Scienze della comunicazione

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1. Un plurale singolare

L’uso del plurale per designare l’insieme degli approcci scientifici alla comunicazione non è un vezzo, ma una precisa necessità; non è il segnale di chissà quale dispiegata potenza, ma solo la certificazione di un sincretismo irriducibile. Una ‘scienza della comunicazione’ al singolare, che sappia porre in modo ‘unitario’ le questioni costitutive fondamentali delle discipline comunicative, infatti, non esiste, se non in un discorso di larga prospettiva, fino a oggi tutto da impostare. Contiene dunque ragguardevoli elementi di verità l’affermazione di Charles Berger e Steven Chaffee (1987), che reputano "desiderabile" una teoria generale della comunicazione ma, al contempo, ne notano l’attuale indisponibilità.
Esistono certamente, anche in questo campo d’interessi, i problemi fondativi comuni a ogni ramo del sapere umano, ma sono destinati a rimanere sempre aperti, essendo raramente possibile affrontarli con coerenza di presupposti e con metodo lineare. Quando ciò è accaduto, si è trattato di circostanze culturali particolarmente felici: la convergenza d’intelletti nel circolo di Vienna prima della diaspora (con la successiva appendice statunitense dell’enciclopedismo neo-positivista), che propugnava la rifondazione radicale della conoscenza umana su basi logiche ed empiriche e insisteva con forza sull’unitarietà del linguaggio scientifico; oppure, nel secondo dopoguerra, l’affermazione e la diffusione, quasi a macchia d’olio, dei paradigmi cibernetici e della teoria generale dei sistemi, prospettiva interdisciplinare in grado di fecondare la teoria dei giochi e delle decisioni quanto l’ingegneria dei sistemi, attraversando una serie di ambiti, dalla biologia alla filosofia, alla sociologia, ecc. Si tratta evidentemente di circostanze eccezionali, difficilmente replicabili con continuità nel lavoro scientifico ‘quotidiano’, che invece procede normalmente lungo molte direzioni, divergenti tra loro e refrattarie all’interscambio. Accade così che le curiosità scientifiche, che prendono generalmente le mosse dalle ‘piccole patrie’ disciplinari, raramente riescono a emanciparsi e ad abitare veramente nei luoghi della comunicazione, finendo invece spesso per far ritorno a casa; giusta l’affermazione di Wilbur Schramm, risalente a trent’anni fa, secondo cui ci troviamo in "un incrocio accademico dove molti sono passati ma nessuno è rimasto".
Eppure non si tratta di un crocevia ‘fantasma’: nella congerie di ricerche e di interessi che incessantemente lo attraversano, si testimonia l’esigenza della creazione d’un nuovo ‘dominio’ scientifico, sebbene poi si preferisca ricorrere a buoni surrogati, con tale puntualità che alla fine appare la fata Morgana di un baluardo disciplinare che invece non c’è. Solo da qualche anno, grazie anche al contributo di studiosi come Armand Mattelart e Mauro Wolf, si sono avviate ricostruzioni storico-sistematiche degli studi, che se costringono comunque a ‘cartografare’ i labirinti epistemologici dentro i quali ci si muove, tuttavia ancora non mettono in scena una palingenesi radicale, un’unità di base del sapere sulla comunicazione. Le s.d.c. sarebbero dunque costrette, in questo secolo, a percorrere il medesimo cammino di altre concrezioni scientifiche più ‘radicate’, però in senso contrario. Mentre i feudi scientifici di antica tradizione si sono frammentati, quasi sbriciolati, nel tentativo d’inseguire una realtà sempre più complessa, alle s.d.c. toccherebbe l’ingrato compito di raccogliere dappertutto le ‘sparse membra’ per comporre un corpus unico: un cammino davvero impervio, giustamente affrontato solo in parte, insidiato dal dubbio che sia proprio la ‘dispersione’ il dato costitutivo della scienza contemporanea e dalla tentazione di disegnare percorsi nuovi, senza vincolarsi a una ‘catena evolutiva’ che forse non c’è.

