Semiotica

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Ferdinand de Saussure (Ginevra, 1857 – Vufflens-le-Château, 1913)

1. Definizione

La s. (o semiologia) è la scienza che studia: 1) i segni intesi come ciò di cui l’uomo, in virtù della loro strutturale capacità di rinviare a uno o più significati, si serve per comunicare con i suoi simili; 2) il testo inteso come lo spazio metodologico in cui, in virtù del ricorso a codici e strategie comunicative precisi, avviene uno scambio simbolico tra un progetto di comunicazione (enunciatore) e un programma d’uso (enunciatario); 3) l’interazione tra un testo e il suo ricettore entro un determinato contesto comunicativo.
In questa definizione sintetica della s. – una delle molte che è possibile fornirne – si distinguono all’opera tre livelli di analisi e di discorso: 1) un livello strutturale, che si propone di studiare i diversi sistemi segnici, la loro forma e tipologia, i codici in essi operanti; 2) un livello funzionale, che riflette sui processi di significazione e comunicazione, cioè sui mezzi mediante i quali i segni vengono socialmente prodotti e scambiati;
Charles Sanders Peirce (Cambridge, MA, 1839 – Milford, PA 1914)
3) un livello operazionale, che accostandosi alla s. come a una scienza dell’interpretazione, assume a proprio oggetto di studio metodi e strategie attraverso i quali è possibile analizzare i sistemi di segni (Analisi).
In questa voce i tre livelli di analisi saranno tutti presenti, anche se essa si collocherà più dal punto di vista metateorico di una riflessione sullo statuto di scienza della s., che non da quello descrittivo di una presentazione del contenuto della teoria: si è preferito riservare questo secondo punto di vista ai singoli lemmi appartenenti al campo semiotico di cui si fornirà in conclusione una mappa di navigazione.

2. Le matrici teoriche

Se si distingue la s. come scienza umana epistemologicamente consapevole dallo studio dei segni (soprattutto linguistici), è facile indicarne la genesi nel contesto del Novecento.
Infatti, se è vero che la Stoà antica (sec. III a.C.) aveva con precisione già individuato il carattere del segno di essere una struttura di cooperazione a tre soggetti (Eco) e che Locke nel suo Saggio sull’intelletto umano definisce s. la parte della sua filosofia che si occupa del linguaggio, non si può tuttavia riconoscere a questi, come ad altri approcci, quell’impostazione formale e sistemica che di solito si riconosce a una scienza.
Se allora cerchiamo le matrici teoriche della s. in senso proprio, intesa come scienza, dovremo fare riferimento a tre ambiti di ricerca abbastanza recenti, in particolare: la linguistica strutturale, la teoria del significato e la filosofia del linguaggio.

2.1. La linguistica strutturale: F. de Saussure.
L’esigenza di una analisi di struttura del fenomeno-lingua attraversa tutta la classicità, dai libri Veda fino alla grecità. Tuttavia, la nascita della linguistica strutturale va collocata all’inizio del Novecento quando il linguista ginevrino Ferdinand de Saussure fornisce a essa un metodo proprio contrapponendola all’approccio (Humboldt) fino a quel momento in uso.
Prescindendo dai diversi aspetti della teoria saussuriana (la distinzione tra lingua e linguaggio e tra lingua e discorso, le leggi di associazione e di contiguità) e dagli sviluppi dello strutturalismo linguistico (nel comportamentismo linguistico di Bloomfield e nel paradigma generativo di Chomsky) ci limitiamo a indicarne il tratto decisamente pre-semiotico e cioè la sua idea della struttura bipartita del segno linguistico.
Il segno, per Saussure, esprime idee secondo il modello esposto nello schema a fianco.
Il significante è l’immagine acustica espressa nel suono (fonema) o nel segno grafico (grafema); il significato è una rappresentazione semantica (idea) veicolata dal segno; il referente dovrebbe essere l’oggetto concreto di cui il segno parla. L’uso del condizionale, in quest’ultimo caso, sottolinea il fatto che Saussure non tematizzò di fatto il ruolo del referente (ecco perché nello schema la parola è riprodotta tra parentesi e collegata al significante da un tratteggio): in quanto linguista era soprattutto il nesso significante/significato a interessarlo.

