Sociolinguistica

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Autore: Renzo Titone

1. S. e tipologia linguistica

La s. è lo studio dell’interazione fra linguaggio da una parte e struttura e funzionamento della società dall’altra. Il suo ambito si può allargare tuttavia fino a comprendere lo studio della tipologia delle lingue nel mondo, il plurilinguismo e le varietà diasistemiche, ossia interne a un sistema linguistico particolare.

1.1. Le lingue del mondo.
Sono stati raccolti oltre 22.000 nomi di lingue, dialetti e tribù, che sono oggetto di identificazione e classificazione linguistica. La linguistica comparativa è il ramo degli studi linguistici che, partendo da una visione storica, ha tentato la classificazione delle lingue del mondo in famiglie.
La difficoltà nel calcolo del numero delle lingueoggi esistenti proviene anche dal fatto che ancora oggi si continuano a scoprire nuovi popoli, e di conseguenza nuove lingue, nelle regioni inesplorate del mondo. Insieme, non è sempre certo che una lingua sia ancora viva o già morta; e, inoltre, che si possa parlare propriamente di lingua o semplicemente di dialetto.

1.2. Le famiglie di lingue.
I tipi di classificazione linguistica sono vari: la classificazione genetica, la classificazione tipologica, ecc. La più studiata è la famiglia indoeuropea, che include le lingue che inizialmente si diffusero attraverso l’Europa e molte regioni dell’Asia meridionale. Si ritiene che la lingua madre, generalmente nota come ‘protoindoeuropeo’, sia stata parlata prima del 3000 a.C. e si sia suddivisa in parecchie lingue, consolidatesi tra il 2000 e il 1000 a.C. Le varietà indoeuropee sono 55, riclassificate in celtico, germanico, italico, albanese, greco, baltico, slavo, armeno, iranico, indoario, ecc. come sotto-famiglie.

2. Plurilinguismo e società

2.1. La barriera linguistica.
Le differenze tra le varie lingue esistenti pongono gravi ostacoli alla comunicazione. Le proposte per superare tale barriera sono state principalmente di:
– aumentare il numero e la disponibilità dei servizi di traduzione e interpretariato;
– sviluppare una lingua ausiliaria che tutti siano in grado di capire e di utilizzare (ad es., l’esperanto);
– dare impulso a una lingua preesistente, trasformandola in una lingua internazionale, che tutti siano in grado di capire e di utilizzare (ad es., l’inglese);
– aumentare le motivazioni e le opportunità di apprendere lingue straniere.
Nessuna di queste proposte ha ottenuto finora pieno successo, anche se tutte sono state tentate, anche simultaneamente, soprattutto oggi in Europa, in vista di una unificazione del Continente.


2.2. Le lingue internazionali.
La storia annovera la fortuna del latino, come lingua di comunicazione internazionale (in determinati ambiti di studio era utilizzato fino a qualche decennio fa). Oggi è l’inglese il principale candidato alla posizione di lingua franca internazionale. Tuttavia, per ironia della sorte, il principale pericolo per lo sviluppo di una lingua internazionale sta nella lingua stessa. Il fatto che individui di Paesi, lingue e culture diverse parlino la stessa lingua, porta inevitabilmente a determinare nuove varietà parlate, usate dalla gente del posto come segno della propria identità; e col tempo queste varietà possono diventare reciprocamente inintelligibili.

2.3. Il plurilinguismo.
Il plurilinguismo non è un caso eccezionale, bensì la condizione di milioni di persone oggi nel mondo. Meno di un quarto delle nazioni del mondo riconosce ufficialmente due lingue, e solo sei ne riconoscono tre o più di tre.
Ma questo è dovuto alle politiche restrittive dei governi. Di fatto, un Paese esclusivamente monolingue non esiste.
Il bilinguismo come fenomeno sociale e psicologico è sempre più studiato in tutte le sue componenti, nei suoi aspetti più caratteristici, e come obiettivo della educazione di base. La letteratura in proposito è vastissima ed esistono in alcuni Paesi, come il Canada, centri di ricerca e di informazione bibliografica di altissimo livello.

