Storia della comunicazione

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Alfabeto greco dipinto su una coppa di epoca attica. Museo Archeologico Nazionale di Atene
Gli uomini che popolavano il nostro pianeta 100.000 anni fa comunicavano attraverso gesti che gradualmente hanno ceduto il posto alla lingua parlata. Man mano che la società diventava più complessa, la memoria collettiva del gruppo non bastava più per tramandare oralmente tutte le cose importanti. Era necessario avere una memoria al di fuori dell’oralità. "In questo modo la crescita della ‘comunicazione’ portò alle ‘comunicazioni’, allo sviluppo dei media per conservare e riutilizzare il crescente volume di informazioni" (Crowley - Heyer, 1995).

1. I media delle prime civiltà

Il periodo preistorico (da 50.000 a 10.000 anni a.C.) ci ha lasciato numerose testimonianze di comunicazione. I primi archeologi consideravano gli utensili di osso, le sculture e i dipinti rupestri di questo periodo come artefatti legati a rituali magici. Successivamente, però, si è compreso che essi rappresentavano anche il tentativo sistematico degli uomini preistorici di usare certi simboli per registrare le informazioni sull’ambiente naturale in cui vivevano. Erano, insomma, dei veri e propri media, prime testimonianze della scrittura.
Nel periodo compreso tra i 12.000 e i 4000 anni a.C. fioriscono la civiltà dei Sumeri e degli Egiziani. Molti studiosi affermano che fu proprio con l’origine di queste civiltà che nacque la scrittura. Le loro idee su questo periodo sono basate non tanto su nuove scoperte archeologiche, quanto su una interpretazione delle scoperte già fatte secondo la prospettiva della comunicazione.
È stato ampiamente dimostrato che prima della comparsa della scrittura, le società del passato prendevano nota degli scambi commerciali e dello sviluppo economico su mattoni di terracotta delle dimensioni di tre centimetri circa. Molti di questi mattoni somigliano a degli ‘ideogrammi’, ovvero a dei segni convenzionalizzati che non hanno alcun legame iconico con ciò che rappresentano. Il primo sistema di scrittura fu elaborato in Mesopotamia attorno al 3500 a.C. ed era basato appunto sugli ideogrammi. Questi primi artefatti si possono considerare come forme di scrittura tridimensionale astratta che, a causa di certi mutamenti sociali ed economici, si sono evolute in un più efficiente sistema di scrittura bidimensionale. Va aggiunto, inoltre, che l’invenzione della scrittura è insieme la causa di nuove grandi civiltà e l’effetto di antiche.
Quando si parla della s.d.c., non si può non citare il lavoro dello storico Harold Innis (1894-1952). La sua s.d.c. ruota attorno ad alcuni concetti chiave. I più importanti sono legati allo spazio e al tempo. Le civiltà più antiche – sostiene Innis – hanno un orientamento culturale che è di tipo spaziale o temporale. A seconda della natura del medium dominante usato da una civiltà, l’orientamento culturale di quella civiltà cambia. Per esempio, la ‘pietra’ nell’antico Egitto era un medium durevole ‘legato al tempo’ che ha favorito la creazione di un governo assoluto di diritto divino altamente centralizzato. Per questo la scrittura geroglifica degli Egiziani ha prodotto accurati calendari attorno ai quali si organizzava tutto il sistema agricolo. Con l’arrivo del ‘papiro’, medium più leggero ‘legato allo spazio’, si rese possibile l’amministrazione a distanza, e ciò cambiò l’orientamento culturale della civiltà egizia. I sacerdoti estesero il loro potere anche perché i faraoni avevano bisogno del loro aiuto per creare una burocrazia amministrativa capace di usare i nuovi mezzi di comunicazione per governare un impero in continua espansione. Marshall McLuhan ha sviluppato la sua nozione di media freddi e caldi proprio a partire dagli studi di Innis.
La scrittura è considerata un elemento fondamentale di tutte le grandi civiltà, a eccezione di quella degli Incas del Perù, i quali non la conoscevano. Essi avevano un altro medium per conservare le informazioni. Si tratta del quipu, una serie di corde di diversa lunghezza, spessore e colore intrecciate tra di loro. Gli Incas usavano il quipu per conservare le informazioni sulla produzione di cereali, sulle tasse, sul censo e su molte altre cose. Essendo un medium leggero e facilmente trasportabile, il quipu era ideale per amministrare a distanza un impero vasto come quello inca. La nozione di Innis sui media legati alla spazio è risultata molto importante per capire la civiltà degli Incas, anche se Innis nei suoi scritti non vi fa riferimento alcuno. Le altre antiche civiltà dell’America, i Maya e gli Aztechi, conoscevano la scrittura.

