizzare in un senso o in un altro il raggio laser (gli 0 e gli 1 sono resi da due tipi di luce polarizzata). La traccia conserva perfettamente il suo stato, fino a quando non sia sottoposta a un nuovo processo di scrittura. In questo modo i vantaggi offerti dalla tecnologia CD si sommano alla duttilità del registratore classico, con un notevole abbattimento dei costi. Lo stesso strumento può essere utilizzato per registrare qualsiasi tipo di informazione.

4.7. La r. su chip di memoria. Sempre più grande è l’interesse per i circuiti integrati specificamente studiati per funzionare come supporto di ‘memoria’. Possono essere inseriti stabilmente nella macchina che li usa (come la tradizionale memoria RAM in un computer), oppure – di diversa capacità, secondo le esigenze – sono montati su una scheda come le creditcard, le schede telefoniche, sanitarie...; il mercato offre anche dei veri e propri pacchetti di memoria intercambiabili, ad es. le PC card o i memory stick (per le macchine fotografiche digitali e i lettori di musica codificata in MP3).
La prospettiva è assai interessante: non solo perché la struttura dell’apparecchio si semplifica notevolmente, dal momento che non c’è più alcun meccanismo in movimento e dunque non più usura né manutenzione, ma anche perché il consumo energetico si riduce drasticamente; le informazioni sono conservate i modo sicuro ed è facile riversarle su unità di memoria più potenti e fisse (ad es. l’hard disk del computer). Tra le apparecchiature che usano questo tipo di memoria ci sono le macchine fotografiche, i mini-registratori (Walkman digitale, lettori di MP3), i computer potatili, ecc. È certo che questo tipo di tecnologia sostituirà in molte applicazioni i supporti tradizionali.

5. R. e obiettività

Lo sguardo umano è molto diverso dalla visione della macchina fotografica. Quando un osservatore guarda un paesaggio, egli vede soltanto le occorrenze che sa riconoscere, mentre tutto il resto finisce nell’indistinto; invece la macchina fotografica, quando viene puntata verso una determinata scena, registra tutto ciò che in quella scena ha determinate caratteristiche luminose e si trova a una certa distanza, indipendentemente dal fatto che il fotografo se ne avveda o meno. Da questo punto di vista è possibile affermare che la r. fotografica è un procedimento automatico che non interpreta le occorrenze segniche, ma ne memorizza i dati percettivi. Capita così che nel concreto della pratica quotidiana, la gran parte dei fruitori attribuiscano al processo di r. una sorta di automaticità, dando credito a una vera e propria obiettività garantita: ad esempio, la fotografia è considerata ‘specchio’ della realtà e la r. audio prova ‘schiacciante’ che qualcuno ha fatto un determinato discorso.
In realtà il processo – grazie anche allo sviluppo continuo della tecnica – è solo apparentemente asettico: l’operazione non è ‘neutrale’, perché dipende da chi ha progettato la macchina e da chi concretamente la usa. Questi ultimi (il progettista e l’utilizzatore), definendo o adattando il procedimento secondo cui la macchina lavora, condizionano la successiva decodifica dei segni: filtrando alcuni segnali, esaltandone o mascherandone altri, determinano una vera e propria selezione. Si tratta di operazioni di tipo tecnico, che poi la macchina esegue automaticamente, ma che hanno un preciso significato. L’obiettività non è una qualità dello strumento, ma il risultato dell’intervento intenzionale dell’operatore: egli può decidere di produrre un risultato con il massimo di ‘obiettività’, oppure può fornire una sua elaborazione personale.
La r. – tutte le forme di r. – può dunque essere un procedimento formidabile per la scienza e per l’organizzazione economica e sociale, ovunque ci sia la necessità di conservare e fare copie di dati senza modificazioni di sorta. Nello stesso tempo però essa è disponibile ad altre utilizzazioni, in mano all’artista, per creare un’opera d’arte, in quelle di un bugiardo per mentire.
A questo punto si pone la domanda se sia possibile distinguere l’intervento creativo da quello manipolatore.
In passato, quando si disponeva soltanto del prodotto finale di una r. (la fotografia, un nastro registrato), un esperto – con un esame interno all’opera – poteva distinguere quando essa era memoria fedele e quando invece aveva subito delle manipolazioni, diventando così opera di fantasia o vero e proprio inganno. Ad esempio, un fotomontaggio o un taglio arbitrario sul nastro nel bel mezzo di una intervista potevano essere riconosciuti. Oggi non è più così: con l’introduzione della codifica digitale – che consente anche interventi ‘pesanti’, senza che ne resti traccia – una r. non può dare garanzie della sua fedeltà. In pratica gli interventi di ‘filtro’ sul processo sono tali e tanti da consentire all’operatore il massimo di libertà. Il che può sembrare la fine di un’epoca felice, mentre invece è una conquista, perché pone sotto gli occhi di tutti un fatto molto importante: ogni r. è (ma lo è sempre stata!) un’azione compiuta da un operatore e come tale esegue l’intenzione di chi l’ha voluta. La verità e la falsità non stanno nel procedimento, ma nelle intenzioni e quindi nelle scelte del soggetto che comunica.

Bibliografia

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  • SONTAG Susan, Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società, Einaudi, Torino 1978.

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Come citare questa voce
Lever Franco , Registrazione, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (24/11/2020).
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