2.2. La teoria del significato di C. S. Peirce.
La struttura triangolare del segno viene chiaramente individuata anche dal filosofo americano Charles Sanders Peirce, che usa espressamente il termine s. per indicare la sua teoria del significato.
La definizione che Peirce dà del segno è quella di "qualcosa che sta al posto di un oggetto, in riferimento a un’idea e in vista di un’altra idea cui dà origine in chi lo riceve". I tre soggetti in questione vengono indicati da Peirce rispettivamente come segno, oggetto e interpretante. Il loro rapporto è visualizzabile nello schema a fianco.
L’oggetto di cui parla Peirce non è il referente, ma, come suggerisce Eco, un’istruzione semantica che descrive una classe di esperienze possibili: questo significa che noi non possiamo mai riandare agli oggetti in carne e ossa, ma solo ai significati di essi codificati all’interno di una determinata cultura.
Il ground è l’idea cui il segno si riferisce, cioè quello che può venire compreso e trasmesso di un oggetto dato sotto un certo profilo (fra i tratti caratteristici dell’oggetto il segno ne seleziona alcuni e non altri).
Infine, l’interpretante non è il significato di Saussure, ma la trascrizione del segno di partenza in un altro segno.
L’idea dell’interpretante (cioè di quel ‘qualcosa’ al posto di cui il segno sta) costituisce l’elemento distintivo del modello semiotico peirciano rispetto a quello di de Saussure, tanto che Eco, nel suo Trattato di semiotica generale, sostiene che dall’assunzione di uno o dell’altro di questi due modelli dipende il tipo di teoria semiotica che si andrà a sviluppare.
In particolare due sembrano le implicazioni più interessanti del concetto.
Anzitutto, l’interpretante non costituisce l’orizzonte ultimo di decisione del significato di un segno, ma solo la conclusione parziale di un’argomentazione che trova nel segno di partenza la sua premessa, ma che a sua volta si può considerare la premessa di una nuova argomentazione. Se l’interpretante di un segno è un altro segno, non sarà mai possibile raggiungere un significato definitivo e si configurerà piuttosto una prospettiva di semiosi illimitata in cui il rimando da segno a segno è un processo senza termine.
Inoltre, se l’interpretante, sulla base delle premesse poste da Peirce, si può intendere come tutto ciò che è semanticamente implicato da un segno, allora si può ritenere che il significato di un termine contenga virtualmente tutti i suoi possibili sviluppi. Dipenderà dall’enciclopedia di riferimento del lettore determinare quali di essi attualizzare.

2.3. La filosofia del linguaggio.
La filosofia del linguaggio contemporanea fornisce un terzo elementoimportante in funzione della genesi di una teoria semiotica e cioè l’attenzione per l’aspetto pragmatico del linguaggio. Il riferimento, in questo caso, è ad autori come Grice o Searle e, soprattutto, Austin dal cui pensiero in qualche modo la loro riflessione dipende.
Per il neopositivismo logico sono dotati di senso solo gli enunciati che rispondono al criterio di verità/falsità: tutte le proposizioni che non possono essere giudicate né vere né false sono, in questo modo, prive di senso.
Austin rileva al fondo di questa drastica posizione un pregiudizio che egli definisce "fallacia descrittiva", l’idea, cioè, che solo enunciati capaci di dire come stanno le cose (constativi), vengano riconosciuti del diritto di cittadinanza nell’ambito del linguaggio. Questo pregiudizio dipende, evidentemente, in parte dalla logica protocollare di M. Schlick, in parte dalla teoria dell’atomismo logico così come viene formulata da Russell e dal primo Wittgenstein: i protocolli sono proposizioni osservative e di proposizioni osservative deve essere costituito un linguaggio che si proponga di essere verificabile; di proposizioni osservative, peraltro, non può che consistere un linguaggio dotato di senso dal momento che esso si può facilmente pensare come l’immagine logica del mondo (atomismo logico).
Il limite di questa idea del linguaggio, secondo Austin, sta nel pretendere, per dirla con il Wittgenstein delle Ricerche filosofiche, che questo uso del linguaggio (descrivere stati di cose) esaurisca tutti gli usi possibili del linguaggio.
La dimostrazione che possano esistere altri usi del linguaggio che, pur non descrivendo nulla, danno luogo a proposizioni perfettamente sensate, si può trovare in una categoria di enunciati la cui stessa enunciazione consiste nel fare ciò che l’enunciato prescrive. Si tratta di enunciati del tipo: "Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo", "Io vi dichiaro marito e moglie", "Io ti condanno a tre anni di reclusione", ecc.
Austin chiama questi enunciati performativi (dall’inglese to perform, rappresentare, mettere in scena): si tratta di particolari atti linguistici la cui funzione non è tanto quella di garantire al destinatario un’informazione, quanto piuttosto di porre in essere un’azione che provochi nel destinatario stesso una risposta. Il performativo, in sostanza, è un’azione di parole né vera né falsa, ma efficace o inefficace.
Austin tornerà in seguito su questa sua fondamentale intuizione ricomprendendola in una compiuta teoria degli atti linguistici (Atto linguistico): in essa riconoscerà che la dimensione performativa non è caratteristica solo di alcuni generi di enunciato ma, tendenzialmente, di ogni proposizione.