2. La tradizione della scrittura nel mondo occidentale

Come abbiamo già detto, l’avvento dei primi sistemi di scrittura provocò una grande rivoluzione nella comunicazione. I primi scritti, usati solo a scopo economico o politico, permisero la registrazione e conservazione di vaste quantità di informazioni. I segni impiegati rappresentavano idee, oggetti, azioni, non suoni. Soltanto più tardi, in luoghi come l’antico Egitto e Babilonia, la scrittura sviluppò una dimensione acustica: il geroglifico o il carattere cuneiforme presero allora a indicare non tanto l’oggetto rappresentato, quanto il suono emesso nel pronunciare il nome dell’oggetto. Attorno alla fine del 1500 a.C. si sviluppò l’alfabeto fenicio, composto da 22 caratteri, ciascuno dei quali rappresentava una consonante legata a diverse sillabe possibili. La giusta sillaba doveva essere dedotta dal contesto delle lettere adiacenti e il processo di lettura era di conseguenza lento. Era però un alfabeto piuttosto economico che si avvicinava molto alla lingua parlata. Quando i Fenici (popolo di marinai) entrarono in contatto con i Greci dell’Asia Minore, furono aggiunte all’alfabeto le vocali. Questo nuovo modo di scrittura e di lettura, che costituiva una buona approssimazione della lingua parlata, divenne presto l’antenato di tutti i successivi sistemi di scrittura dell’Occidente.

3. Le conseguenze dell’alfabetizzazione in Occidente

Con lo sviluppo dell’alfabeto greco si aprirono grandi orizzonti. Su di esso si è fondata, infatti, buona parte del pensiero e della cultura occidentali. Alcuni antropologi hanno messo a confronto le società orali (prive di qualsiasi tipo di scrittura) con società ‘protoletterarie’ quali l’Egitto e Babilonia. Essi sostengono che la scrittura e la lettura alfabetica sono state fondamentali per la nascita della democrazia politica della Grecia. Già nel sec. V a.C. la maggior parte dei cittadini liberi della Grecia sapeva leggere i testi delle leggi e partecipava attivamente alle elezioni e alla legiferazione. Questi studiosi affermano, inoltre, che a differenza della trasmissione omeostatica della tradizione culturale, tipica delle società non alfabetizzate, le società alfabetizzate lasciano più ampio spazio di azione ai propri membri. Anche se hanno in genere una tradizione culturale meno omogenea, tuttavia esse danno più libertà all’individuo, specialmente all’intellettuale.
Eric Havelock (1982), esperto di cultura e comunicazione nell’Antica Grecia, sostiene che la nuova alfabetizzazione greca sfidò "l’alfabetizzazione artigianale" degli antichi imperi, basata sull’élite dei letterati (gli scribi), creando così il lettore comune. Havelock sostiene anche che l’invenzione della scrittura ha modificato la memoria e i processi cognitivi. Le differenze tra la tradizione orale e quella scritta sono culturali e non gerarchiche. Walter Ong (1982), studiando la psicodinamica dell’oralità, ha indicato alcune di queste differenze. Per avere un’idea di come una cultura letterata percepisce il mondo, bisogna risalire alla cultura orale. Ong sostiene che "l’oralità seondaria" è diventata la caratteristica chiave del modus operandi dei media elettronici.

4. La comunicazione nel Medioevo

Durante il Medioevo la grande tradizione letteraria e filosofica dell’antica Grecia e di Roma si estinse. L’Europa fu divisa in una serie di stati feudali a economia agricola. L’alfabetizzazione era prerogativa quasi esclusiva della Chiesa. I documenti venivano scritti in latino su fogli di pergamena. Le diverse regioni culturali e linguistiche venivano tenute insieme da una burocrazia di ispirazione religiosa amministrata dalla Chiesa. I monasteri divennero i centri culturali più importanti. Nel sec. XIII cominciano ad apparire i primi documenti scritti in volgare, favoriti dall’introduzione della carta, molto meno costosa della pergamena. Durante tutto il Medioevo, malgrado i molti testi scritti, la tradizione orale svolgeva ancora un ruolo fondamentale nella trasmissione delle informazioni e delle conoscenze. James Burke (1985) assegna una grande importanza alla funzione che la memoria e i meccanismi mnemonici esercitavano nel sistema di comunicazione del Medioevo, funzione destinata a cambiare con l’arrivo della più potente delle rivoluzioni tecnologiche: l’invenzione della stampa a caratteri mobili.

