Televisione C. Teorie

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1. Uso e impatto sociale

Molte ricerche sociologiche si sono occupate degli effetti morali, sociali, culturali e politici della Tv (Agenda setting; Cultivation theory; Cultural studies; Communication research; Effetti dei media; Spirale del silenzio, ecc.). La t. è divenuta un elemento integrante della vita quotidiana a tal punto da rivoluzionarne profondamente ritmi e contenuti, anche se ‘vedere la Tv’ non equivale sempre a ‘guardare la Tv’, cioè a prestarvi solerte attenzione. Recenti statistiche indicano negli USA un ascolto medio familiare giornaliero di sei ore e mezzo, di cui il 40% passivo (cioè televisore acceso ma attenzione assente o discontinua); anche le medie europee non si discostano molto da questi valori. Le attività di svago e tempo libero pre-televisive ne risultano profondamente modificate o trasformate. Diminuito il tempo della conversazione, degli scambi sociali, della lettura di libri e giornali, l’ascolto della radio, la frequentazione di circoli, ritrovi e teatri, la cura degli hobbies. Tale diminuzione si attenua decisamente dopo i primi anni di possesso di un televisore, senza peraltro che si torni al livello precedente.

2. Cinema e t.

Un’altra rilevante conseguenza dell’espandersi del consumo televisivo in tutto il mondo è stato il crollo della frequenza agli spettacoli cinematografici, con la relativa crisi delle ‘sale’ di pubblico esercizio e la riconversione dell’industria cinematografica verso altre forme di fruizione, a cominciare da quella televisiva. Il cinema è stato costretto a cercare, per il circuito delle sale, filoni alternativi rispetto a quello del puro svago – un tempo suo appannaggio pressoché esclusivo e ora occupato dalla Tv – e sembra rinvenirli nel film a grande spettacolo, basato su mirabolanti ‘effetti speciali’, nel film pornografico, nell’opera d’autore, a basso costo, ecc.
L’ immaginario collettivo, un tempo tributario del cinema, è oggi egemonizzato dalla t., con i suoi divi e i suoi ‘modelli culturali’.

3. Giudizi sul mezzo televisivo

Qual è il giudizio complessivo sull’influenza della Tv, a mezzo secolo dalla sua diffusione di massa? Le tesi degli studiosi si possono dividere schematicamente in due grandi categorie.
Sul primo versante si osserva che la t. ha offerto e offre la possibilità a larghe masse in tutto il mondo, isolate dal circuito culturale dei grandi centri urbani e dalle fonti primarie di cultura e intrattenimento, di collegarsi con dimensioni ed esperienze che a loro sarebbero state precluse: "La Tv ha reso ogni sera un sabato sera", osserva Percy Tannenbaum (1980).
Di contro Gerbner e gli studiosi della Annenberg School of Communication della University of Pennsylvania attribuiscono alla t. la responsabilità d’inculcare negli spettatori timori e angosce, "coltivando" in loro (cultivation hypothesis) una percezione distorta del mondo reale, creando, in altre parole, veri e propri teledipendenti. (Videodipendenza)

4. T. e minori

In particolare si lamentano gli effetti negativi sull’immensa platea dei minori e degli adolescenti, sia a causa dell’occupazione del ‘tempo libero’ (sottratto al gioco, all’attività sportiva, al dialogo con la famiglia e con gli adulti), sia per i contenuti e le emozioni offerte (sesso, violenza, mito del denaro e del successo e, prima ancora, la proposta di cogenti modelli sociali foggiati dall’industria dei consumi su standard genericamente americani). Il filosofo Karl Popper ha messo particolarmente in guardia, per quanto riguarda i minori, contro l’assuefazione alla violenza, proposta in reiterati e frequentissimi messaggi quotidiani dalla ‘cattiva maestra t.’ (Minori e mass media).

5. T. e culture

Secondo gli antropologi il martellamento intensivo e quasi esclusivo di programmi televisivi foggiati su particolari modelli sociali porterebbe anche nel Terzo mondo al rapido declino delle culture tradizionali di quei popoli, fenomeno che si è peraltro già verificato in Europa, introducendo con le logiche ferree del mercato una sottocultura di tipo consumistico.