2.4. Strutturalismo, testualismo, pragmatica.
Senza voler semplificare eccessivamente o cadere in facili riduzionismi causali, è possibile rintracciare in ciascuna delle prospettive che abbiamo brevemente illustrato il presupposto dei tre principali paradigmi che hanno scandito l’evoluzione teorica della s. negli ultimi quarant’anni.
Il modello saussuriano ha improntato di sé la fase nascente della ricerca semiotica alla fine degli anni Cinquanta favorendo, grazie al lavoro di autori come R. Barthes e C. Metz, l’esportazione dello strutturalismo dallo studio della lingua a quello dei linguaggi audiovisivi.
Le idee di semiosi illimitata e di enciclopedia testuale stanno, invece, alla base delle teorie testualiste che, come si vedrà più avanti, subentrano alla fine degli anni Settanta al paradigma strutturale di impostazione saussuriana.
Infine, la ricomprensione del linguaggio come spazio non solo di un dire ma di un fare e la riconcettualizzazione del testo come atto del dire oltre che come luogo di un detto porteranno alla integrazione del modello testuale dentro la prospettiva pragmatica.

3. Quadro storico-evolutivo

Nel 1968, Eco nel suo libro La struttura assente si poneva il problema di discernere ambiti di presenza e possibilità teoriche di una disciplina tutto sommato ancora allo stato nascente e caratterizzata da grande vitalità e scarsa predisposizione alla catalogazione esatta e definitiva. Oggi la situazione è sicuramente diversa. Anzitutto perché l’orizzonte semiotico ha raggiunto una identità metodologica stabile, accreditandosi come scienza nei confronti delle altre scienze umane e sociali; in secondo luogo perché la distanza storica consente ora di leggere nel succedersi delle teorie alcune regolarità che nel 1968 era sicuramente ancora difficile riconoscere.
Proprio questo secondo tipo di attenzione si intende sviluppare in questo paragrafo ricostruendo una breve storia della s. contemporanea. Nel farlo si assumeranno le tre istanze fatte emergere sopra – strutturale, testuale, pragmatica – come criteri di orientamento nella sistemazione teorica.

3.1. Semiotiche di prima generazione: l’approccio strutturalista.
La domanda fondamentale da cui le s. di prima generazione muovono, alla metà degli anni Cinquanta, è relativa alle modalità attraverso cui è possibile scomporre un determinato sistema di segni nei suoi elementi costitutivi. L’attenzione della teoria, cioè, è completamente assorbita dalla necessità di individuare l’architettura interna dei fenomeni segnici rintracciando gli elementi ultimi di essi costitutivi.
Si tratta, come è facile intuire, di un modo di impostare i problemi tipico dello strutturalismo. Levi-Strauss aveva accostato nella stessa maniera lo studio dell’antropologia, Jakobson quello della linguistica: sia nel caso dei legami sociali, che in quello della struttura del discorso o dell’organizzazione interna del testo (si tratti di un film, di un edificio o di un’opera d’arte) il problema in gioco è sempre quello di introdurre un ordine esplicativo (struttura) in una classe di fenomeni apparentemente slegati e privi di reciproche implicazioni.
Questa prescrizione di metodo si traduce in questi anni nella metodologia dell’analisi strutturale (Analisi del film; Analisi del testo) dei fenomeni culturali, tra cui vengono accolti per la prima volta, oltre ai testi letterari, anche i prodotti della cultura popolare: da uno spogliarello, a un incontro di wrestling, a una bistecca con le patatine (celebre, a questo proposito, l’analisi di Roland Barthes in Mithologies).
Accomunano i diversi approcci riconducibili a questa prima generazione di s. una determinata idea di lettore e di messaggio.
Il lettore viene pensato come un decodificatore, cioè come un soggetto che in virtù delle sue competenze può risalire a ritroso il percorso che ha condotto l’autore a mettere in forma il suo messaggio mediante il ricorso ai diversi codici. Quest’idea comporta la convinzione che il processo comunicativo sia un fenomeno lineare e reversibile: se emittente e ricevente condividono gli stessi codici e se il processo di codifica/decodifica si svolge correttamente, il ricevente dovrebbe essere in grado di ricostruire le intenzioni esatte dell’emittente.
Ne consegue che il messaggio venga concepito come un’opera (Barthes), cioè come qualcosa che si racchiude su un significato e rinvia esplicitamente all’intenzionalità che l’ha prodotto.
Proprio questi tratti (forte iscrizione di autorialità, chiusura del significato) hanno favorito l’appropriazione del modello strutturalista da parte del mondo cattolico (Taddei) che ha riconosciuto in questi temi una possibile rilettura della gnoseologia tomista, in particolare la fiducia nella conoscibilità della verità.