5. La rivoluzione della stampa

James Burke e altri studiosi ritengono che la stampa a caratteri mobili sia stata la più grande trasformazione tecnologico-culturale nella storia dell’Europa ( Carattere da stampa). Questa invenzione segnò la fine del Medioevo e l’alba dell’era moderna. La si potrebbe considerare come un ‘motore storico primario’ che ha condizionato lo sviluppo delle altre tecnologie di massa. Nell’Europa moderna dei primi tempi esistevano tutte le condizioni necessarie alla rapida crescita di questo nuovo medium. Ne ricordiamo soprattutto tre: la nascita del volgare accanto al latino, l’introduzione della carta al posto della pergamena e l’adozione dei numeri arabi al posto del sistema numerico romano. L’alfabetizzazione in volgare, apparsa tra i secoli XII e XIII, sfidò il monopolio della Chiesa nel campo della comunicazione scritta. L’acquisizione della conoscenza diventò un processo monofasico, mentre nel passato era preceduta da una fase di apprendimento del latino come seconda lingua. Anche gli analfabeti riuscivano a seguire la letteratura in volgare quando veniva recitata ad alta voce. Se questo contribuì alla conservazione degli usi e delle tradizioni locali, l’introduzione della carta rese il processo di stampa meno costoso. Di conseguenza, i libri diventarono accessibili anche ai più poveri.
La carta fu inventata in Cina intorno al sec. I d.C., per essere più precisi nel 105, a opera di un certo Ts’ai Lun; giunse in Europa solo nel sec. XII e un secolo dopo cominciò a essere prodotta localmente. Con il sec. XV, le città più grandi d’Europa potevano vantare almeno una cartiera. La carta contribuì alla diffusione non solo dei testi in volgare, ma anche della nuova matematica basata sul sistema numerico arabo. Sebbene questo sistema fosse entrato in Europa già nel sec. XII, è solo 400 anni più tardi che esso raggiunge il massimo della sua potenzialità. La tradizione amanuense non era infatti riuscita a produrre e distribuire copie a sufficienza dei manuali d’uso dei numeri arabi. Solo grazie alla stampa questi manuali divennero comuni, con grande giovamento sia della matematica che degli scambi commerciali.
Anche la stampa su tasselli di legno inciso, precursore principale di quella a caratteri mobili, è di origine cinese. Thomas Carter (1882-1925) ci ricorda che la Cina, civiltà letterata dedita alla ricerca e allo sviluppo, faceva uso di una scrittura ideografica. Inizialmente la stampa veniva fatta su sete e bambù. Con l’introduzione della carta essa divenne più economica, e con i tasselli mobili (introdotti nel sec. VIII) più agile. L’idea di stampare su tasselli fu importata dalla Cina all’Europa attraverso gli scambi commerciali con l’Estremo Oriente cominciati con le guerre mongole. La stampa cinese, realizzata con tasselli di argilla (a volte di legno) anziché di metallo, anticipa Gutenberg di almeno cinque secoli.
