Sala della comunità

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Il concetto di s.d.c., che sostituisce e amplia quello di sala cinematografica parrocchiale, affonda le sue origini nelle riflessioni dell’ ACEC a partire dagli anni Sessanta. In quel periodo storico, ma più particolarmente dopo la metà degli anni Settanta, la vita del circuito cattolico conosce un momento preoccupante, causato sia dalla crisi generale del cinema, sia dalla difficoltà di mediare le istanze conciliari nell’azione pastorale, sia ancora da una situazione storico-sociale ardua da controllare, in cui confuse domande di senso e violente esigenze di tipo politico faticavano a trovare adeguate risposte, anche presso strutture ecclesiali. Centinaia di sale sono costrette a chiudere per l’inadeguatezza organizzativa e per l’impreparazione a seguire le mutate condizioni sociali; così in molti luoghi il territorio rimane privo della sala parrocchiale, che spesso in passato ha rappresentato l’unico punto di ritrovo e di aggregazione sociale.
La ripresa nasce appunto da una ridefinizione concettuale dello spazio comunitario medesimo, attraverso un’apertura dell’area di interesse della sala ad attività diversificate, rispondenti alle nuove esigenze che andavano emergendo nella società e nella Chiesa. Con un’operazione pastorale e culturale di altissimo profilo, promossa anzitutto dall’ACEC e sottolineata dalla CEI, si ribadisce il grande valore della presenza della sala nel panorama degli strumenti ecclesiali. "La sua valorizzazione è da considerare come risposta alle istanze di rinnovamento pastorale e alle diffuse esigenze di partecipazione che emergono dalla società e ancor più fortemente dal seno della Chiesa comunione e comunità".
Il concetto di s.d.c., dunque, non coincide con quello di sala cinematografìca, ma lo supera ampiamente anche per la diversità di condizioni di legge e per le grandi opportunità offerte dalle nuove tecnologie dì comunicazione. Infatti l’auspicio è che la s.d.c. diventi il polo di attrazione per un numero di svariate attività, non solo il cinema (con il cineforum e le proiezioni mirate sull’età del pubblico), ma anche la musica (così da trasformare la sala in un auditorium dove tenere concerti di musica classica o moderna), il teatro, le esposizioni d’arte, i dibattiti e le tavole rotonde, i cicli di conferenze, oggi anche il teleforum, ecc.
Una definizione sintetica è data da Giovanni Paolo II al IV Congresso Nazionale dell’ACEC del 1984: "La Sala della Comunità diventi per tutte le parrocchie il complemento del tempio, il luogo e la spazio per il primo approccio degli uomini al mistero della chiesa e, per la riflessione dei fedeli maturi, una sorta di catechesi che parla delle vicende umane". Dal punto di vista giurisdizionale, il passaggio dalla sala parrocchiale alla s.d.c. è legato al nuovo Codice di diritto canonico del 1983, il quale delinea la parrocchia in modo nuovo: oggi la parrocchia non è più definita concettualmente dai suoi confini territoriali, bensì essa "è una determinata comunità di fedeli che viene costituita stabilmente nell’ambito di una chiesa particolare"(Can. 515 § 1). Da ciò nasce anche l’opportunità di una ridefinizione dello spazio della sala, a partire appunto dall’importanza riconosciuta alla comunità e alla sua potenzialità missionaria. Infatti, la differente collocazione concettuale di parrocchia tra ‘territorio’ e ‘comunità’ porta a conseguenze pastorali di notevole importanza: anche se la dimensione parrocchiale della s.d.c., rimane pienamente valida, essa "non deve costituire impedimento nell’attuazione di un collegamento fraterno con le realtà ecclesiali limitrofe, soprattutto quelle prive di strutture idonee a offrire particolari servizi nell’ambito dei mass media". Così è possibile intravedere un futuro in cui nascano delle unità pastorali in cui più parrocchie, più comunità, pur nella loro specificità e autonomia, si sentano fraternamente legate a un unico progetto pastorale.