3.2. Semiotiche di seconda generazione: l’approccio testualista.
Le teorie strutturaliste avevano indubbiamente avuto il merito di allargare l’orizzonte degli studi semiotici oltre lo spazio dei linguaggi verbali, fino a comprendere tutti gli altri tipi di linguaggio, da quello del cinema e dell’audiovisivo, a quello dell’arte nelle sue diverse forme.
Tuttavia avevano anche evidenziato dei gravi problemi teorici.
Anzitutto, il concetto di struttura non era dinamico, consentiva cioè di spiegare come fosse costruito un messaggio, ma non di comprendere il suo funzionamento.
Oltre a ciò, il moltiplicarsi delle analisi (soprattutto in ambito cinematografico) aveva posto i teorici di fronte a interpretazioni molto diverse della stessa opera. Questo comportava sia la ridefinizione del ruolo del lettore (ben più creativo e intelligente di quello di un semplice decodificatore) sia la riconcettualizzazione del significato del messaggio: iniziava, in sostanza, a farsi largo l’idea che ritenere il significato di un’opera ciò che l’autore aveva inteso esprimere con essa, fosse limitante e impoverente per l’opera stessa.
Questi limiti risultavano tanto più evidenti in rapporto al vero e proprio cambiamento di paradigma in atto nel campo delle scienze del testo. Il decostruzionismo, l’ermeneutica e le teorie del lettore implicito (Cooperazione testuale) stavano, infatti, ridefinendo l’idea stessa della lettura nei termini di una attività creativa (leggere è riscrivere, come osserva Derrida), che esige sempre un processo interpretativo determinato dalle precomprensioni dell’interprete e dal contesto entro il quale egli si trova inserito.
Tutto ciò conduce in ambito semiotico al superamento dello strutturalismo. Gli indicatori di questo superamento sono il ripensamento del messaggio nei termini di un testo il cui significato non si richiude più sull’intenzionalità autoriale ma rimane aperto a molteplici percorsi interpretativi e la ridefinizione del ruolo del lettore nel senso di un interlocutore del testo stesso. L’idea-guida, in questo caso, è che tra l’autore e il lettore intervenga un vero e proprio contratto, un patto enunciativo (Casetti).
Se il luogo di questo contratto è l’universo del racconto, si avranno approcci generativi che studiano i passaggi attraverso i quali il testo si costruisce, come avviene nella narratologia di Greimas, Genette o Bremond; se, invece, il racconto viene pensato come oggetto dello scambio e dell’interazione tra autore e lettore, si avranno approcci interpretativi come quelli forniti da Eco nella sua ipotesi della cooperazione testuale o da Bettetini col modello della conversazione audiovisiva.

3.3. Semiotiche di terza generazione: l’approccio pragmatico.
Con la metà degli anni Ottanta, in perfetta coerenza di sviluppo con la riflessione testualista, la scena semiotica cambia ancora: se quella ipotizzava il ruolo del lettore come quello di un interlocutore il cui profilo è prefigurato dal testo entro i suoi stessi margini (Casetti), ora il problema diviene quello di verificare come il testo interagisca con il suo Õ contesto ricettivo e con il lettore reale.
In questa fase la s. esce dall’ambito stretto del lavoro sul testo e si trasferisce sul piano sociale. Infatti, se è vero, come hanno fatto rilevare i critici della rivista Screen, che in ogni testo è possibile reperire il lavoro di posizionamento che il testo stesso svolge nei confronti dello spettatore, predisponendo per lui un determinato programma di ricezione, è anche vero che l’atto della lettura va pensato in termini più complessi della passiva accettazione di questo posizionamento. Come Stuart Hall ha evidenziato nel suo modello di encoding/decoding, il rapporto tra comunicazione testuale e interpretazione è dialettico: esso è il risultato di una complessa attività di negoziazione che interviene tra testo e lettore e che risente delle variabili sociali, politiche, economiche e culturali proprie del contesto in cui tale negoziazione avviene.
In virtù di questi sviluppi si può sicuramente affermare che anche la s., come le altre scienze umane e sociali, sia entrata nella sua fase pragmatica.

