Teorie psicologiche della comunicazione

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Con l’avvento dei media elettronici nel sec. XX la natura della comunicazione di massa è cambiata radicalmente. Di tutti i media elettronici, la televisione negli ultimi 50 anni è probabilmente quello che ha più profondamente trasformato la vita quotidiana delle persone. Anche gli altri media, come la radio e la stampa, sono cambiati con l’arrivo della televisione. Non solo è cambiato il nostro modo di trascorrere il tempo libero, ma anche il modo in cui pensiamo e vediamo il mondo.
Sin dagli inizi del sec. XX, questi effetti sulle nostre facoltà di percezione e cognizione hanno originato diverse teorie psico-sociologiche che possiamo raggruppare in tre grandi filoni: 1) le teorie dell’influenza diretta; 2) le teorie degli effetti limitati; 3) le teorie degli effetti indiretti e a lungo termine.

1. Teorie dell’influenza diretta

La teoria per eccellenza dell’influenza diretta è la teoria del proiettile magico, molto popolare tra il 1914 e il 1940 (magic bullet theory, detta anche hypodermic needle theory, teoria dell’ago ipodermico). L’idea di base è che i messaggi mediali sono ricevuti dal pubblico in maniera uniforme e che da tali stimoli derivano reazioni dirette. Il richiamo è a Charles Darwin e alla sua ‘teoria dell’istinto’. La natura dell’uomo è essenzialmente uniforme (con una libido ereditata biologicamente) e dominata da processi emotivi e irrazionali. Questa visione della natura umana, uniforme e molto emotiva, unita all’idea dell’ordine sociale come società di massa, dà alla teoria del proiettile magico, basata su meccanismi istintivi S-R (stimolo-risposta) e sulla convinzione che i media siano molto potenti, una propria coerenza interna, radicandola nella psicologia e nella sociologia dell’epoca.
Anche Freud parla delle dinamiche mentali guidate dai due istinti fondamentali della vita e della morte e della condotta umana guidata dall’istinto naturale della gratificazione sessuale. Le idee di Freud e di Darwin portano alla negazione delle differenze individuali: il comportamento umano è essenzialmente irrazionale, guidato dagli istinti naturali e quindi facilmente prevedibile.
L’enorme impatto della propaganda politica durante la prima guerra mondiale e nei due decenni successivi sembrò dimostrare pienamente la validità di queste idee e l’esperienza dei regimi comunista, nazista e fascista ne apparve come prova schiacciante. Del resto anche la pubblicità cominciava in quegli anni a dare profitti senza precedenti ai produttori di beni di consumo.
Nonostante tutto, però, la radio, i giornali e le riviste continuano a essere considerati potenziali strumenti per una nuova democrazia; inoltre nuovi sviluppi nel campo della psicologia e della sociologia cominciano a mettere in discussione i presupposti su cui era fondata la teoria del proiettile magico. Negli USA le ricerche empiriche condotte – dagli anni Quaranta – nell’ambito di queste due discipline modificano il vecchio modello S-R, condizionando anche la riflessione degli studi sui media. Una modifica della teoria del proiettile magico è stata introdotta dalla ‘teoria del proiettile d’argento’ elaborata da Wilbur Schramm. Secondo questa teoria, l’effetto desiderato, se diretto a obiettivi specifici, è certamente raggiunto. Anche questa teoria è basata sugli studi relativi alla propaganda bellica e non tiene conto dello spettatore come agente attivo; ignora, inoltre, il ruolo della comunicazione interpersonale. Per prendere una decisione tendiamo, infatti, a consultare altre persone. La teoria del ‘flusso a due fasi’ (Two-step flow of communication) di Katz e di Lazarsfeld, l’importanza dei ‘leader di opinione’ (Opinion leader) e il concetto di ‘selezionatore’ (Gatekeeper) derivano proprio da questa tendenza.