Con la diffusione della stampa in Europa, la riproduzione dei testi scritti si sposta dallo scrittoio dell’amanuense all’officina dello stampatore. Elizabeth Eisenstein (1983) cerca di immaginare il mondo di questi scribi prima dell’avvento della stampa, anche se questo risulta piuttosto difficile visto che le categorie mentali di oggi sono diverse da quelle del passato. La Eisenstein afferma che con la stampa viene a crearsi una nuova classe di intellettuali (gli uomini di lettere). Prima di allora era la Chiesa che monopolizzava i letterati, patrocinati a volte anche dal mecenatismo aristocratico e borghese. Presto anche l’editore diventa una sorta di mecenate legato alla nascente economia di mercato (Editoria).
Tuttavia, la rivoluzione della stampa non si verificò nell’arco di una generazione. Ci vollero 200 anni perché i cambiamenti introdotti dalla stampa nella società e nel campo della conoscenza venissero definitivamente sistematizzati. Con la prima ondata di testi stampati, gli incunabula, furono riprodotti il più fedelmente possibile i manoscritti già esistenti. Dopo fu la volta dei testi di filosofia e scienze. Walter Ong (1982) afferma che la stampa completò il passaggio dalla cultura dell’orecchio a quella dell’occhio già cominciato con la scrittura. La lettura silenziosa e veloce, assai rara nel Medioevo, si diffuse rapidamente modificando anche l’organizzazione interna del libro. Con l’uso degli ‘indici’, per esempio, non era più necessario ricorrere alla memoria per ricordarsi il contenuto di un testo. Questo contribuì anche alla creazione dei primi dizionari, delle enciclopedie e dei testi grammaticali e quindi alla standardizzazione della lingua.
La stampa e la Riforma protestante sono strettamente connesse. Anche se non si può arrivare a dire che la stampa fu causa della Riforma, tuttavia bisogna ammettere che essa permise la rapida disseminazione delle idee di Martin Lutero in lingua volgare e questo sicuramente facilitò il processo riformatore. La Riforma da una parte e la nuova cultura del libro stampato dall’altra, condizionarono profondamente l’educazione e la religione non solo in Europa, ma anche nelle colonie del Nord America.
Prima della stampa, gli autori dei libri erano controllati dalle autorità religiose e secolari. Ma con l’avvento del libro stampato, essi diventano sempre più secolari, spesso eretici. L’Illuminismo francese con i suoi filosofi ne è un esempio. Le autorità politiche e religiose cominciarono allora a controllare quello che gli autori secolari scrivevano (Libertà e comunicazione). Robert Darnton in un libro del 1995 dimostra come il diffondersi della cultura del libro sia visibile sia nelle opere dei dissidenti che nei rapporti redatti dalle autorità che li controllavano. In altre parole, nel redigere le loro valutazioni dei testi dei dissidenti, i burocrati addetti al controllo spesso diventavano ottimi autori di letteratura. Non va dimenticato, infine, che durante l’Illuminismo scrivere diventò una vera e propria carriera intrapresa da decine di pensatori, intellettuali e scienziati.