3.4. Complessità del campo semiotico.
Come sempre capita quando si ricorre a schematizzazioni tipologizzanti, l’articolazione in tre età mediante la quale abbiamo ricostruito la storia recente della s. non può essere assunta in termini assoluti. Le tre generazioni semiotiche, infatti, non si avvicendano escludendosi reciprocamente, ma piuttosto sopravvivono al loro superamento e coesistono con quelle successive. Sarà possibile così trovare oggi ancora operanti degli approcci di tipo strutturalista (sono molto diffusi nella scuola), accanto a prospettive di tipo testuale e a più aggiornati modelli pragmatici. Non solo. Certe acquisizioni metodologiche, ad esempio, dello strutturalismo – come la teoria dei codici – sono ancora valide anche in modelli di analisi sofisticati prodotti all’interno della terza generazione semiotica.
Tutto questo rende il campo semiotico attuale ampio e variegato. Inoltre, l’individuazione di domini di ricerca specifici e gli sviluppi della teoria hanno favorito la nascita, accanto al solco primario della s. generale, di numerose s. speciali: la s. della cultura (Geertz, Lotman), la s.della letteratura (Corti, Eco, Lodge, Segre), la s. del teatro (De Marinis, Elam, Kristeva, Kowzan), la s. dell’immagine (Barthes, Eco, Eugeni), la s. della musica (Stefani), la semiotica della radio (Radio.D. Teorie). Oltre a esse non bisogna dimenticare la s. del cinema e dell’audiovisivo che hanno costituito, per così dire, la culla in cui la stessa s. generale ha potuto nascere e svilupparsi.
Ciascuno di questi ambiti di ricerca ha sviluppato tematiche e linguaggi propri riconoscendosi, almeno in parte, nell’evoluzione paradigmatica cui abbiamo fatto cenno. Circa seicento riviste specializzate che si occupano di s. nel mondo forniscono alla disciplina un adeguato spazio di elaborazione teorica: si è molto lontani, come è facile constatare, dai titubanti inizi di cui Eco era testimone alla fine degli anni Sessanta.

4. Competenze specifiche e interferenze disciplinari

Oltre a scandirsi in momenti storici e percorsi di ricerca differenti, la s. pare sovrapporre spesso la propria mappa cognitiva a quella di altri campi epistemici che si occupano anch’essi dell’interpretazione dei testi. Tra questi meritano una particolare attenzione l’ermeneutica e la critica letteraria.