2. Un’attenzione recente

L’origine storica di questa défaillance risiede nel fatto che l’interesse della scienza contemporanea per i fenomeni legati alla comunicazione, e la possibilità di elaborare paradigmi scientifici autonomi per la comunicazione, nascono già dentro le pieghe complesse della modernità, all’incrocio di due circostanze che segnano il passaggio dall’Ottocento al Novecento: la moltiplicazione generalizzata delle possibilità comunicative e la grande cesura che – al tramonto delle certezze positiviste – fa entrare in crisi profonda tutti i paradigmi scientifici consegnati dalla tradizione.
Nel passaggio dall’Ottocento al Novecento, infatti, i fenomeni legati alla comunicazione crescono smisuratamente nella quantità e nell’intensità, sprigionando un oggetto fantasmagorico che si diverte a sembrare inafferrabile. La moltiplicazione dei canali comunicativi, che funzionano sempre più all’insegna della semplicità e dell’automazione, produce un aumento generalizzato della competenza comunicativa, cui vanno certamente connessi l’allargamento dello spazio politico e della sfera dell’opinione pubblica, nonché l’incremento dei processi di mobilitazione delle masse e di partecipazione sociale, attraverso cui passa la democratizzazione delle società occidentali. L’ampiezza e la velocità degli atti comunicativi, l’istantaneità dello scambio d’informazione, inoltre, liberano un’energia capace di trasformare rapidamente il nostro pianeta in un ‘villaggio globale’, secondo l’espressione profetica di Marshall McLuhan. Questo complesso di trasformazioni, profondamente marcato dal predominio degli aspetti tecnologici, dal crescere smisurato della ‘portata’ dei flussi comunicativi e da un’attribuzione di potere talvolta generica ma convinta e convincente (sorretta, a onor del vero, dall’uso massiccio della propaganda compiuto dai regimi dittatoriali tra le due guerre e poi da quelli ‘democratici’, con l’alibi della ‘guerra fredda’), ha quindi proiettato l’oggetto-comunicazione in una continua ‘fuga in avanti’ che ha comportato notevoli difficoltà nella produzione di specifiche sistemazioni teoriche ed empiriche.
La potente irruzione delle masse sulla scena storica, sociale e politica e il progresso delle tecnologie comunicative, soprattutto dopo la prima guerra mondiale, sono all’origine dell’inarrestabile sviluppo della comunicazione di massa, che istituiva necessariamente procedure operative e implicazioni sociali sostanzialmente diverse rispetto al passato, rendendo irrinunciabile un esame specifico, sia in termini d’analisi scientifica sia di verifica dei risultati operativi. Dalla profonda espansione dell’azione comunicativa, che da un lato lambiva la sfera dell’irrazionalità e la complessità delle motivazioni psicologiche e, dall’altro, entrava in relazione con le influenze provenienti dal sistema sociale, si generava un filone di ricerca proteso a migliorare l’efficacia dei messaggi, a ridurre drasticamente l’incertezza comunicativa attraverso una notevole semplificazione, anche concettuale, del processo comunicativo che consentisse di controllarne più efficacemente il funzionamento e prevederne con ragionevole certezza l’esito. Si possono ricordare, a questo proposito, gli studi sulla propaganda politica di Harold Lasswell, che affinano nel tempo una specifica tecnica di analisi quantitativa dei messaggi (Content analysis) e gli studi del Payne Found sugli effetti del cinema sugli adolescenti.
Nasceva così l’approccio universalmente denominato Communication research, sviluppatosi soprattutto negli Stati Uniti a partire dagli anni Venti, sotto la cui etichetta si è costruito un ampio e consistente patrimonio di ricerca empirica, e anche di lavoro teorico, che ha avuto storicamente il merito maggiore nel delineare uno specifico spazio per lo studio dei processi comunicativi e degli effetti che producono sulle audiences. Nello stesso tempo si andavano profilando gli interessi che segneranno a fondo, e non sempre positivamente, il cammino di questi studi: la preferenza per le metodologie quantitative e un’attenzione, a volte eccessiva, per gli effetti a breve termine, per la forza di penetrazione psicologica che i grandi apparati comunicativi esercitano sui pubblici massificati, che ha favorito e rinsaldato l’idea che la comunicazione contemporanea coincida essenzialmente con la comunicazione di massa. La de-contestualizzazione dei flussi comunicativi e l’opzione solipsistica di quest’approccio si sono infatti spesso sposate con la parallela evoluzione dei concetti di società e di cultura di massa, legando l’attività di persuasione, sempre più frequente e diffusa proprio grazie ai mass media, alla supremazia della fonte comunicativa (che riuscirebbe a modificare il destinatario senza modificare se stessa) e all’uniformità dei codici fra i comunicanti, che renderebbe l’atto comunicativo intelligibile ed efficace. Ciò ha condotto a un’eccessiva insistenza nel connotare la comunicazione come processo essenzialmente strumentale e volontario. Sebbene la strumentalità dell’atto comunicativo (il suo essere diretto a un fine extracomunicativo) non si possa certo trascurare, la sua esasperazione non può che produrre una visione angusta dell’intero processo, racchiuso nella sua dimensione performativa, unidirezionale e direttiva. Inoltre, l’interpretazione di processi sociali fondamentali in termini di scambio d’informazioni valorizza il carattere di neutralità del processo comunicativo ed enfatizza la tendenza al soggettivismo delle società contemporanee.