2. Gli effetti limitati

La teoria dell’istinto di Darwin e la psicoanalisi di Freud non sono le uniche spiegazioni offerte dalla psicologia agli inizi del sec. XX. In effetti, mentre queste teorie erano ancora in auge, la ricerca empirica si muoveva in direzioni diverse. Alcuni studiosi propongono l’ipotesi che le caratteristiche individuali non siano il semplice risultato di una natura biologica ereditata. L’ambiente e il contesto sociale svolgono un ruolo molto importante nel determinare i tipi d’azione degli individui. Edward L. Thorndike e B. F. Skinner sviluppano negli USA la teoria dell’apprendimento. Nel frattempo Ivan Pavlov in Unione Sovietica comincia a sperimentare il suo metodo dell’apprendimento condizionato. Skinner e Pavlov dimostrano che gli animali possono essere portati a imparare nuovi modi di comportamento che non sono stati ereditati geneticamente. Thorndike e Skinner definiscono il concetto di ‘rinforzo positivo’, secondo cui la motivazione è essenziale per facilitare l’apprendimento del nuovo. Come si vede, la discussione si sposta lentamente dagli stimoli basati sul determinismo biologico a fattori ricevuti dall’ambiente, in grado di motivare il soggetto ad agire in un certo modo.
La conseguenza di questo spostamento della ricerca psicologica e sociologica condiziona il dibattito sugli effetti dei media. Gli studiosi cominciano a sostenere che i mass media non influenzano in maniera diretta il comportamento delle persone, ma piuttosto creano l’ambiente sociale in cui esse apprendono come comportarsi. Pertanto non si tratta più di un meccanismo diretto S - R, proprio perché i media agiscono sulla struttura cognitiva degli individui. Di conseguenza, la loro efficacia sarà diversa secondo il background, l’età, il sesso, l’educazione ecc. di ciascun individuo, e non è possibile prevedere effetti uniformi e stabili. Queste considerazioni rendono molto importanti due idee.
Gli studi sull’apprendimento e sulla motivazione rivelano la centralità del concetto di atteggiamento, elaborato negli anni Venti da W. I. Thomas e F. Znaniecki (1927) e considerato da Allport della massima importanza per la psicologia sociale contemporanea. Le funzioni principali svolte dall’atteggiamento sono tre: la funzione cognitiva (comprensione del messaggio e invito a dare un giudizio sul suo valore), la funzione tonica (influenza iniziale e continuità di comportamento), la funzione regolatrice (che esercita un effetto unificante sugli stimoli e sulle reazioni dell’individuo e lo porta a scegliere un certo tipo di comportamento). Sulla base di questa relazione tra atteggiamenti e comportamenti gli studiosi pensano che gli individui – sottoposti a messaggi persuasivi – possano essere indotti a cambiare i loro atteggiamenti e che questo cambiamento, a sua volta, li porterà ad assumere il comportamento desiderato o ad acquistare un dato prodotto.
Nella pubblicità e nel marketing sono usate ancora oggi tecniche simili, ma è molto difficile stabilire delle strategie precise per portare al cambiamento d’atteggiamento nelle persone.
Con la teoria della ‘valutazione sociale’, Carl Hovland cerca di dare una valutazione degli atteggiamenti degli individui. Le sue ricerche hanno documentato che, nel momento in cui si riceve un messaggio, si possano sviluppare due opposti atteggiamenti: un effetto di contrasto quando l’individuo ritiene che il messaggio non lo riguardi (o sia al di fuori della sua esperienza personale) e un effetto di assimilazione quando l’individuo lo ritiene importante e personalmente interessante. Un messaggio può essere quindi persuasivo nella misura in cui è assimilato, e cioè giudicato personalmente importante dal soggetto. In questo processo di assimilazione Hovland parla di quattro livelli di elaborazione psicologica:
a) il messaggio deve riuscire a catturare l’attenzione del recettore: i messaggi ignorati non possono essere persuasivi;
b) il messaggio deve essere capito dal recettore;
c) il messaggio assimilato deve essere accettato dal recettore come vero e importante: i messaggi persuasivi devono essere presentati in maniera tale da essere facilmente ricordati dal recettore quando si appresta a fare un acquisto, specie quando ha dinanzi diverse possibilità di scelta;
d) il messaggio persuasivo deve dare uno stimolo concreto all’adozione di un nuovo comportamento o all’acquisto di un dato prodotto. (Persuasione)