4.1. S. ed ermeneutica.
L’ermeneutica nasce nellOttocento come metodologia analitica di determinati ambiti di sapere, in particolare il diritto e la teologia biblica. Le ragioni di questo fatto vanno cercate nell’importanza che la corretta interpretazione del testo e la sua applicazione rivestono in tali ambiti.
I concetti di interpretazione e applicazione, in ambito ermeneutico, sono tecnici: essi costituiscono i due momenti in cui si articola il processo di spiegazione del significato di un testo.
Dal punto di vista metodologico il lavoro ermeneutico sul testo consta di due interventi: la comprensione del significato delle parole (ars intelligendi) e la spiegazione del significato del testo (ars explicandi). Questo secondo momento è a sua volta scandito in due passaggi: l’interpretazione (interpretatio) e l’applicazione (applicatio) cioè, rispettivamente, la determinazione del significato del testo e la verifica del valore che esso può avere in riferimento alla situazione dell’interprete.
Proprio il problema dell’applicazione diviene cruciale in campo biblico e giuridico.
Nel primo caso non può essere sufficiente, al fedele o all’esegeta, il fatto di determinare con precisione il significato di una pericope, ad esempio, una parabola evangelica: occorrerà anche verificare cosa suggerisce quella parabola, qui e ora, a chi la sta meditando. Solo così la Bibbia può trasformarsi da fatto culturale (un insieme di libri di cui comprendere il significato) in parola viva dotata di una grande capacità di impatto esistenziale.
Anche per quanto riguarda il testo giuridico risulta subito chiara l’importanza dell’applicazione. Il dettato della legge, nella sua esposizione formale, ha bisogno di essere interrogato sempre a partire dal singolo caso, tenendo conto delle infinite variabili che volta a volta dovrà prendere in considerazione: la legge prevederà così delle eccezioni, potrà essere applicata diversamente in rapporto ai contesti. Questa è una delle ragioni per cui la giurisprudenza costituisce parte integrante del diritto.
Nel Novecento, all’ermeneutica intesa come metodologia di analisi di un testo (ermeneutica ristretta) si affianca l’ermeneutica come visione filosofica del mondo (ermeneutica generale). Preparata da Heidegger nelle pagine di Essere e tempo e poi sistematizzata da Gadamer in Verità e metodo, essa intende la realtà in termini linguistici (l’essere è parola, il mondo è un sistema di segni) e di conseguenza concepisce la natura stessa dell’uomo in termini ermeneutici: se tutto è segno, il rapporto dell’uomo con il tutto che lo circonda non potrà che essere di tipo interpretativo.
Ora, se ci si colloca dal punto di vista dei possibili rapporti della s. con l’ermeneutica, sarà facile intuire che essi vanno cercati più sul piano dell’ermeneutica ristretta che non di quella generale. In tal senso s. ed ermeneutica sono entrambe discipline umanistiche, in quanto si occupano dell’analisi, dell’interpretazione, della valutazione e della produzione di testi (Scholes, 1985).
La s. apporta tre novità a questo tipo di lavoro sui testi.
Anzitutto, integra l’approccio filologico che tradizionalmente si esercita sui testi classici della letteratura, comprendendo nell’analisi lo studio dei codici, dei generi e degli stili che essi contribuiscono a generare.
Oltre a questo, come già abbiamo fatto osservare, assume a proprio oggetto di studio anche i prodotti della cultura popolare, discriminati dalla cultura classica come low culture: la s. non si occupa solo di Finnegans Wake o della Divina Commedia, ma anche di spot pubblicitari e fumetti, manifesti e murales, telenovelas e stampa quotidiana.
Infine contribuisce a organizzare in un linguaggio formalizzato e in procedure rigorose i procedimenti intuitivi di cui spesso ci si serve per interpretare un testo: tali procedimenti, per quanto spesso conducano a brillanti risultati (soprattutto se l’intelligenza dell’interprete li sorregge), non consentono una sistemazione e quindi nemmeno si prestano a essere trasmessi e appresi.
Nonostante si dimostri convergente rispetto a quello della s. e riceva da essa preziosi contributi, l’orizzonte ermeneutico si dimostra comunque più ampio: il momento semiotico costituisce sicuramente una tappa importante del lavoro analitico sul testo, ma l’interpretazione, nella misura in cui richiede l’attivazione dell’intera enciclopedia di riferimento del lettore, porta in gioco competenze storiche, antropologiche, filosofiche tali da non poter essere ridotte alla specificità dell’approccio semiotico strettamente detto.

4.2. S. e critica letteraria.
La critica letteraria costituisce probabilmente l’antecedente più prossimo dello studio semiotico dei testi letterari dal punto di vista sia della riflessione teorica sia della prassi educativa.
Particolarmente diffusa in area anglosassone, come metodologia di approccio ai testi letterari, la critica individua subito nel rapporto tra significato dell’opera e interpretazione del lettore il suo problema fondamentale. In ordine alla soluzione che ne può essere data si distinguono tre scuole critiche principali: l’approccio law-and-order della scuola orientata sull’autore, centrato sull’idea di una superiorità dell’autore rispetto al lettore e sulla convinzione che il significato di un testo non sia altro che la realizzazione delle intenzioni dell’autore; il Reader-Oriented Criticism, scuola opposta alla precedente che, riconoscendo al lettore il diritto di ricavare da un testo qualsiasi significato, si traduce in una vera e propria anarchia della variazione interpretativa (Scholes); infine il cosiddetto New Criticism che cerca di mediare gli opposti estremismi (dominio dell’autore, anarchia della lettura) affermando il principio della ingegnosità della lettura, ma sempre entro i limiti costituiti dal testo di cui viene dichiarata l’autosufficienza ai fini dell’interpretazione.
Il dibattito interno alla critica letteraria ha evidenziato i limiti di ciascuna di queste posizioni (che peraltro si ripropongono nell’ambito del dibattito semiologico sul significato dei testi): la critica orientata all’autore implica un’impostazione autoritaria del problema della lettura inibendo gli slanci di creatività del lettore; la critica orientata al lettore, per parte sua, non fornisce criteri per distinguere una lettura originale da una erronea o dal totale fraintendimento del testo; il New Criticism, infine, rimettendo l’intera questione all’autosufficienza del testo, ignora completamente il peso dei contesti nella determinazione sia dell’atto della scrittura sia di quello della lettura.
In questa sede, tuttavia, non ci interessa seguire i pur interessanti sviluppi della critica letteraria novecentesca, quanto piuttosto produrre un confronto tra i due campi disciplinari. Il dato di fondo, a questo riguardo, è come osserva Scholes che mentre la critica letteraria si esercita sulle ‘opere’ letterarie, l’analisi semiotica si occupa dei ‘testi’, letterari e non (in tal senso, pare riproporsi qui la stessa differenza che abbiamo riscontrato tra le s. di prima e seconda generazione).
Un’opera è un oggetto completo e autosufficiente il cui significato è strettamente legato alle parole presenti sulla pagina e che prescinde da vincoli storici e proiezioni soggettive del lettore: si tratta di un’"opera chiusa" (Eco). Se lo stesso scritto viene ripensato come un ‘testo’, la prospettiva cambia radicalmente. Il testo, infatti, è sempre il risultato dell’interpretazione del lettore, risente dei contesti socioculturali cui esso e il lettore appartengono, si colloca al centro di una complessa rete di rimandi intertestuali con le altre produzioni della cultura.
La differenza, in sostanza, è nella focalizzazione della ricerca: la critica è lo studio delle opere del passato, la s. la scienza dei testi.