3. Un sapere indefinito

L’invadenza dei fenomeni comunicativi fornisce dunque una spinta decisiva nel prospettare lo spazio della comunicazione, ‘moderno’ e generico quanto basta, come punto d’incontro super partes rispetto ai segmenti d’indagine provenienti dalla tradizione (il linguaggio, le virtù diaboliche della persuasione, la natura dei legami sociali), ma la precarietà dei limiti concettuali della comunicazione rende improbabile lo stabilirsi di paradigmi ‘originari’ e irrevocabili.
Vengono stimolati interessi innovativi e compositi un po’ in tutti gli ambiti, senza mai riuscire tuttavia ad allestire una ‘casa comune’, se non provvisoria. Si sviluppano nodi teorici legati al processo comunicativo che, mentre rinviano a scienze capaci di utilizzarne le potenzialità, finiscono per annullarsi nella complessa trafila della ‘traduzione’ in un linguaggio epistemologicamente forestiero.
L’aspirazione ‘patriottica e la diaspora si mescolano dunque nel pluralismo, legittimato peraltro dall’estensione dell’oggetto e dal mutare incessante delle condizioni storico-sociali della comunicazione. Perfino il nuovo segmento scientifico orientato sulla comunicazione di massa ha sempre mantenuto un carattere ibrido, formato nell’incontro fra discipline diverse, sebbene si possano in ultima analisi ritenere preminenti gli approcci influenzati dalla psicologia e quelli riconducibili all’area sociologica, noti anche come sociologia funzionalista dei media. Se la gestione di un sistema informatico e una conversazione informale tra coniugi siano la stessa cosa, partecipino della stessa sostanza oppure no, è del resto un quesito plausibile, ma che si può risolvere solo con una decisione, per sua natura sempre revocabile.
L’assenza di una prospettiva generale unica, in effetti, ha reso difficile agli studiosi di comunicazione perfino il compito di circoscrivere e definire il proprio oggetto di studio. Sono molte le definizioni disponibili (Morcellini - Fatelli, 1998), ma nessuna è autosufficiente e non è possibile individuare a colpo sicuro un referente semantico univoco. Questa è una ricchezza solo a metà, perché all’anti-dogmatismo si uniscono un orizzonte teorico spesso implicito, paradigmi conflittuali, metodologie ibride e modelli che non sempre riescono a coniugare sinteticità e chiarezza. Come sottolinea giustamente Casetti, la riflessione sulle definizioni della comunicazione "ha tenuto occupate numerose discipline (la linguistica, la semiotica, la sociologia, ecc.), ma è anche servita a distinguere approcci diversi al fenomeno che hanno tagliato verticalmente il campo della ricerca: la comunicazione è apparsa come una realtà a più facce, la preferenza per l’una o per l’altra delle quali ha dato luogo a dei paradigmi scientifici contrapposti"(Casetti, 1985).
Lo studio della comunicazione costringe dunque a tener conto dell’intera gamma degli approcci, che spaziano dall’analisi semiotica alle ipotesi sociobiologiche, dalla filosofia ermeneutica alle reti neurali. La ricerca ha ormai compreso l’impossibilità di tentare operazioni di sintesi o di assegnare la preminenza a un solo approccio, poiché nessuno di essi è in grado di sorreggere pienamente una teoria globale. La gamma degli ambiti scientifici cui è possibile attribuire un interesse precipuo, anche se più o meno intenso, più o meno ellittico, per la comunicazione, è dunque piuttosto estesa.