3. Influenza indiretta ed effetti a lungo termine

Il massimo contributo delle teorie degli effetti limitati è stato quello di spostare l’attenzione dei ricercatori verso le differenze individuali dei consumatori di media. Ma anche le teorie degli effetti limitati sono incomplete perché trattano gli effetti dei mass media in maniera frammentaria, episodica e a breve termine. I mass media devono essere invece considerati come agenti di socializzazione degli individui che agiscono a lungo termine.
Per socializzazione degli individui si intende il processo attraverso cui un giovane membro di una società, tribù o gruppo viene introdotto alle tradizioni, usi e costumi, comportamenti e aspettative di quella società o gruppo. La famiglia, gli anziani e la Chiesa sono stati a lungo i soli agenti di socializzazione, ruolo che oggi, secondo molti, è stato assunto dai mass media, considerati come una sorta di super-agenti di socializzazione. Altri sostengono che i mass media diffondono valori che contraddicono l’universo valoriale esistente. E’ in questo contesto che si sono affermate la ‘teoria della coltivazione’ di George Gerbner e la ‘teoria del modellamento’ di Albert Bandura.

3.1. La teoria della coltivazione.
Tra le teorie degli effetti a lungo termine, questa è probabilmente una delle più documentate e studiate. Il suo presupposto di base è che, tra i mass media moderni, la televisione ha acquistato un tale ruolo centrale da dominarne l’universo simbolico, sostituendo l’esperienza personale e le altre forme di conoscenza del mondo con i suoi messaggi distorti sulla realtà. Gerbner descrive la televisione come il braccio culturale dell’ordine industriale stabilito e la sua funzione è innanzi tutto quella di "mantenere, stabilizzare e rafforzare le idee e i comportamenti piuttosto che cambiarli". Questo concetto è vicino alle posizioni della Scuola di Francoforte e dell’analisi marxista. Possiamo formulare l’ipotesi centrale di questa teoria come segue: la visione assidua della televisione porta gradualmente all’adozione di idee sulla natura del mondo sociale che si conformano alla visione stereotipata, distorta e parziale rappresentata nei programmi televisivi. In altre parole, l’azione di questo processo di coltivazione è graduale e cumulativa e implica, prima di tutto, l’apprendimento e successivamente la costruzione di una visione della realtà sociale basata su proprie esperienze personali di vita e razza, genere, status sociale e economico, ecc., e sull’appartenenza a un certo gruppo di riferimento. Viene anche preso in considerazione il processo di interazione che si instaura tra l’audience e i messaggi mediali.
Secondo questa teoria, i mass media non sono né finestre né semplici immagini del mondo, ma una forma del mondo stesso. La televisione costruisce un ambiente simbolico, coerente e totalizzante, che a sua volta fornisce norme di comportamento e idee su un’ampia varietà di situazioni di vita quotidiana.
Per studiare gli effetti dei mass media, Gerbner e suoi collaboratori hanno messo a punto il cosiddetto Progetto degli indicatori culturali. Questo paradigma di ricerca comprende tre elementi: 1) l’analisi istituzionale, che studia i processi istituzionali che sottostanno alla produzione dei messaggi televisivi; 2) l’analisi del messaggio, che studia le immagini televisive; 3) l’analisi della ‘coltivazione’, che studia la relazione tra l’esposizione ai messaggi televisivi e le idee e i comportamenti dell’audience.
Questa teoria è stata avvalorata dai risultati di molte ricerche, anche se non vi è stata alcuna prova decisiva della relazione tra esposizione alla televisione e idee sulla realtà sociale dei telespettatori. La televisione può insegnare molte cose sul mondo e la relazione fra le due cose (televisione e realtà) è, di fatto, reciproca. In breve, il consumo dei mass media (e in particolare della televisione) porta alla costruzione di una certa realtà sociale, ma al tempo stesso la realtà sociale può condizionare il modo in cui si consumano i mass media.