6. Il telegrafo, il telefono e l’elettricità

I libri, una volta stampati, passavano agevolmente di mano in mano e così pure le informazioni che essi contenevano, ma con l’arrivo del telegrafo i messaggi potevano viaggiare anche più velocemente del messaggero. La comunicazione a distanza non dipendeva più dal mezzo di trasporto utilizzato. Il telegrafo e il telefono rappresentarono, insomma, un’ennesima rivoluzione nel sistema delle comunicazioni. Il salto da un modello di ‘trasporto’ della comunicazione a un modello di ‘trasmissione’ appartiene alla tradizione dei segnali di fumo, dei tamburi battenti e dell’uso di metalli levigati per direzionare i raggi del sole. Gli antichi greci, per esempio, avevano sviluppato un sistema di segnali di torcia che riproducevano le lettere dell’alfabeto tra torri situate anche a diverse miglia di distanza. Poco prima dell’invenzione del telegrafo, veniva impiegato un sistema sempre a base di torri dalle quali i messaggi venivano trasmessi attraverso il ricorso a braccia meccaniche. A partire dal 1830 Samuel Morse comincia a lavorare a un ‘telegrafo ottico’. Ma solo l’elettricità e il telegrafo offriranno una reale alternativa a questi sforzi.
Già nel 1840 le parole potevano essere trasformate in impulsi elettrici (il codice Morse) che erano in grado, a loro volta, di viaggiare attraverso una rete di cavi stesa tra i continenti americani e l’Europa. La comunicazione fu quindi separata dal suo mezzo di trasporto, anche se i due sono rimasti a lungo collegati: ad esempio, il telegrafo ha seguito la diffusione della ferrovia e questa a sua volta ha usato il sistema telegrafico per monitorare i segnali del traffico ferroviario. Daniel Czitrom (1982) e James Carey (1989) sottolineano il ruolo del telegrafo nella creazione di un ‘mondo cablato’. Czitrom in particolare fornisce un resoconto dettagliato di come il telegrafo diventò presto un potente strumento di comunicazione continentale negli USA e di come il governo statunitense, ignorando le obiezioni del servizio postale, decise di non essere né proprietario né gestore del telegrafo, favorendo così la proprietà privata e la nascita nel Paese delle prime corporazioni monopolistiche. In Europa invece (soprattutto in Francia), la proprietà e la gestione del telegrafo furono sin dall’inizio riservate allo stato. James Carey offre un’analisi di come il telegrafo portò all’unificazione dei sistemi di prezzo e di mercato di diverse regioni di vendita e acquisto. Sia Carey che Czitrom sottolineano l’influenza esercitata dal telegrafo sui quotidiani e sulla pratica giornalistica in genere. Si diffusero due tipi di giornalismo: uno orientato al mondo politico ed economico e l’altro all’intrattenimento, alla cronaca scandalistica e alla vita quotidiana della classe operaia urbana. Entrambi erano legati a un nuovo sistema di raccolta delle notizie in un centro specializzato dotato di collegamenti telegrafici con tutto il mondo. Le agenzie di informazioni ne sono un esempio classico.
Dopo il telegrafo fu la volta, nella seconda metà del sec. XIX, dell’invenzione del telefono con il quale fu possibile superare molti dei limiti del sistema telegrafico. Infatti, a differenza del telegrafo, il telefono era basato sulla trasmissione della voce e quindi non era limitato ai soli documenti scritti. Inoltre, mentre il telegrafo richiedeva una qualche competenza tecnica e la capacità di decifrare l’alfabeto Morse, il telefono poteva fare a meno sia dell’una che dell’altra. Nelle fasi iniziali il telefono era complementare e in competizione con il telegrafo. Nel campo degli affari, per esempio, mentre il telefono permetteva veloci decisioni e scambi bilaterali, con il telegrafo si potevano inviare documenti più dettagliati e lunghi sui quali si poteva decidere con calma. Già nel 1880 molte delle case private più benestanti possedevano un collegamento telefonico. Agli inizi del sec. XX, grazie alla diminuzione dei costi, il telefono era presente anche nelle case dei meno ricchi. Esemplare è la storia di Alexander Graham Bell e di come le sue compagnie siano riuscite a creare un impero economico dallo sfruttamento della nuova tecnologia. L’installazione dei centralini rese il telefono più competitivo rispetto al telegrafo, così dal 1880 in poi questi sistemi di scambio si diffusero rapidamente. Già dieci anni dopo era enormemente cresciuta non solo l’utenza dei professionisti, ma anche quella privata. I clienti esigevano nuove e innovative applicazioni del nuovo medium, portando a un rapido sviluppo tecnologico. In questo stesso periodo si fecero le prime sperimentazioni di proto broadcasting, ossia di trasmissione di informazioni attraverso il telefono a diversi abbonati che potevano ascoltare on line simultaneamente. I servizi religiosi e gli eventi sportivi cominciarono presto a essere trasmessi in questo modo. A Budapest un sistema di proto broadcasting (il Telfon Hirmandò) trasmetteva concerti, drammi teatrali, programmi per bambini e resoconti borsistici. Negli USA questo sistema entrò presto in competizione con la stampa per la diffusione veloce dei fatti di cronaca e soprattutto dei risultati elettorali. Siamo alle prime anticipazioni delle trasmissioni radiofoniche che avranno inizio solo alcuni decenni più tardi.