Si può partire con le scienze che si occupano, semplificando molto, degli strumenti della comunicazione, tra i quali un posto di assoluto privilegio spetta al linguaggio, a cominciare dalla filosofia, che comprende nella sua analisi speculativa non solo i problemi strettamente legati al linguaggio, ma anche quelli relativi all’attribuzione del senso, ai criteri di validazione e falsificazione delle asserzioni, all’interpretazione, al valore etico delle attività connesse alla costruzione e allo scambio di significati (Filosofia del linguaggio; Filosofia della comunicazione). Anche la logica ha svolto un ruolo decisivo nella riflessione sul linguaggio e nella rottura epistemologia dei sistemi formali (è significativo in tal senso il fallimento del programma hilbertiano di fondazione della matematica) e nella frammentazione dei suoi interessi, ha trovato importanti consonanze con l’informatica, con gli studi sull’intelligenza artificiale e con la computer science (logiche modali, temporali ed epistemiche). La linguistica, ovviamente, ha avuto un ruolo strategico in questo campo d’indagine, che mantiene con i suoi più recenti sviluppi protesi alla spiegazione del mutamento della lingua e all’individuazione dei meccanismi evolutivi delle lingue naturali. Pertanto si sviluppano attualmente ricerche con metodo induttivo sui fattori ‘esterni’ (storici, geografici e sociali) del mutamento e studi osservativi e tipologici su quelli interni, legati cioè al funzionamento del sistema.
All’attenzione per la lingua come strumento vivo e d’uso quotidiano, ormai radicata a fondo nel pensiero contemporaneo, si accompagna quella per gli aspetti ‘operativi’, a partire dall’ormai classica teoria degli atti linguistici formulata da John L. Austin negli anni Cinquanta per arrivare ai vari tentativi di fondare una vera e propria pragmatica, termine-ombrello che rimonta all’interesse di Charles Morris per il pragmatismo filosofico e connette insieme la teoria della conversazione di H. Paul Grice, la teoria della pertinenza di Sperber e Wilson, l’indirizzo di ricerca della scuola di Palo Alto, intrecciando insieme filosofia del linguaggio, linguistica testuale, analisi del discorso e approccio etnometodologico. Altri indirizzi degni di nota, su un versante più tassonomico, sono la grammatica generativo-trasformazionale di Noam Chomsky e la tipologia linguistica, che propone una classificazione comparativa su base morfologica, indipendentemente dalle parentele genetiche. Ancora sull’analisi del linguaggio vertono la sociolinguistica, che possiamo definire la scienza del comportamento verbale nei suoi aspetti sociologici, la geolinguistica e la psicolinguistica (Scienze del linguaggio verbale), nata alla metà degli anni Cinquanta, che si occupa dei meccanismi mentali che regolano la capacità umana di usare il linguaggio, proponendosi in particolare di sviluppare, attraverso lo studio sperimentale, una teoria coerente della produzione e della comprensione del linguaggio. La linguistica testuale infine propone, avvicinandosi alla semiotica, un’idea di testo non come unità grammaticale ma come incrocio di fattori linguistici ed extralinguistici, intrecciando pragmatica, analisi del discorso, sociologia ed etnometodologia. Nell’approccio procedurale di de Beaugrande e Dressler (1996), il testo è addirittura il risultato di operazioni con cui il produttore degli eventi comunicativi ne controlla il corso e istruisce i riceventi a ricostruirne la coerenza, intesa come continuità semantica e pragmatica. Perfino la semiotica e la cibernetica, poiché implicano l’una il sistema dei segni e l’altra il controllo e la regolazione dei sistemi complessi, sono scienze comunicative in quanto alludono alla gestione di complessi circuiti culturali e alla ‘veicolazione’ di significati.
Una significativa scansione s’incontra invece allorché si considerano la sociologia, che molta parte ha avuto nella definizione di uno spazio specifico per i fenomeni macro-comunicativi, la psicologia e la psicologia sociale. In quest’area più che gli strumenti o l’aspetto processuale, è rilevante la dimensione umana della comunicazione, sebbene ancora una volta declinata in modi difformi, entro una discreta diversità di punti di vista, che spazia dal comportamentismo alla fenomenologia, dal funzionalismo alla scienza cognitiva.