Nell’ambito della s.d.c. il ruolo del pastore d’anime non è certo quello del semplice gestore, ma quello dì "colui che, anche in questo campo, presiede un’azione di carità per la crescita umana e cristiana dei componenti la comunità a lui affidata". Questa definizione dell’attività della s.d.c. come azione di carità suggerisce una precisa concezione delle sue finalità e della metodologia della sua conduzione: la s.d.c, partecipa direttamente e propriamente al ministero profetico, poiché la comunicazione che lì si pratica in modo peculiare e critico è servizio della Parola, è veicolo di testimonianza, è offerta di dialogo e di confronto, è predisposizione all’azione dello Spirito Santo. La s.d.c. allora, poiché ha una funzione di preevangelizzazione attraverso una catechesi laica e prepara pertanto alla vita liturgica, è ministero di carità perché aiuta l’uomo a crescere, a maturare, a sviluppare valori umani e cristiani.
Per quanto riguarda la gestione della s.d.c., il riferimento fondamentale è la Nota pastorale della CEI del 1982 dal titolo "Le sale cinematografiche parrocchiali", nella quale si ricorda che la titolarità della sala, pur spettando sempre al Parroco che presiede nella carità la comunità cristiana, va esercitata nel segno della dimensione comunitaria; ovvero è la comunità tutta che programma e gestisce la vita della sala. Questo concetto di gestione, che richiede peraltro piena sintonia con i piani pastorali dell’episcopato italiano, esclude la possibilità di appalto per finalità commerciali. La s.d.c. ha senso solo se collocata all’interno di un progetto pastorale. Proprio per questo anche le questioni di natura economica non devono essere considerate problemi di un settore separato, ma rientrare nel complessivo quadro pastorale. È comunque esclusa ogni impostazione di tipo commerciale che non corrisponde certo all’impegno per la crescita umana e culturale della comunità. A tale proposito è bene ricordare che responsabile della s.d.c. è sempre e comunque chi ne ha la titolarità giuridica (parroco, superiore di istituto religioso, ecc.). In data 1° giugno 2000, l’Ufficio Nazionale per i Problemi Giuridici della CEI ha ridefinito l’identità della sala cinematografica dipendente dall’Autorità ecclesiastica adottando la seguente formulazione: "È da considerarsi sala cinematografica dipendente a ogni effetto dall’Autorità ecclesiastica quella di cui è proprietario o titolare di un diritto reale sull’immobile un chierico diocesano, un membro appartenente a un istituto di vita consacrata o a una società di vita apostolica, o un ente comunque soggetto all’Autorità ecclesiastica; tale peculiare connotazione di sala cinematografica non viene modificata a seguito di eventuali mutazioni introdotte nelle modalità di gestione e di programmazione".
La seconda Nota pastorale della Commissione Ecclesiale per le comunicazioni sociali della CEI, approvata dal Consiglio Permanente nella sessione 15-18 marzo 1999, dal titolo La sala della comunità: un servizio pastorale e culturale, si presenta come un necessario e opportuno aggiornamento della precedente Nota pastorale del 1982. Essa sollecita l’inserimento della s.d.c. all’interno del ripensamento pastorale sullo sfondo del progetto culturale orientato in senso cristiano.
La s.d.c., attraverso la multimedialità, "si propone come spazio funzionale alla realizzazione di un positivo innesto tra la missione evangelizzatrice di ogni comunità particolare e le complesse dinamiche della comunicazione e della cultura". In tale prospettiva, attraverso le varie forme di comunicazione sociale, svolge un’azione pastorale rivolta anche a coloro che sono alla ricerca di un percorso di fede pienamente assunto e vissuto nella comunità dei credenti e che hanno interesse ai grandi temi dell’esistenza umana. Inoltre la struttura della s.d.c. si pone a servizio di una dinamica missionaria verso gli ambienti della vita familiare, professionale e sociale. Il riferimento associativo per le s.d.c. è l’ACEC.

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Note

Come citare questa voce
Viganò Dario E. , Sala della comunità, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (09/12/2021).
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