6. Il ‘villaggio globale’

Sta di fatto che la presenza massiccia della t., da cinquant’anni a questa parte, ha prodotto tutta una serie di conseguenze. Per quanto riguarda la comunicazione, si può notare come il linguaggio dell’immagine integrata dal suono sia diventato per tutti una seconda lingua madre e l’unico linguaggio comune a popoli diversi.
Inoltre il linguaggio per associazione di immagini è divenuto predominante nelle tecniche di persuasione, razionali e occulte. Nella pubblicità ma anche nella politica. Fatti dirompenti di cui non dobbiamo stupirci. Mai, dall’invenzione del linguaggio verbale a oggi, c’è stato un mass medium così integrale, integrato e diffuso.
Marshall McLuhan, il cosiddetto profeta dei media, stigmatizzava il divario fra quelle che chiamava galassia Gutenberg e galassia Marconi. Sino agli inizi del XX secolo – diceva lo studioso canadese – la nostra cultura ha vissuto all’interno della galassia Gutenberg, nella cultura della ‘carta stampata’ e del libro, dello studio individuale e solipsistico. Ma dagli inizi del Novecento siamo passati dalla galassia Gutenberg alla galassia Marconi, la cultura si forma cioè attraverso un universo interpersonale di onde herziane che vanno e vengono, che ci implicano tutti e ci legano tutti insieme. Dunque – concludeva un po’ apoditticamente McLuhan – la nuova cultura sarà più condivisa e più democratica, perché la t. ha trasformato il mondo in un ‘villaggio globale’, con relative conseguenze, innegabilmente positive, quali la diffusione universale dell’informazione e la circolazione delle idee, divenendo una fonte di socializzazione e di unificazione culturale più importante della scuola e della famiglia.
Resta il timore che la ‘mediazione televisiva’ fra il fruitore e la realtà possa finire per surrogare completamente la seconda, timore paradossalmente stigmatizzato da Woody Allen: "Certo, il cinema si ispira alla realtà. Ma il problema è che la realtà si ispira alla Tv." Il fruitore non guarda la Tv ma ‘partecipa’, nota ancora Mc Luhan. Tutto ciò che accade nel mondo senza la presenza della Tv è destinato a non incidere nella realtà e nella storia. La t. è la ratifica di se stessa, diventa più reale del reale.

7. Il rapporto produzione-fruizione e le nuove tecnologie

Il panorama che abbiamo sommariamente disegnato è forse destinato a modificarsi in un futuro assai prossimo per una serie di fattori che sono già operanti, quali il moltiplicarsi delle emittenze, non più limitate alle reti nazionali pubbliche o private, ma comprendenti le Tv via cavo (il segnale televisivo corre lungo un cavo coassiale, simile a quanto avviene per la telefonia o per la filodiffusione, quindi circuiti televisivi a diffusione più limitata ma specifica), la pay-tv o Tv in abbonamento (quindi emittenti a contenuto specifico e specialistico riservate a utenti interessati a determinati programmi, che vengono forniti di apposito decodificatore del segnale), la t. interattiva (possibilità di interazione, di domanda e risposta, fra fruitore e produttore). La sempre maggior duttilità e facilità d’impiego delle telecamere amatoriali e professionali ( Camcorder, ripresa e registrazione su cassetta in un unico apparecchio), fa di ogni fruitore un potenziale o reale produttore. E inoltre la vasta diffusione del videoregistratore, che permette all’utente di selezionare dai vari palinsesti i programmi a lui più graditi, comporta la parallela diffusione delle videocassette preregistrate ( Home video), eccetera. Tutti questi fatti nuovi consentono al singolo telespettatore e ai gruppi di costruirsi la propria t. e di ricorrere al televisore non come a un rubinetto di cui si è costretti a bere l’acqua, ma come a una biblioteca da cui scegliere il volume più utile o più rispondente ai propri interessi e alle proprie esigenze.

8. Assetto istituzionale

Possiamo definire le ‘istituzioni’ come entità organizzate, a carattere permanente, tendenti a soddisfare determinati bisogni della società. Esse interessano aree diverse: la politica, l’economica, l’espressiva-integrativa, la familiare (Emittenza).
Se la Tv e i mass media in generale vengono fatti rientrare nell’area espressiva-integrativa, è indubbio che essi esercitino una spiccata influenza anche su altre aree, dunque su vari settori della vita sociale (Zanacchi, 1994).