7. La nascita della società di massa e delle tecnologie dell’immagine

Alla fine del sec. XIX, grazie alla diffusione del telegrafo e del telefono, i messaggi venivano distribuiti molto più velocemente, più facilmente e più lontano di quanto non fosse possibile nel passato. L’informazione ne risultò avvantaggiata, così come cominciarono a cambiare anche i lettori e il modo di leggere. D’altro canto la transizione da un’economia agricola a una di tipo industriale aveva favorito l’urbanizzazione e quindi la nascita della ‘società di massa’.
Gli ultimi decenni del sec. XIX, come pure i primi del XX, videro lo sviluppo di alcune invenzioni molto importanti, tutte legate al mondo dei trasporti: la bicicletta, l’automobile, l’aeroplano. In questo stesso periodo aumentò anche la velocità dei treni. Gli sviluppi tecnologici portarono al Sistema di Tempo Standardizzato e alla creazione dei fusi orari. La cultura non si identificava più soltanto con la tradizione locale. Anche l’arte visse un periodo di grande innovazione con il Cubismo e il Futurismo, che rivoluzionarono il concetto di spazio e di tempo. Il primo, mettendo sulla stessa superficie piana diversi punti di vista, frantumava e quindi ricomponeva lo spazio, mentre il secondo incoraggiava un ritmo di vita accelerato alimentato dalle nuove tecnologie.
In questo periodo furono realizzati grandi lavori pubblici: ponti, strade, canali e tunnel. L’integrazione tra trasporto ferroviario e su gomma, unita all’elettrificazione, si diffuse rapidamente in tutte le città (almeno in quelle del mondo occidentale). Questo favorì ulteriormente l’urbanizzazione e la creazione della società dei consumi. È nelle ‘fiere mondiali’ che il nuovo modo di consumare si rende evidente, prima fra tutte quella tenuta a Londra al Palazzo di Cristallo nel 1851. I temi centrali di queste fiere erano in genere legati all’arte e alla religione; con il nuovo secolo, invece, la Fiera Mondiale di Parigi inaugurò temi più legati ai beni di consumo: la maggiore disponibilità di denaro nelle tasche della gente comune (grazie all’industrializzazione) rendeva possibile l’acquisto dei beni prodotti dalle nuove tecnologie. L’esibizione di Parigi preannunciò anche il potere di penetrazione del cinema che tra il 1900 e il 1914 divenne un medium di massa.
L’invenzione della fotografia (1839) con i suoi sviluppi successivi aveva già favorito una nuova conoscenza di popoli, luoghi e cose lontani, mentre la sua percezione pubblica come medium di massa cominciò a diffondersi soltanto verso la fine del sec. XIX, quando la tecnica della ‘lastra a mezzatinta’ rese possibile riprodurre le foto sui libri, i giornali e le riviste. Nei primi decenni del sec. XX il fotogiornalismo godeva ormai di una grandissima fama. La natura stessa del giornalismo ne risultò modificata. Furono introdotti nuovi formati, divenuti bagaglio comune del giornalismo contemporaneo. Poter vedere la foto di un disastro aumentava sicuramente il desiderio di leggere per saperne di più, così come oggi le immagini filmate aumentano il numero di spettatori del giornalismo televisivo.
Per tornare al cinema, bisogna ricordare che l’esperienza sociale di questo medium comincia in USA all’inizio del sec. XX con i nickelodeon. Queste prime sale cinematografiche a basso costo attiravano soprattutto operai e immigranti che, non sapendo parlare l’inglese, si divertivano a guardare le immagini del cinema muto. Le splendide sale degli anni Venti erano invece frequentate da tutte le classi sociali, senza alcuna eccezione. Con l’avvento del cinema entrò in crisi il tradizionale varietà (vaudeville), anche se alcuni elementi verranno poi ripresi dalla radio. Inizialmente gli spettatori erano semplicemente attirati dalla possibilità di vedere il movimento su uno schermo. In seguito si svilupparono l’industria cinematografica e lo star system: le celebrità dello spettacolo e dello sport diventarono l’incarnazione delle aspirazioni della classe operaia e media.
In questo periodo nasce la pubblicità come industria. Le precondizioni immediate che rendono possibile tale sviluppo sono la crescita dei redditi e del tempo libero e la moltiplicazione dei beni di consumo. I mezzi pubblicitari più diffusi erano inizialmente i giornali, e poi le riviste, entrambi dipendenti dagli introiti pubblicitari. Dopo il 1920 anche la radio cominciò ad arricchirsi attraverso la pubblicità, seguita presto dalla televisione. Il numero di spot pubblicitari cresceva così rapidamente che nel 1934 il governo statunitense decise di varare una legge che poneva un limite alla quantità e ai tipi di pubblicità che potevano essere trasmessi in un dato programma.