4. Dei paradigmi innovativi

Ordinare le s.d.c. in questo modo, in ragione di alcune loro originarie peculiarità, è certamente un’operazione utile, quasi doverosa, che però sarebbe veramente efficace se avessimo di fronte una serie di segmenti disciplinari lineari, che in qualche punto, in corrispondenza della comunicazione, s’intersecano fra loro, seppure in modo variabile. A seconda della ‘fetta’ del processo comunicativo presa in considerazione, sapremmo automaticamente assegnare la preminenza a quest’ambito disciplinare piuttosto che a quell’altro. Ma la situazione non è per niente così semplice. Anzitutto si tratta di aree dalla fisionomia composita, che trasformano gli interessi nel corso del tempo e tendono a creare frequenti sovrapposizioni. La psicolinguistica, ad esempio, sotto l’influenza crescente del connessionismo e della simulazione attraverso le reti neurali, si occupa attualmente dei processi di riconoscimento delle parole e di comprensione della frase e resta vicina al cognitivismo e allo studio dell’intelligenza artificiale, che a sua volta non può essere neppure disciplinarmente definito, essendo piuttosto un’area di ricerca tecnologica a sua volta resa possibile dalla convergenza di varie discipline (logica, psicologia, linguistica) verso un ‘centro’ basato sull’informatica. In secondo luogo, alle scansioni verticali tra discipline, dev’essere sommata la stratificazione di mode intellettuali, di macroparadigmi che peraltro si avvicendano storicamente, in modo talvolta oscillante, tagliando trasversalmente il terreno di studio. Queste ‘opzioni trasversali’ rimescolano nuovamente le carte, dividendo gli approcci all’interno di una stessa disciplina (orientamento positivista e orientamento fenomenologico nella sociologia), oppure creando parentele e zone di contatto fra singoli segmenti appartenenti a discipline diverse.
Non si tratta ovviamente di semplice volubilità. Entra qui in gioco il secondo fattore, a fianco della rapida evoluzione tecnologica, che addensa gli studi sulla comunicazione: la crisi delle scienze che accompagna il nostro secolo e genera ‘concrezioni’ paradigmatiche anziché autostrade epistemologiche lunghe e diritte. Si verifica, in questo frangente, un fenomeno simile alla distorsione ottica proposta da Hitchcock in La donna che visse due volte, allorché la scala inquadrata dalla macchina da presa contemporaneamente si avvicina e si allontana. Mentre, infatti, i paradigmi classici diventano più rarefatti e perdono la spinta centripeta, sono i fenomeni e i problemi reali ad attirare la curiosità di scienziati di origine diversa. È così che si avvia la convergenza di discipline diverse sulla comunicazione, all’insegna di un’idea sottile ma persistente: l’importanza che, un po’ in tutti i settori, comincia ad assumere l’idea della ‘relazione’ tra le cose e i fenomeni, prendendo pian piano il posto delle loro fondazioni ontologiche. Ciò provoca un’insostenibile ‘tensione’ dei domini tradizionali (alla liquidazione della metafisica seguono, sul versante opposto, il crollo del positivismo e poi quello del progetto fisicalista), rendendo possibili e ‘credibili’ solo gli approcci epistemologici ‘possibilisti’. Solo se si circoscrivono i problemi si riesce (e la sociologia della comunicazione di massa è riuscita in quest’operazione meglio di altri) a produrre evidenza empirica, ma appena si allarga il raggio d’azione delle teorie, la pretesa di generalizzazione dei risultati, si ritorna alla poliedricità obbligatoria (giusta la segnalazione di Mauro Wolf (1998) sulla sostanziale implicitezza dei referenti teorici delle ricerche sulla comunicazione).