8.1. I modelli istituzionali.
L’istituzione televisiva può essere concepita e strutturata secondo vari modelli, per quanto riguarda finalità, organizzazione, controlli, eccetera, in relazione alle condizioni socioeconomiche, politiche e giuridiche dei differenti Paesi.
Ovunque è riconosciuta la natura di ‘bene pubblico’ dell’etere – attraverso cui avviene il transito delle onde elettromagnetiche – che appartiene agli Stati, a ognuno dei quali, in base ad accordi internazionali, spetta l’uso di determinate ‘frequenze’. A loro volta gli Stati possono riservarsi tale uso o concederlo ad altri soggetti, pubblici e privati.
Se nei Paesi totalitari tutti i mass media sono gestiti o controllati dal regime dominante, negli Stati Uniti i mass media hanno obbedito da sempre a una concezione privatistica (FCC): una gestione interamente affidata a privati, che tendono a ricavare un profitto economico, comporta che il costo dell’organizzazione e dei programmi sia interamente coperto dai proventi pubblicitari. Ne risulta che vengano più servite le aree maggiormente popolate di potenziali consumatori. In Europa, da un iniziale regime di concessione del servizio radiotelevisivo a un’unica società a capitale pubblico, finanziata da un canone obbligatorio, integrato in taluni casi dalla pubblicità, si è passati a un sistema ‘misto’ pubblico-privato. Sistemi misti fra pubblico e privato sono presenti oggi in quasi tutte le parti del mondo: dalla Gran Bretagna – dove accanto alla storica Bbc, che gestisce due canali, esistono la rete commerciale ITV cui si sono aggiunte Channel 4 e Channel 5, per altro rigidamente regolamentate – al Giappone, alla Francia, alla Germania, all’Italia.

8.2. La situazione italiana.
Anche in Italia si è passati da un sistema di concessione a un’unica società, la Rai, a un ‘sistema misto’, in seguito alla proliferazione ‘spontanea’, ma inizialmente non permessa dalla legge, delle t. commerciali e private a partire dagli anni Settanta. Questo ha portato di fatto a un regime di oligarchia, in cui accanto alla Rai (con tre canali), azienda pubblico-privata controllata dallo Stato e gestita con i proventi del canone e della pubblicità, sono attivi dal 1980 il forte polo Fininvest – poi Mediaset (Canale 5, Italia 1, Rete 4) – nonché una vasta rete di t. minori, commerciali e non.
Nel 1990 la cosiddetta legge Mammì (legge n. 223 del 6 agosto), dopo un acceso dibattito e un tormentato iter parlamentare, ha definito il nuovo ‘sistema radiotelevisivo pubblico e privato’ non riuscendo ad andare di fatto oltre la codifica formale del sistema che si era realizzato in modo spontaneo e talora selvaggio (Sistema della comunicazione). Il dibattito per una nuova sistemazione legislativa della materia è tuttora in corso, mentre la legge 206 del 1993 aveva previsto "la ridefinizione del sistema radiotelevisivo e dell’editoria nel suo complesso da attuare entro due anni" (cioè entro la metà del 1995!).

8.3. Esigenza di nuove regole.
Per quanto riguarda l’assetto istituzionale italiano emerge l’esigenza di riconsiderare radicalmente la scelta di fondo fra una visione puramente economica dell’attività radiotelevisiva e una concezione che tenga seriamente conto della sua enorme responsabilità sociale e culturale nonché della sua capacità di concorrere, se adeguatamente disciplinata, allo sviluppo sociale e civile.
In una nota diffusa nel 1987, la Commissione episcopale per le comunicazioni sociali della CEI, aveva emesso, in vista di una futura legge, tutta una serie di interessanti indicazioni che potevano così riassumersi: mettere ordine nelle frequenze per consentire al massimo numero di emittenti di coesistere; studiare un’efficace normativa antimonopolistica; subordinare a garanzie antitrust la concessione della diretta e dell’interconnessione; non disperdere il patrimonio di esperienze del servizio pubblico; mettere dei limiti alla pubblicità; salvaguardare i minori.

9. Linguaggio e generi

Premesso che per linguaggio deve intendersi ogni mezzo di cui l’uomo si serve per comunicare con i propri simili, il linguaggio della t., composto di immagini sonore in movimento, deriva direttamente, per quanto riguarda grammatica e sintassi, da quello del cinema.