3.2. La teoria dell’apprendimento sociale.
Albert Bandura ha elaborato la teoria psicologica della comunicazione conosciuta come ‘teoria del modellamento’. Egli ritiene che la formula di apprendimento ‘prova-errore’ della teoria classica sia insufficiente. Se, infatti, dovessimo apprendere tutto secondo questa formula, saremmo esposti a rischi inutili e alle loro conseguenze negative. Invece, fortunatamente per noi, impariamo anche osservando gli altri. Bandura è convinto che gli esseri umani cambiano attraverso il coinvolgimento in esperienze vicarie.
La ‘teoria dell’apprendimento sociale’ è una teoria sull’apprendimento in generale, che Bandura applica alla comunicazione di massa e agli effetti dei media. Egli, studiando in particolare il tema della violenza, sostiene che i bambini e gli adulti apprendono atteggiamenti, reazioni emotive e nuovi stili di condotta attraverso i modelli presentati dalla televisione e dal cinema. A dimostrazione di ciò Bandura ha prodotto i risultati di una serie di ricerche che provano la presenza di quest’opera modellizzante, almeno negli esperimenti controllati. Secondo questa teoria, perché tale opera possa accadere – nel caso specifico il comportamento violento – devono verificarsi tre circostanze nel rapporto causale che lega la violenza televisiva alla violenza nella vita reale: l’attenzione, la ritenzione e la motivazione.
a) Attenzione. I produttori dei mass media sono molto esperti nel catturare l’attenzione del loro pubblico. Bandura afferma che la violenza televisiva attira i telespettatori perché viene presentata in maniera positiva, come una cosa semplice, chiara, sempre presente, utile. Viene capita da tutti e a volte non richiede nemmeno le parole. In certi programmi per bambini, ad esempio, per evitare possibili confusioni, i buoni indossano dei cappelli bianchi. Il comportamento violento viene esaltato dai mass media, mentre comportamenti positivi per la società come la comunione di intenti, il controllo dell’ira, la solidarietà sembrano piuttosto scialbi, se confrontati con le soluzioni violente proposte da certi personaggi mediali. Gli atti di violenza nei programmi televisivi quotidiani sono dominanti e in continua crescita (secondo le ricerche condotte da Gerbner l’indice di violenza è molto alto, infatti l’80% dei programmi del prime time televisivo contiene scene violente). Anche Bandura, come Gerbner, ritiene che l’invenzione del videoregistratore abbia aumentato la possibilità di assistere a programmi violenti. Un altro punto importante sottolineato da Bandura è che i media presentano la violenza come un atto utile a risolvere i problemi presto e in maniera efficiente. La violenza diventa una vera e propria strategia di vita. Oltre che utile, la violenza appare positiva. Le telecamere presentano personaggi attraenti, abituati a risolvere i loro problemi con la violenza. Quando una star affascinante, per liberare la vittima di turno, compie gli atti più esecrabili nei riguardi del cattivo criminale, quest’aggressione appare come un atto positivo.
b) Ritenzione. Il secondo elemento necessario al verificarsi del processo di modellamento è la ritenzione. Bandura sostiene che, guardando certi modelli, noi apprendiamo nuovi comportamenti senza averli mai praticati o averne subito un effetto personale diretto. L’azione così appresa può rimanere latente a lungo e ritornare alla mente in futuro. Gli eventi vengono immagazzinati nella nostra mente in due modi: attraverso le immagini visive e i codici verbali. Un fan di Clint Eastwood può avere un ricordo molto preciso dell’attore che tiene in mano una Magnum 45. La ritenzione mentale di questa visione fa sì che, allorché se ne dovesse presentare il bisogno nella vita reale, egli saprà come tenere un revolver in mano. Quest’apprendimento vicario diventa ancor più incisivo quando lo spettatore si rende conto di certi accorgimenti tecnici: bisogna tenere l’arma con entrambe le mani proprio come fa Clint Eastwood; non bisogna strattonare il grilletto ma premerlo lentamente ed è meglio mirare un po’ più in basso per compensare l’eventuale spinta all’indietro causata dallo lo sparo. Come si vede, il modellamento è più di una semplice imitazione. La memoria manterrà l’azione, imparata in questo modo, disponibile per ogni evenienza futura.
c) Motivazione. Bandura usa il termine motivazione per riferirsi alle ricompense e punizioni che accompagnano l’uso della forza fisica. Siamo motivati ad agire violentemente se crediamo di potercela cavare. Così, mentre l’omicidio di un nemico può apparirci rischioso, il lancio di sassi da un cavalcavia sembra più sicuro, perché c’è qualche probabilità in più di evitare l’arresto; si avrà poi riconoscenza eterna da parte di un amico se si dà un pugno al delinquente che lo sta infastidendo. Se quindi i genitori e gli insegnanti – sostiene Bandura – puniscono immediatamente i comportamenti violenti dei ragazzi, la motivazione necessaria per imitare gli atti di violenza dei personaggi dei media verrà a mancare. Se invece si continua a dare loro amore e approvazione incondizionati, una tale scelta educativa incoraggia la crescita di piccoli tiranni. Per questo Bandura è più preoccupato dal comportamento violento dei personaggi buoni che da quello dei cattivi.

