Tazebao (Dazebao - Datzibao)

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Giovani cinesi raccolti di fronte ad un Tazebao maoista
Vocabolo cinese il cui significato letterale è ‘manifesto a grandi caratteri’. La sua diffusione nella terminologia pressoché universale è dovuta alla popolarità assunta da questo particolare mezzo di comunicazione durante la ‘Grande rivoluzione culturale’ sviluppatasi in Cina tra il 1966 e il 1968.
Le ragioni della rivoluzione culturale sono complesse e controverse. Già agli inizi degli anni Sessanta, dopo l’esito incerto del ‘Grande balzo in avanti’ (una iniziativa per lo sviluppo forzato della produzione), scoppiata la crisi nei rapporti con l’Unione sovietica e insorte divergenze sugli armamenti nucleari, si era aperta una lotta in seno al Partito comunista cinese fra la ‘destra’ guidata da Liu Shao-ch’i, Presidente della Repubblica e designato successore di Mao, e quanti temevano la crescente burocratizzazione, il formarsi di una casta privilegiata nell’amministrazione dello Stato e nel Partito, l’affievolirsi dello spirito rivoluzionario e il crescente distacco tra partito e popolo. L’attacco alle posizioni di destra ebbe inizio attraverso la critica di alcune opere letterarie e andò ben presto a colpire il sindaco di Pechino che aveva capeggiato un comitato per discutere la questione della ‘cultura socialista’. Nel giugno del 1966 il metodo, consueto nella Cina comunista, di esprimere giudizi critici su singole persone o fatti attraverso manifesti scritti a mano, fu utilizzato per mettere clamorosamente sotto accusa il Rettore dell’Università di Pechino e in generale la politica scolastica dei responsabili governativi cui si imputava una tendenza elitaria ‘di classe’.
Da quel momento, considerato l’inizio della rivoluzione culturale, il movimento si allargò rapidamente coinvolgendo altre istituzioni, esplodendo nelle università, nelle fabbriche e nei reparti dell’esercito, espandendosi in tutto il Paese. L’uso del t. come arma privilegiata del movimento (che successivamente registrò forme estese e gravi di violenza) fu consacrato dalla iniziativa dello stesso Mao Tze-tung che, nell’agosto di quell’anno, decise di rompere con l’ala cosiddetta di destra pubblicando a sua volta un manifesto che recava il titolo: "Bombardare il quartier generale. Il mio t.". In esso accusava "alcuni compagni dirigenti, dai livelli centrali a quelli locali", di "aver capovolto i fatti"... "accerchiato e represso i rivoluzionari"... "imposto il terrore bianco", di aver "accresciuto l’arroganza della borghesia e abbassato il morale del proletariato"; terminando con l’invito "a riflettere profondamente" che era in realtà l’invito a proseguire la lotta di cui si metteva alla testa.
Da quel momento il t., senza rinnegare le sue caratteristiche tradizionali, divenne strumento privilegiato di battaglia politica e fu utilizzato per denunciare professori e dirigenti ‘di destra’, per mettere sotto accusa militanti deviati, operai pigri e sorpresi a esercitare attività private o illecite, per annunciare conversioni o autocritiche, per rispondere ad accuse considerate ingiuste o manifestare adesioni o proposte.
La rivoluzione culturale si spense due anni dopo, quando lo stesso Mao Tze-tung, preoccupato che la situazione potesse sfuggirgli di mano e per i danni che inevitabilmente il disordine generalizzato aveva prodotto all’economia, dette il segnale dell’inizio di una ‘nuova fase’. Il leader comunista aveva debellato i suoi avversari, ma non senza che si fosse determinata una perdita di autorità del personale dirigente nel suo complesso, le cui conseguenze si sarebbero rivelate nelle lotte per la successione.
Le caratteristiche del ‘manifesto a grandi caratteri’ sembrano quelle di uno strumento di proporzioni modestissime se riferite ai moderni mezzi di comunicazione, in grado tuttavia di assumere una valenza e una efficacia particolari in condizioni determinate. Anzitutto un nucleo forte di passione politica e ideologica in grado di suscitare movimento, accompagnato da uno stato di relativa anarchia o comunque da un inefficace controllo delle autorità; la diffusione in ambiti affollati e relativamente ristretti (campus universitari, fabbriche, comuni) e tuttavia comunicanti fra loro, per cui ciascun manifesto ha un riscontro limitato, ma gli echi e la diffusione del mezzo come tale si allargano a macchia d’olio. D’altra parte il t. è un mezzo che consente, a chiunque lo voglia, di prendere la parola, cosa che non è praticabile nelle grandi assemblee monopolizzate per lo più dai capi sia spontanei che guidati; e consente pure, proprio per la sua ‘povertà’, una comunicazione a due vie, botta e risposta, circostanza questa praticamente inesistente laddove la comunicazione assume le proporzioni della grande impresa industriale. Altra caratteristica decisiva sembra essere il linguaggio semplice, diretto, pittoresco, spesso violento.
Nonostante qualche vaga assonanza, non possono essere assimilati ai t. i giornali murali o i manifesti che pure furono utilizzati nelle occupazioni delle Università da parte degli studenti d’Europa e in Italia, nella movimentata stagione del Sessantotto. Questi risultavano piuttosto forme di pubblicità e di propaganda del movimento, anziché strumenti di comunicazione e di dibattito nel movimento stesso.

P. Pratesi

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Note

Come citare questa voce
Pratesi Piero , Tazebao (Dazebao - Datzibao), in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (20/10/2019).
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