8. La radio e la televisione come mezzi di massa

Negli anni Venti le trasmissioni radiofoniche accelerarono la transizione verso la ‘società di massa’. Già prima della fine del sec. XIX, Guglielmo Marconi era riuscito a trasmettere dei messaggi in codice Morse senza l’uso di cavi. Subito dopo la prima guerra mondiale operavano negli USA diverse stazioni amatoriali che immediatamente attirarono l’attenzione della gente, entusiasta all’idea di poter ascoltare musica e voci attraverso apparecchi di poco costo. Nacquero nei primi anni Venti le prime grandi emittenti radiofoniche che offrivano programmi regolari, il cui ascolto divenne presto un hobby e una fonte di divertimento per molti. Alla fine del decennio, nonostante la Grande Depressione, molte famiglie possedevano un apparecchio radiofonico. La radio cominciò così a diventare un medium di massa, seguendo uno sviluppo che negli USA fu affidato esclusivamente all’azione dei privati, mentre l’Europa optava per modelli organizzativi di tipo pubblico; un caso a parte è costituito dal Canada dove la radio era insieme pubblica e privata.
L’uso della comunicazione senza fili aveva cominciato a diffondersi anche prima della prima guerra mondiale e molti avevano potuto sperimentare la novità di una tecnologia che permetteva la comunicazione a distanza in tempo reale. Se la tragedia del Titanic nel 1912 aveva mostrato il grande potenziale della telefonia senza fili, il disastroso incendio del dirigibile Hindenburg nel 1937 e la versione radiofonica di O.Welles (1938) del racconto La guerra dei mondi (scritto da H. G. Wells già nel 1898) mostrarono altrettanto chiaramente il potenziale della radio. Susan Douglas (1987) riassume le percezioni che circolavano sulla radio agli inizi della sua "età dell’oro", tra cui l’idea che la radio avrebbe potuto permettere la comunicazione con gli extraterrestri e la promozione dell’unità nazionale. La gente preferiva rimanere a casa accanto alla radio, piuttosto che andare fuori ad ascoltare la musica dal vivo. In questo modo alcune espressioni di cultura popolare cominciarono a passare alla radio, conquistando un pubblico sempre più vasto. Anche la politica e la religione entrarono presto nei palinsesti radiofonici.
Negli anni Trenta si creò un grande interesse attorno ai drammi, alle commedie, ai concerti e agli eventi sportivi trasmessi attraverso la radio. In confronto ai giornali, la radio dava agli ascoltatori una maggiore sensazione di immediatezza e di partecipazione diretta agli eventi del mondo. Le famose ‘conversazioni accanto al caminetto’ del presidente Franklin D. Roosevelt, trasmesse per radio, si rivelarono subito un modo molto efficace di comunicare direttamente con il popolo americano. McLuhan (1964) sostiene che il potere uditivo della radio ha un effetto quasi tribale in quanto si richiama a emozioni primitive. Anche se questa idea è stata criticata da molti storici e teorici, rimane il fatto che i potenti discorsi di Hitler, trasmessi per radio al pubblico tedesco, provocarono effetti di coinvolgimento tali da farci pensare che forse McLuhan non avesse tutti i torti.
Con l’avvento della televisione, il primato della radio come medium di massa fu seriamente messo in discussione. La prima trasmissione televisiva commerciale ebbe luogo in Nord America nel 1939, ma è solo dopo la seconda guerra mondiale che la televisione comincia ad affermarsi come medium di massa. Gli anni Cinquanta sono gli anni della grande espansione del nuovo medium. I programmi inizialmente erano tratti dalla radio e dal cinema, ma presto nacquero le prime trasmissioni di commedie e film di avventura girate esclusivamente per la televisione, prima fra tutte I love Lucy. Il pubblico di massa che si entusiasmava per la radio negli anni Trenta, negli anni Cinquanta era pronto a passare alla televisione. Nel frattempo crescevano le opportunità di lavoro, la mobilità delle persone e la loro disponibilità di denaro e tempo libero. Tuttavia, la vita familiare rimaneva ancora saldamente ancorata alla casa, specialmente la sera e nei fine settimana, quando la televisione portava i suoi programmi di intrattenimento direttamente nelle case degli americani.
La televisione degli anni Cinquanta ebbe un impatto sociale molto forte. Essa riuscì presto a sottrarre l’interesse delle persone dalla radio e dalle sale cinematografiche, anche se i programmi all’epoca subivano spesso interruzioni di segnale e interferenze varie. Gli sviluppi tecnologici successivi, dalla televisione a colori, a quella via cavo e via satellite, hanno definitivamente consacrato la televisione come principale medium di massa. La televisione, la vita dei sobborghi e i nuovi stili di consumo emersi negli anni postbellici hanno avuto uno sviluppo simultaneo. I cambiamenti dello spazio domestico e le aspirazioni della nuova classe borghese si riflettevano nei programmi televisivi di quegli anni. Teorici della comunicazione come Gerbner (1971) ritengono che le forme culturali mediate dalla televisione assumono un’autorità e un’influenza equivalenti a quelle della scuola, del gruppo dei pari, della famiglia. Gerbner arriva ad affermare che la televisione addirittura le sostituisce del tutto. Essa fornisce ai bambini informazioni e conoscenze su come funziona il mondo e su come orientarsi al suo interno. La televisione diventa, dunque, l’istituzione primaria nella vita emotiva delle giovani generazioni cui offre modelli e stili di vita particolari. Anche gli adulti sono soggetti all’impatto sociale del mezzo televisivo. (Effetti dei media)