La tesi della teoria banduriana secondo cui la violenza rappresentata incoraggia la violenza reale è stata perfettamente dimostrata durante gli esperimenti in laboratorio, dove le variabili rimangono costanti, mentre nella vita reale essa ha avuto una verifica più difficile. C’è comunque qualcosa di significativo in questa tesi, dal momento che essa ci aiuta a spiegare, per esempio, perché al suicidio di personaggi famosi come Marylin Monroe, Janis Joplin, Ernest Hemingway, John Belushi, ecc., sia seguita una netta crescita di suicidi negli USA. Ci aiuta anche a chiarire perché omicidi politici come quello di John Fitzgerald Kennedy, Martin Luther King Jr., Malcom X ecc. si siano verificati a breve distanza l’uno dall’altro. Allo stesso modo, un gran parlare di dirottamenti aerei e di rapimenti terroristici non farà che aumentare la violenza politica.
La teoria del modellamento contribuisce a spiegare anche gli effetti antisociali della pornografia, perché dimostra che gli uomini continuano a coltivare il ‘mito dell’abuso’ nonostante l’evidenza lampante che le donne si sentono oltraggiate e disturbate dall’idea stessa della prevaricazione sessuale. La rappresentazione pornografica di donne rapite e portate all’estasi sessuale dai loro aguzzini incoraggia gli uomini a mantenere il vecchio pregiudizio secondo cui le donne, segretamente, amerebbero essere prese con la forza.
Bandura non afferma che la televisione sia la sola fonte da cui gli individui traggono modelli e indicazioni comportamentali. Tuttavia è innegabile – egli sostiene – che i mass media propongono modelli da imitare che diventano un importante ingrediente nel bagaglio formativo di ciascuno di noi.

3.3 La teoria dello schema.
A differenza delle teorie citate sinora, la ‘teoria dello schema’ si interessa al modo in cui viene elaborata l’informazione. Si tratta di un paradigma cognitivo generale secondo cui gli individui sono attivamente impegnati a costruire significato. Essi non si limitano a immagazzinare e a richiamare alla memoria l’informazione che ricevono dai media, ma piuttosto la modificano secondo le idee loro e del contesto in cui avviene la ricezione. Per esempio, esiste un’interazione costante tra il contenuto di un programma che seguiamo in televisione e la conoscenza che abbiamo già del mondo. Come afferma Hoijer (1989), la nostra mente reagisce a ciò che vediamo e i pensieri così elaborati diventano una parte importante del nostro processo di comprensione. Ciò che guida in larga parte tale processo e ogni ulteriore ricordo dell’informazione è stato chiamato ‘schema’ (Brewer & Nakamura, 1984; Rummelhart, 1980; Thorndike 1984). Uno schema può essere visto come un modello (Baddeley, 1976) o un mini-sistema (Phillips, 1981) attraverso il quale interiorizziamo, strutturiamo e traiamo senso da un evento. Questo termine viene usato per spiegare come i modi già esistenti di comprendere o di strutturare le esperienze sono usati per affrontare una nuova situazione. Tutto ciò che è nuovo viene adattato a ciò che è già familiare. In altre parole, il concetto di schema si riferisce alle strutture cognitive che organizzano la nostra memoria di eventi e persone. Si tratta di un costrutto generale che agisce su tutte le forme di informazione, a prescindere dal modo – visivo o sonoro, linguistico o non linguistico – in cui vengono proposte. Questi schemi mentali sono basati sulle esperienze passate. Di conseguenza, nel processo di elaborazione dell’informazione è probabile che si vada al di là dell’informazione effettivamente presentata e che si facciano delle supposizioni sulle persone o eventi che sono congruenti con i nostri schemi precostituiti. Tali schemi possono agire anche come pregiudizi. (Stereotipo)
Un’altra cosa da ricordare è che molti di questi schemi sono culturalmente specifici e possono portare gli individui di culture diverse a interpretare diversamente la stessa cosa. Proprio per questa ragione i produttori dei programmi destinati al pubblico internazionale devono avere un’attenta considerazione di questo elemento.
La tendenza a adattare tutte le nuove informazioni agli schemi mentali precostituiti può causare, a volte, la distorsione dell’informazione originale o persino la perdita di certi suoi elementi importanti. Riferendosi allo sviluppo cognitivo, Piaget definisce gli schemi come rappresentazioni simboliche assimilate all’interno di un dato sistema intellettuale. Gli schemi complementari possono essere organizzati all’interno di una struttura coerente o mappa mentale. Con il crescere della struttura cognitiva o con l’apprendimento di nuovi eventi e relazioni, gli schemi originali si vanno modificando. Nel caso dei mass media, l’attivazione di uno schema nella mente dei membri dell’audience può essere suscitata da un’informazione particolare del programma che stanno vedendo o dell’articolo che stanno leggendo. Può essere suscitata anche da una particolare caratteristica formale del medium come i flashback, il montaggio, o il replay istantaneo. I bambini sono spesso incapaci di capire queste convenzioni e quindi tendono a interpretare letteralmente il contenuto (considerando, per esempio, un flashback o un replay istantaneo come continuazione dell’azione).