4.1. Comunicazione come trasmissione.
Date le premesse, il cammino degli studi sulla comunicazione in questo secolo, non può che iniziare lungo tre strade distinte. La prima è quella denominata Communication research, che, con la sua definizione della comunicazione come ‘trasmissione’ ha incarnato a lungo la vocazione neorazionalistica del Novecento, e nella quale gran parte dell’orizzonte teorico di riferimento è stato sostenuto dal paradigma comportamentista (Comportamentismo) che ‘seziona’ le attività comunicative principali (‘apprendimento’, ‘condizionamento’) in una chiave biosperimentale, sicuramente anti-mentalista, che a posteriori può apparire perfino inquietante. In quest’ambito la sperimentazione clinica – soprattutto laboratoriale, in un largo bacino che comincia a spaziare dalla neurofisiologia alla psicologia sociale e applicata – si è sposata con le tecniche quantitative del questionario e dell’intervista, privilegiate nelle ricerche sul campo (Metodologia della ricerca). La convergenza degli sviluppi anti-metafisici della filosofia, del rinnovamento degli studi linguistici attraverso il fondamentale contributo dello strutturalismo, del progresso degli studi logico-matematici, unitamente alle ipotesi neopositiviste, interessate alla formalizzazione e alla ricerca di linguaggi artificiali, e dell’interesse per gli strumenti tecnologici della comunicazione, hanno reso credibile il sogno che l’attività, e perciò anche la comunicazione, potessero essere completamente razionalizzabili e computabili. All’interno di questo paradigma si possono collocare approcci che hanno diverse origini, dall’antropologia alla cibernetica, dalla linguistica alla teoria generale dei sistemi, dalla sociologia positivista alla biologia, uniti dalla considerazione della comunicazione come attributo ‘esterno’ all’uomo, sotto le mutevoli vesti di ‘fatto sociale’, retaggio biopsichico o evento ‘naturalistico’. Solo la seconda guerra mondiale e il terrore atomico sembrano spegnere, o almeno incrinare, quest’atmosfera di fiduciosa baldanza, che tuttavia continua significativamente a sopravvive nei manuali di pubblicità e negli studi sulla persuasione. Le brutture del sec. XX hanno infatti sollecitato una nuova ansia per la ‘profondità’ della comunicazione, intesa come trasformazione di strutture profonde non sempre sondabili senza sgomento, mentre lo sviluppo delle reti telematiche prospetta un panorama di new media (personal Tv, set top box, PC, ecc.) sempre più inclini a progettare una fruizione più ‘personalista’ e meno ‘obbligata’. (Nuove tecnologie della comunicazione)

4.2. Comunicazione come scambio di valori.
Un’altra parte significativa dell’approccio delle scienze sociali alla comunicazione veniva intanto contrassegnata dal concetto della comunicazione come ‘scambio di valori’, nel tentativo di conciliare il positivismo durkheimiano (esistenza di leggi ‘universali’ per la società umana) e il particolarismo storico (irriducibilità di una cultura umana all’altra) adottato da vasti settori dell’antropologia. Una parte del pensiero sociologico e di quello antropologico, sotto la duplice e irriducibile egida dello strutturalismo e della teoria dei sistemi, hanno così fornito un’immagine piuttosto rarefatta della comunicazione, assimilandola sovente a un vero e proprio ‘sistema circolatorio’ degli organismi sociali.