9.1. Realtà e linguaggio.
Anche e soprattutto a proposito della t., che sembra metterci in diretta comunicazione con i diversi aspetti della realtà (la cosiddetta ‘finestra sul mondo’), occorre precisare come ogni linguaggio non sia che una traduzione, una mediazione della realtà, effettuata attraverso un ‘sistema di segni’ (Vendryes) dietro ai quali è sempre presente l’azione consapevole di un mediatore. Altro è un particolare momento della realtà, altro è la sua traduzione in termini di linguaggio televisivo, anche in quei casi (es. una partita di calcio) in cui la traduzione sembra essere quasi inavvertibile.

9.2. Elementi del linguaggio tv.
Elementi costitutivi del linguaggio televisivo sono dunque, in prima istanza, quelli caratteristici del linguaggio cinematografico, nato cinquant’anni prima:
– l’inquadratura, intesa come la porzione di spazio ‘inquadrata’, cioè delimitata dall’obiettivo della telecamera: tale inquadratura, che deve considerarsi in certo senso la ‘parola-base’ del linguaggio delle immagini, può variare e assumere un diverso significato in relazione a vari fattori, e cioè: l’obiettivo impiegato (Obiettivo fotografico: grandangolo, normale, teleobiettivo), l’illuminazione (naturale o artificiale; diretta, diffusa, di taglio, controluce, ecc.), l’angolazione (il punto di vista in cui si colloca la telecamera), i movimenti di macchina (carrello, ascensione, ferrovia, ecc.);
– il montaggio che, nel giustapporre diverse inquadrature, conferisce loro particolari significati e determina il ritmo e la consecutio logica ed emotiva del racconto;
– il sonoro, cioè il dialogo, la parola ‘fuori campo’, il rumore, il commento musicale ecc.
Tali elementi costitutivi, già individuati e fissati dal linguaggio cinematografico, sono utilizzati per attuare una ‘comunicazione’ che segue un cammino assai diverso, cioè quello della ‘trasmissione a distanza’ e della ‘fruizione domestica’, e che dunque impone loro un diverso significato e differenti criteri d’uso. Di qui l’iniziale necessità di derivare dall’altro medium già esistente, che comporta un analogo tipo di fruizione, cioè la radio, formule e ‘generi’.

9.3. Generi televisivi.
Con il termine di genere, già utilizzato per la narrativa e per il teatro, si indica un raggruppamento di prodotti della creazione artistica secondo certi contenuti (sentimentali, drammatici, comici) o certi ambiti di spettacolo (varietà, commedia, film, balletto) o certi schemi di racconto (giallo, telenovela, thriller, rosa) o certe formule caratteristiche (sit-com, game show, ecc.).
Sin dall’inizio della sua programmazione la Tv si appropria della distinzione già adottata dalla radio e suddivide i generi in tre grandi capitoli o macrogeneri: l’informazione (telegiornali, dibattiti, notizie su avvenimenti culturali, interviste, cronaca), la cultura e la divulgazione culturale (concerti, musica, mostre d’arte, letture, teatro, ‘originali’), l’intrattenimento e lo spettacolo (rivista, varietà, show, film, commedia e naturalmente l’ampio capitolo dello sport).
All’interno di ogni macrogenere si lavora all’elaborazione di formule per nuovi programmi, schemi di racconto ecc. Risulta immediatamente evidente il tentativo di enuclare tipi di spettacolo e di intrattenimento basati sulle caratteristiche strutturali del mezzo, sul cosiddetto specifico, intorno al quale si accende in quegli anni un forte dibattito a livello di critica e di teoria.
Nella fase iniziale la parola spetterà soprattutto alla t. statunitense, per la quale sarà agevole utilizzare professionalità e maestranze provenienti dalla ricca esperienza cinematografica e, in generale, da una concezione manageriale dell’informazione e dello spettacolo.
Le prime formule individuate saranno il telefilm, cioè il film breve, spesso con personaggi ricorrenti, la situation comedy o sitcom, o commedia di situazione, concepita per un ambiente unico ricostruito in ‘studio’ con pochi personaggi fissi che recitano in presa diretta, la teleplay, o creazione drammatica scritta appositamente per la t., il game show, o spettacolo di giochi e quiz.
Nuovi generi verranno progressivamente ad aggiungersi a questi primi, talora escogitati dalla Tv statunitense, altre volte dalle t. di altri Paesi. Come l’inchiesta di ricostruzione storica e il romanzo sceneggiato; il talk show, spettacolo di parola; la soap opera e la sua variante brasiliana della telenovela, romanzi popolari ad altissimo numero di puntate – non meno di cento – e forte contenuto melodrammatico... (Fiction; Telenovela; Teleromanzo)