3.4. Lo script narrativo.
Il termine script si riferisce al copione o anche alla struttura narrativa di base delle storie. Almeno nella cultura occidentale, tutte le storie seguono uno script narrativo che viene appreso sin dalla più tenera età quando i bambini le ascoltano dai genitori. Tutte le storie sono composte di episodi, ognuno dei quali contiene un’esposizione, una complicazione e una risoluzione. In altre parole, prima vengono introdotti i personaggi e l’ambientazione (esposizione), poi insorgono dei problemi o degli ostacoli (complicazione) che vengono alla fine risolti (risoluzione). Tutte le favole per bambini cominciano con il famoso "C’era una volta...". Le storie degli adulti seguono invece uno schema un po’ più complesso ma con elementi sempre ricorrenti. Per esempio, un problema può essere introdotto prima ancora che l’esposizione iniziale sia completata, o ancora ci possono essere due sotto-episodi nella risoluzione di un episodio più ampio. Anche la fiction televisiva e i romanzi si basano su uno script narrativo preciso che aiuta nella comprensione della vicenda narrata, come pure i programmi per bambini e le sitcom. Queste ultime in particolare presentano uno script narrativo a volte alquanto complicato con due sotto-episodi intrecciati, ognuno dei quali ha una propria struttura. Le nostre capacità di elaborazione dell’informazione vengono certamente accresciute dall’uso degli schemi. Meadowcroft e Reevers (1989) hanno rilevato che i bambini già a sette anni hanno capacità di schematizzazione ben sviluppate e che tali capacità portano a una migliore memoria del contenuto della storia centrale, a una riduzione dello sforzo di elaborazione e a una maggiore flessibilità nelle strategie di attenzione-allocazione. I serial televisivi e le soap opera solitamente mantengono l’attenzione del loro pubblico troncando il racconto, lasciandone così sospesa la conclusione. Poiché abbiamo in mente un nostro script narrativo, questo ci fa provare un senso di incompletezza che ci porta a tornare a vedere la puntata successiva il giorno o la settimana dopo per trovare la risoluzione. Questa è stata una strategia vincente nella storia del prime time televisivo. Per esempio, nei primi anni Ottanta gli spettatori di Dallas furono lasciati ad aspettare un’intera stagione prima di scoprire "chi ha sparato a J.R.?". Anche la pubblicità televisiva ricorre spesso allo script narrativo. Per esempio, un giovane è pronto per uscire con una ragazza (esposizione) ma, ahimè, scopre "un anello di sporco attorno al collo della sua camicia" (complicazione). Ed ecco che la sua mamma e il suo incredibile detersivo vengono in suo aiuto lavandogli la camicia in tempo per l’appuntamento (risoluzione). La nostra familiarità con certe strutture narrative di base ci fa capire anche i messaggi commerciali di pochi secondi, e questo è un notevole vantaggio per i pubblicitari.

4. Conclusione

Possiamo affermare che il significato che un messaggio mediale assume, a livello sia emotivo che cognitivo, dipende da come quest’informazione viene elaborata durante la nostra esperienza di interazione con il medium. Tutte le teorie di cui abbiamo parlato hanno qualcosa di utile da dire a proposito della formazione del significato e delle sue conseguenze. Esse vanno viste in maniera complementare e non reciprocamente esclusiva.

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Note

Come citare questa voce
Purayidathil Thomas , Teorie psicologiche della comunicazione, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (27/09/2020).
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