5. Conclusioni

La situazione attuale delle scienze semiotiche configura questo campo di ricerca come parte del più vasto campo di indagine costituito dalle scienze dell’interpretazione. Questo ha comportato, da una parte, il ridimensionamento delle pretese di assolutezza che la s. aveva a lungo coltivato tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, dall’altra ne ha prodotto l’apertura nei confronti del positivo concorso metodologico con le altre scienze che appunto attorno al problema interpretativo si organizzano. Così la s. incontra la ricerca storica nel momento in cui inserisce il testo nell’economia più generale di un sapere socializzato all’interno di cui si incontrano i concetti di intertestualità (Kristeva), dialogismo (Bachtin), policulturalità (Lotman), fino ad avanzare per il testo stesso l’idea che si possa considerare come il risultato di un montaggio di oggetti culturali diversi (Francastel). In maniera analoga si parla oggi sempre più di un orientamento socio-semiotico della ricerca sul testo, facendo riferimento con questo all’estendersi dell’attenzione della s. sia alle strategie produttive del testo (far sapere, far credere, far fare), sia alle strategie ricettive studiate dal punto di vista delle loro precondizioni generali (competenze spettacolari), particolari (competenze testuali e paratestuali) e materiali (condizioni reali del consumo).
Da tutto ciò si ricavano almeno due considerazioni conclusive.
In primo luogo, nessuna prospettiva disciplinare ‘pura’, nella sua singolarità e indipendenza, sembra oggi adeguata a una comprensione globale dei fenomeni testuali. Questo comporta di accogliere l’ipotesi di una complicità plurimetodologica tra i diversi approcci come adeguato orizzonte di partenza e corretto punto di vista teorico.
D’altra parte, occorre anche realizzare come la povertà del punto di vista esclusivo non si possa colmare soltanto attraverso una indefinita moltiplicazione dei tagli di approccio. Essa richiede, piuttosto, lo scavo in profondità della superficie testuale in una sorta di ‘carotaggio culturale’, che solo in un approccio fondativo alle questioni e nella vastità dei riferimenti culturali dell’analista può trovare un valido sostegno e un proficuo contributo.

6. Mappa dei lemmi semiotici

Come dichiarato in apertura, il taglio della presente voce è esplicitamente metateorico: essa fornisce informazioni funzionali a definire lo statuto di scienza della s., ma non entra nel merito della costruzione di una teoria semiotica. Non si tratta di un’omissione. Di fatto questo secondo compito è assolto da numerose voci distribuite lungo l’intero percorso del Dizionario. Quel che si intende proporre di seguito è una mappa di orientamento e raccordo tra di esse, funzionale a descrivere proprio quel quadro teorico che in questa voce non è possibile reperire.

6.1. Teoria del segno.
Un primo nucleo di voci si può organizzare attorno alla definizione del segno, di cui viene spiegata la natura ‘triangolare’, costruita sulla cooperazione di un significante, di un significato e di un referente.
In base al tipo di rapporto che il significante intrattiene con il suo referente, Peirce distingue tre fondamentali categorie di segni che chiama: icona; indice; simbolo (anche se quest’ultimo termine può essere inteso secondo un significato più ampio). Nel caso in cui un segno non intrattenga alcun rapporto con il suo referente si preferisce parlare di simulacro, un termine che riveste una fondamentale importanza nell’ambito delle nuove tecnologie della comunicazione, in particolare la computergrafica e la realtà virtuale.
Quello proposto dal filosofo americano non è l’unico criterio tipologico di classificazione dei segni. Occorre ricordarne almeno un altro, classico: quello che distingue tra segno naturale e convenzionale (Segno).
Se, poi, si passa dalla descrizione strutturale a quella funzionale, cioè se si presta attenzione al processo della produzione segnica (Semiosi), sarà facile individuare subito la duplice modalità attraverso la quale il segno si riferisce a qualche cosa (Semantica), ovvero la connotazione e la denotazione. Analogamente si potranno verificare i rapporti del segno con gli altri segni appartenenti allo stesso universo di discorso (Paradigma) o, più in generale, all’intero dominio del linguaggio (Sintagma).