9. Il computer e l’era dell’informatica

L’evoluzione del computer ha influenzato profondamente tutte le altre tecnologie della comunicazione, facendone proprie – nello stesso tempo – tutte le potenzialità. All’inizio sembrava uno strumento riservato alle grandi organizzazioni e amministrazioni, alla ricerca scientifica e ai comandi militari. Lo tecnologia dei microprocessori a partire dagli anni Settanta, il costante sviluppo di software facili da usare e, negli anni Novanta, la rapida espansione della Rete hanno invece trasformato il computer in una macchina accessibile a tutti, proprio come un qualsiasi altro elettrodomestico.
Nell’età moderna era stata la stampa a democratizzare la cultura sottraendola al monopolio degli ‘scribi’ ufficiali: fu un processo con profondi effetti sui modi di circolazione della conoscenza nella società. Ad esempio, sono nati allora gli indici dei libri e le altre forme di raccolta e classificazione delle informazioni, che hanno preparato le grandi opere enciclopediche, come l’Encyclopédie di Diderot e D’Alambert (1745-1772). Oggi la comunicazione elettronica, da una parte, contribuisce al depotenziamento dell’istituzione-libro come fonte e strumento di informazione e di cultura; dall’altra – in modi nuovi – ne continua ed espande il servizio. Inoltre, se la stampa ha consentito un uso diverso della memoria, il computer oggi esalta ulteriormente questo cambiamento, dotato com’è di una vasta capacità di gestione dei dati.
Proprio perché elabora in forma digitale il linguaggio di tutti gli altri media, il computer è diventato il medium per eccellenza del XXI secolo. In particolare è uno strumento di scrittura per tutti: giornalisti, scrittori, scienziati, ingegneri, poeti e artisti. Della scrittura ha modificato largamente le tecniche tradizionali, come ha fatto per l’editing, la fotocomposizione, la stessa stampa.
Tutto questo ha sicuramente influito sulla natura del giornale come prodotto culturale; quanto al libro, la sua trasformazione elettronica (E-book) e, dunque, la sua ‘compatibilità’ con Internet determinano profondi riflessi sulla figura dell’autore, del lettore e sul testo stesso. Le tecniche di produzione assistite dal computer incoraggiano gli individui e le organizzazioni più piccole a fare a meno della grande industria editoriale.
Nei primi anni del XX secolo la comunità umana era cablata dal telegrafo e poi dal telefono. Oggi le connessioni a livello globale avvengono tramite computer: in borsa gli scambi di denaro e di merci, il controllo del traffico aereo e ferroviario, ecc. avvengono per via informatica. La stessa via consente a milioni di persone di scambiarsi messaggi senza limiti di tempo e di spazio.
Non tutto è positivo. Con il facile accesso a Internet e alla posta elettronica (e-mail) molte forme di interazione personale sono diventate ‘virtuali’. Inoltre, l’esplosione della tecnologia digitale con le sue innumerevoli prestazioni fa temere i rischi insiti in un divario eccessivo tra informatici ‘ricchi’ e ‘poveri’, non solo a livello di persone, ma di nazioni. è una situazione gravida di conseguenze sotto il profilo economico, culturale e sociale, che fa appello alla responsabilità dei singoli come degli Stati.
Nel secolo scorso Harold Innis ha proposto la tesi che i media non sono mai neutrali; per loro stessa natura, essi strutturano sia le interazioni tra gli individui sia la forma e la circolazione delle conoscenze; la società può solo modellare e dare indicazioni (entro certi limiti) ai media che si vanno via via sviluppando. Vanno dunque governati. Altri studiosi, invece, sono piuttosto scettici sul potenziale rivoluzionario del computer: la sua diffusione favorirebbe solo apparentemente il cambiamento; in realtà esso svolgerebbe una funzione conservatrice, limitandosi a migliorare tecniche già esistenti. Ciò finirebbe per sottrarre spazi e risorse ad altre significative possibilità di innovazione.

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Come citare questa voce
Purayidathil Thomas , Storia della comunicazione, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (20/10/2019).
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