9.4. Generi e neo tv.
Dagli anni Ottanta, il modello statunitense, divenuto vincente più o meno in tutti i Paesi del mondo, anche grazie alla capacità di invadere i mercati con programmi esportabili, ha finito con il provocare un diverso e abbastanza stabile assetto della programmazione. Si è soliti parlare di neotelevisione per indicare l’odierna t., caratterizzata dalla frequente interruzione pubblicitaria, dai programmi sostenuti e promossi da uno o più sponsor, dallo zapping reso possibile dal telecomando e così via. In relazione a questo nuovo assetto si determina un conseguente mutamento nel panorama dei ‘generi’ contraddistinto da alcune costanti:
a) confusione dei generi. Mentre l’informazione tende a spettacolarizzarsi e a diventare sempre più ‘lo spettacolo delle notizie’ ( infotainement è stato definito il nuovo connubio fra informazione e intrattenimento), la cultura tende a scomparire o a mimetizzarsi in brevi segmenti di un nuovo tipo di proposta, il contenitore, generico programma d’intrattenimento all’interno del quale si opera un continuo passaggio fra generi diversi; inoltre il talk show, dal tradizionale ambito del costume, invade il terreno del dibattito e della polemica politica, nonché quello delle ‘infinite’ discussioni e tenzoni di carattere sportivo e calcistico;
b) dai macrogeneri e dai generi si passa ora ai microgeneri, cioè a piccole unità di pochi minuti (il gioco, la confessione, la notizia, l’avvenimento culturale, l’esibizione artistica), ‘contenuti’ in un generico programma che trova il suo elemento d’unità nella ‘gestione’ da parte di un conduttore;
c) di conseguenza la ‘Tv dei generi’ diventa la ‘Tv dei conduttori’ (ossia degli anchormen) che possono ‘gestire’ indifferentemente l’informazione come lo spettacolo, come la promozione pubblicitaria di un prodotto, senza che il passaggio sia segnalato né avvertibile. Il linguaggio televisivo, che trae vantaggio da strumenti di ripresa sempre più agevoli nonché dalle prestazioni raffinate dell’ editing, sembra attestarsi sempre più decisamente sui moduli e gli ‘stili’ del messaggio pubblicitario, aggressivo, veloce, fatto di ellissi, basato su immagini in cui si fa sempre più labile il confine fra realtà e sofisticazione elettronica e digitale, con una colonna sonora carica, insomma un linguaggio fatto più per sedurre che per convincere.

10 Produzione e programmazione

Sul piano dei messaggi, va osservato che, dopo un primo periodo puramente sperimentale, la Tv diventa ben presto un mezzo di capillare diffusione dei contenuti e materiali più diversi, modellandosi inizialmente – per quanto riguarda le formule d’informazione e d’intrattenimento – sull’altro medium di trasmissione via etere già esistente, cioè sulla radio.

10.1 L’organizzazione del palinsesto.
Con il forte rilancio e l’affermazione del mezzo, dopo il secondo conflitto mondiale, si assiste al tentativo da parte delle varie emittenti di organizzare un articolato schema di programmazione televisiva (Palinsesto) che prevede da un lato la diffusione di materiali audiovisivi preesistenti (cioè film e documentari cinematografici), dall’altro, in misura quantitativamente più rilevante, la produzione di materiali originali, riconducibili ai tre grandi capitoli: informazione, divulgazione culturale e spettacolo. Il palinsesto dei programmi sarà il risultato della ripartizione di questi diversi tipi di trasmissione nell’arco di ciascuna giornata e dovrà tener conto delle categorie di pubblico più frequentemente disponibili in ore determinate nonché delle preferenze delle diverse categorie, accertabili mediante ricerche di vario tipo.