4.3. Comunicazione come relazione sociale.
Infine, una terza direzione di marcia si sviluppa anch’essa a partire dal rinnovamento della filosofia del primo Novecento che, sommersa dall’intrico dei saperi particolari, ha ridefinito la sua funzione di sapere universale in chiave di consapevolezza critica. Molti esiti, soprattutto con il neokantismo, sono sfociati nella proposta di una vera e propria filosofia della cultura, valorizzando i criteri di costruzione intersoggettiva dei significati e dei valori che sono una parte tra le più significative della comunicazione. Sotto questo profilo appaiono rilevanti quegli indirizzi che in vario modo hanno posto il dialogo come fondamento della spiritualità umana, da Martin Buber (Io e tu, 1923) a Guido Calogero (Filosofia del dialogo, 1962), da Hanna Arendt a Hans Georg Gadamer (Verità e metodo, 1960), a Jürgen Habermas (Teoria dell’agire comunicativo, 1981) e Karl Otto Apel (1992).
In quest’ampio bacino, tanto vasto quanto disorganico, possiamo far confluire – sotto l’insegna della comunicazione intesa come ‘relazione sociale’ piuttosto che ‘procedimento tecnico’ – altre prospettive, da quella tipicamente sociologica e psicologica dell’agire dotato di senso a quella della comunicazione come attività pragmatica della filosofia ermeneutica, dalla costruzione collettiva dei significati (sociologia, etnografia, etnometodologia) al metodo della filosofia analitica, all’etica della comunicazione, ponendo l’accento dunque – anche se in modo assai variegato – sulle caratteristiche di elemento fondativo della socialità possedute dall’attività comunicativa. Un contesto di studio tipico, e insieme un riferimento logico unificante, è l’ambito della conversazione reale, che esibisce una pratica dialogica in cui, essendo gli interlocutori impegnati in senso attivo, il significato non si genera dall’enunciazione linguistica dell’emittente, ma dalla sistematica cooperazione interpretativa: dall’interazione tra emittente e ricevente. In questa relazione ermeneutica ha luogo un’interpretazione continua, che cerca il senso non dentro il segnale (per ricostruire l’intenzione dell’emittente), bensì nella rete contestuale ed extratestuale che viene attivata intorno allo scambio comunicativo.

5. Conclusione

Dentro questo vastissimo arco di attività e di interessi scientifici, nel quale effettivamente l’azione sociale comunicativa è stata analizzata come un oggetto in oscillazione tra i due estremi del processo a senso unico (‘trasmissione’) e del processo reciproco (‘attività’), si trovano opzioni tendenzialmente omnicomprensive (come nel paradigma ‘informazionale’, imperniato sul processo di diffusione delle informazioni e sulla trasmissione di significati) e opzioni molto selettive (come nel paradigma ‘relazionale’, incardinato invece sulla metafora del legame e che considera pienamente comunicativo soltanto quel processo in cui si ottenga un’unità sociale a partire da individui singoli). Su un piano più generale, va comunque segnalata – pur nella permanente disparità fra accento tecnologico e ‘fattore umano’, tra massa e individuo – l’affermazione, sulla scorta di orientamenti sorti negli anni Cinquanta, di paradigmi plastici e complessi, di tipo ‘ecologico’, ben rappresentati da approcci largamente interdisciplinari, come la psicologia cognitivista, l’interazionismo simbolico, l’etnometodologia e la linguistica testuale, sostenuti dall’enorme interesse per il linguaggio (soprattutto per il linguaggio comune) e per le connessioni micro dell’azione umana e sociale. Il fattore epistemologico che sembra meglio caratterizzarle è quella ‘trasportabilità’ che rende sempre meno distinguibili i confini disciplinari e che ha permesso a Gregory Bateson di coltivare l’interesse per la comunicazione passando attraverso prospettive antropologiche, cibernetiche e psicologiche, a Roman Jakobson di adottare nella linguistica il modello comunicativo inventato per le trasmissioni elettromagnetiche, a John Roger Searle di confermare che le parole non dicono ma fanno le cose. (Effetti dei media; Teorie sociali della comunicazione)

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Note

Come citare questa voce
Fatelli Gianni , Morcellini Mario , Scienze della comunicazione, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (20/10/2019).
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