6.2. Teoria dei codici.
Il concetto di codice riveste un ruolo importantissimo in funzione del passaggio dalla significazione alla comunicazione. Infatti ogni produzione intenzionale di un messaggio può essere concepita nei termini di un processo di codifica, come, dall’altra parte, ogni atto di lettura, pur con tutte le precisazioni del caso, deve sempre mettere in conto un’attività di decodificazione.
La teoria dei codici, cioè quella parte della s. che si è occupata di questo fondamentale concetto, ha nel tempo proceduto a fissare le principali categorie di codici operanti in una comunicazione: tra essi rivestono una particolare importanza i codici del movimento (Cinesici, codici), dello spazio (Deissi;Prossemica), i codici paralinguistici (Paralinguistici, codici) e metalinguistici (Metalinguaggio), i vari aspetti della comunicazione non verbale.
La fissazione di questi codici, delle loro regole d’uso e della loro capacità significante hanno condotto in campo cinematografico alla formazione di vere e proprie grammatiche filmiche (Grammatica), in campo teatrale alla sedimentazione di convenzioni spettacolari.

6.3. Teoria della comunicazione.
Passare dalla teoria del segno alla teoria della comunicazione significa inserire il segno all’interno di un processo che avviene in contesto.
Gli elementi base di questo processo (insieme alla funzione svolta da ciascuno di essi) sono individuati da Roman Jakobson all’interno del suo celebre schema, poi ripreso negli anni Quaranta da Shannon e Weaver, padri della teoria dell’informazione: un emittente, attingendo a una fonte dell’informazione, invia un messaggio a un ricettore (Ricezione), servendosi di un canale per veicolarlo e di particolari codici per organizzarlo (di codici si servirà anche il ricettore per interpretarlo). L’emittente, per garantirsi che il suo messaggio venga compreso, può ricorrere alla ridondanza.
La s. testualista si è appropriata di questo schema adattandolo alla comunicazione testuale. Così, più che di emittente si preferisce parlare di autore, intendendo con questo un’istanza enunciativa presente all’interno del testo dialogando con la quale il lettore può favorire la produzione del senso da parte del testo stesso (Conversazione audiovisiva; Cooperazione testuale).
Questo processo non riguarda il singolo testo nel suo rapporto con il lettore, ma prevede il coinvolgimeno di tutta una serie di variabili: lo spazio-tempo della produzione e del consumo (Circostanza enunciativa;Contesto) e i rapporti che il testo intrattiene con gli altri testi ( Intertesto; Paratesto).

6.4. Teoria del racconto.
All’interno della comunicazione testuale uno spazio importante nella produzione e nella riflessione teorica è sempre stato occupato dai temi e dai modi della narrazione, tanto da giustificare la nascita di una scienza interstiziale tra critica letteraria e semiotica della letteratura che proprio del racconto ha fatto il suo oggetto di indagine: la narratologia.
I due principali ambiti di interesse di questa disciplina sono sicuramente il personaggio e l’azione. Lo studio del personaggio tende a considerarlo dal punto di vista del suo ruolo di attante, cioè della funzione (di adiuvante o altro) che esso svolge all’interno della diegesi. Quanto all’azione, la ricerca ne ha volta a volta studiato gli aspetti di struttura (distinguendovi, ad esempio, la fabula dall’intreccio), le diverse tipologie di articolazione della vicenda (Plot), gli atteggiamenti assunti dal soggetto enunciatore nei confronti del detto (Commento).

6.5. Indicazioni di metodo.
Un inquadramento generale del ruolo e della posizione della s. nell’ambito delle scienze umane e sociali non può, infine, non tenere in considerazione (almeno) il contributo della antropologia culturale, della filosofia della comunicazione e della filosofia del linguaggio, della linguistica, della pragmatica.
Se poi dalla ricognizione teorica si intende passare alla prassi applicativa, occorre considerare che la s. confluisce quasi naturalmente nell’analisi (Analisi del film;Analisi del testo). Essa dovrà prevedere sempre la trascrizione del testo audiovisivo (considerando i relativi problemi di notazione) e portare in gioco la questione complessa, ma ineludibile, dell’interpretazione.

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Note

Come citare questa voce
Rivoltella Pier Cesare , Semiotica, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (20/10/2019).
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