2.4. La pianificazione linguistica.
La pianificazione linguistica concerne l’impegno e le modalità da seguire dalla forze politiche riguardo al modo in cui la lingua e le varietà linguistiche presenti in un Paese devono essere usate. In pratica, si consiglia un programma di questo genere:
– selezione del modello standard (una lingua parlata o una varietà di lingua);
– codificazione della lingua scelta, attraverso una standardizzazione della sua grammatica, del lessico e della scrittura;
– modernizzazione, specialmente del lessico, così da far fronte alle esigenze di nuove conoscenze e del progresso sociale, oltre che degli scambi internazionali;
– attuazione mediante l’applicazione del modello selezionato e la sua adozione negli atti ufficiali, nei mass media e nelle scuole.
Ma, insieme, si insiste che venga attuata una politica plurilingue di educazione scolastica, oltre che di comportamento sociale e di realizzazioni culturali.
A questo punto, si impone una modernizzazione dell’insegnamento delle lingue straniere, soprattutto attuando programmi adeguati di formazione degli insegnanti. Le teorie e le metodologie glottodidattiche sono ricche di suggestioni.


3. Varietà intralinguistiche

3.1. I dialetti.
I dialetti possono rappresentare uno stadio anteriore nell’evoluzione storica delle lingua locale o nazionale.
Il loro valore è quindi legato alla eredità storica, culturale, folcloristica di una comunità di parlanti. La tendenza attuale è quella di ricuperarne l’esistenza e l’uso, collegando il codice con i contenuti storici della vita di una comunità. Anche i dialetti sono ‘lingue’!

3.2. Le microlingue.
Mentre i dialetti portano una connotazione soprattutto geografica e storico-culturale, le microlingue costituiscono lo strumento di comunicazione all’interno di gruppi sociali ben connotati; i gerghi, i linguaggi dei giovani, le lingue della malavita, ma anche le lingue speciali delle professioni (dei giornalisti, dei medici, degli informatici, dei commercianti, dei tecnici, ecc.). Questi linguaggi specialistici si imparano a scuola e/o nei testi specifici del campo.

3.3. La diglossia.
Essa consiste nell’uso da parte del medesimo parlante di due codici, di cui uno è rappresentato come ‘inferiore’ (low language), l’altro come ‘superiore’ (high language): il primo è generalmente il dialetto o una lingua di uso ristretto socialmente e/o geograficamente (come nel caso degli immigrati); il secondo, la lingua di uso nazionale o internazionale, propria dei documenti ufficiali o delle attività pubbliche, nonché della scuola, del commercio, della legge, della scienza.
Non solo la diglossia è uno stato linguistico e culturale possibile, ma è auspicabile ove si tratti di valorizzare e conservare le lingue etniche o di origine di una particolare popolazione (heritage languages). Va aggiunto – come è stato dimostrato dalla ricerca psicopedagogica più recente – che questa forma di bilinguismo è egualmente formativa dal punto di vista educativo, come il bilinguismo che accomuna due lingue di grande portata sociale. (Scienze del linguaggio verbale)

Bibliografia

  • BERRUTO Gaetano, La variabilità sociale del linguaggio, Loescher, Torino 1980.
  • CARDONA Giorgio R., Introduzione alla sociolinguistica, Loescher, Torino 1987.
  • TITONE Renzo, Bilinguismo precoce ed educazione bilingue, Armando, Roma 1993.
  • TITONE Renzo, Come parlano gli adolescenti, Armando, Roma 1995.
  • WARDHAUGH Ronald, Introduction to sociolinguistics, Blackwell Publishers, Oxford 1997.

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Note

Come citare questa voce
Titone Renzo , Sociolinguistica, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (24/08/2019).
CC-BY-NC-SA Il testo è disponibile secondo la licenza CC-BY-NC-SA
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