10.2 La tecnica di ripresa e di montaggio.
La tecnica di ripresa di un intrattenimento o di uno spettacolo si attesta ben presto su una linea abbastanza definita e costante: l’azione o la situazione vengono allestite in uno studio televisivo, analogo a quello cinematografico, e sono riprese contemporaneamente da due o più telecamere. Durante la preparazione, o durante le prove, il regista predispone la situazione di ripresa e assegna alle diverse telecamere particolari compiti, movimenti, obiettivi, inquadrature, ecc.
Nel corso della ripresa le immagini delle varie telecamere giungono sugli schermi televisivi (monitor) della sala regia e il regista seleziona dal banco mixer l’immagine che andrà in onda (o in registrazione), alternando le varie immagini fra loro e realizzando così una sorta di montaggio in diretta. Tale schema di lavoro resta tuttora valido per le numerose realizzazioni in diretta o dal vivo, anche se oggi la costruzione di un programma televisivo è suscettibile di un’elaborazione più raffinata grazie all’adozione di sistemi di registrazione e di postproduzione. Ricordiamo che l’ editing o montaggio in post-produzione, cioè l’apparecchiatura che rende possibile il montaggio del nastro registrato, raggiunge una tecnica affidabile e sofisticata non prima degli anni Settanta (nel 1963 l’AMPEX aveva proposto la sua prima unità di montaggio elettronico, la EDITEC).

10.3. Televisioni nazionali e predominio statunitense.
Ma già alla fine degli anni Cinquanta le varie t. nazionali operanti giungono, attraverso percorsi paralleli e indipendenti, all’individuazione di proprie formule e generi che tengano conto delle singole culture e tradizioni. Mentre per esempio l’inglese Bbc eccelle nella produzione di programmi di divulgazione culturale (educational), documentaristica scientifica, drammaturgia in versione ‘piccolo schermo’, l’Italia sviluppa il settore del romanzo sceneggiato, della rivista di varietà e dell’inchiesta storica, e gli Stati Uniti portano avanti la produzione di programmi seriali ad altissimo numero di puntate.
Differenziazioni ‘nazionali’ che, dagli anni Settanta in poi, verranno via via annullate per il prevalere sul mercato internazionale dei programmi statunitensi, replica di un fenomeno che si era verificato nel cinema attorno agli anni Trenta e Cinquanta: l’America offre programmi di basso costo, di livello qualitativo medio, basati su standard narrativi facilmente recepibili a tutte le latitudini. Così, mentre la Tv conquista nuovi spazi e crea veri e propri eventi, il ventaglio delle proposte e delle formule sembra ridursi drasticamente.
La possibilità di commutare a distanza i vari canali sul televisore, grazie al telecomando, scatenerà poi una vera e propria caccia all’ascolto (audience) – per favorire e incrementare la vendita degli spazi pubblicitari – e un’ulteriore omologazione dei programmi che, data la velocità d’escursione fra i vari canali (zapping), dovranno essere immediatamente riconoscibili e in grado di catturare l’attenzione in una frazione di tempo, dunque standardizzati secondo codici fissi e ripetitivi.

10.4. L’attualità, la diretta.
Accanto ai programmi di divulgazione o di spettacolo, una fascia sempre più rilevante viene occupata dall’informazione o, in generale, dall’attualità, dalla ‘diretta’: la diffusione di grandi avvenimenti sportivi o agonistici, la politica, i fatti della vita, della cronaca, le sciagure, le guerre...
La facoltà di consentire a un vasto pubblico di seguire grandi avvenimenti in diretta, che sembrano acquistare rilevanza maggiore proprio per il fatto di essere telediffusi ( Media events), ha cagionato una profonda rivoluzione del costume. Nel 1960 il duello fra Nixon e Kennedy per l’elezione alla Presidenza degli Stati Uniti venne risolto a favore del secondo grazie anche – o ‘soprattutto’ secondo alcuni – alla sua maggiore telegenia. Il 22 novembre del 1963 i telespettatori americani assistono in diretta all’assassinio del loro Presidente e due giorni dopo a quello del suo presunto assassino. Nel 1965, per la prima volta, l’umanità vive una guerra ‘in diretta’ – quella del Vietnam – attraverso le immagini televisive. Il 21 luglio del 1969 si assiste, sempre in diretta, allo sbarco di Neil Armstrong ed Edwin Aldrin sulla superficie lunare: eventi mediali destinati a moltiplicarsi negli anni successivi.

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Come citare questa voce
Castellani Leandro , Televisione - C. Teorie, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (21/06/2024).
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