Immaginario

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1. Definizione

Il concetto di i. è centrale per capire la logica di funzionamento dei media, le pratiche dei suoi addetti, le critiche dei critici, gli atteggiamenti e i comportamenti delle audiences. Per avviare la discussione su questo controverso concetto conviene partire dalle definizioni che si possono trovare nei dizionari più diffusi della lingua italiana di termini come i., reale e realtà. Prendiamo due dizionari: il Gabrielli (A. Gabrielli, Grande dizionario illustrato della lingua italiana, Mondadori, Milano 1989) e il Devoto-Oli (Vocabolario della lingua italiana, Le Monnier, Firenze 1979).
Per quanto riguarda i., il Gabrielli riporta tre distinti significati: quello matematico (il numero i.); quello sociologico, l’i. collettivo, "il complesso patrimonio collettivo di simboli, miti e rappresentazioni fantastiche che caratterizzano una civiltà, un periodo storico, un popolo"; quello ordinario, "che è solo effetto dell’immaginazione, della fantasia, della mente" e fornisce quattro esempi, "le sue ricchezze sono soltanto immaginarie", "i personaggi del dramma sono immaginari, ma foggiati sulla realtà", "malattie immaginarie", "malato immaginario". Il Devoto-Oli riporta due soli significati: quello matematico e quello ordinario, "privo di fondamento o corrispondenza con la realtà" e fornisce due esempi, "mostri immaginari" e "timori immaginari".
Per quanto riguarda ‘reale’ e ‘realtà’, il Gabrielli riporta sei significati per reale e tre per realtà mentre il Devoto-Oli ne riporta quattro per reale e due per realtà.
‘Reale’, come aggettivo, è per il Gabrielli ciò "che è, che esiste effettivamente, vero, effettivo, non apparente, non immaginario" e per il Devoto-Oli ciò "che ha effettiva esistenza, contrapposto a possibile in quanto esprime attualità ... a ideale, illusorio, immaginario in quanto implica concretezza oggettiva ... ad apparente in quanto postula contenuti effettivamente esistenti". ‘Reale’, come sostantivo maschile è riportato nel solo Gabrielli, "ciò che è reale, che esiste in effetto, realtà". I significati di ‘reale’ nel lessico matematico, giuridico ed economico, riportati con qualche differenza da entrambi i dizionari, rafforzano i significati forti già esplicitati. Nel Gabrielli, infine, si riporta un significato di reale in uso nel lessico popolare toscano nell’accezione di "leale, schietto, sincero, autentico". ‘Realtà’, come concetto astratto, è per il Gabrielli "qualità di ciò che è reale, vero, non immaginario" e per il Devoto-Oli "concetto fondamentale che esprime in compendio la natura e la condizione di ciò che è ed esiste". ‘Realtà’, in concreto, è per il Gabrielli "ciò che è reale, la cosa reale" e per il Devoto-Oli "ogni cosa reale o la somma di tutte le cose reali"; gli esempi che sia l’uno sia l’altro dizionario forniscono rafforzano il senso attribuito alla realtà in contrapposizione all’i.: "apprezzare la realtà di un fatto", "sogni, fantasie lontanissime dalla realtà della vita", "dovette chinarsi alla forza della realtà", "non è apparenza ma realtà", "prima era un sogno, ora è una realtà", "la realtà della vita", "fare i conti con la realtà", "il senso della realtà", "possibilità che divengono realtà", "la realtà romanzesca". Il Gabrielli, inoltre, riporta la locuzione avverbiale "in realtà" con i significati di "realmente, in verità, effettivamente, veramente, davvero".

2. Reale e i.

Ciò che maggiormente colpisce in questa definizione è la nettezza delle contrapposizioni tra ‘reale’ e ‘i.’, la concretezza del reale rispetto all’astrattezza e all’evanescenza dell’i. Inoltre, mentre ‘reale’ e ‘realtà’ sono associati a parole rafforzative della loro esistenza (‘vero’, ‘effettivo’, ‘forza’, ‘senso’, ‘vita’, ‘esiste’, ‘è’), l’i. è associato a parole usate in accezioni negative (‘privo di fondamento’, ‘mostri’, ‘timori’, ‘illusorio’, ‘apparente’, ‘sogni’, ‘fantasie’). L’accezione di reale in uso nel lessico popolare toscano – ‘leale, schietto, sincero, autentico’ – accentua l’impressione che tali definizioni offrono di un’adesione a una concezione positivistica della ‘realtà’ considerata come l’unica autentica. Tale impressione è a mala pena temperata dall’associazione a i. di parole come ‘possibile’ e ‘ideale’.
Se i vocabolari possono essere assunti come indicatori di senso comune, sarebbe diffusa nella cultura italiana, allo stato ingenuo e inconsapevole, l’idea di una totale polarità tra realtà e i., per lo meno a livello del singolo individuo.
Uno dei due vocabolari riporta una definizione di "i. collettivo" sostanzialmente corretta e polare rispetto a quella di i.: "il complesso patrimonio collettivo di simboli, miti e rappresentazioni fantastiche che caratterizzano una civiltà, un periodo storico, un popolo". L’i. collettivo individua, dunque, una realtà empiricamente circoscrivibile; una realtà che, infatti, quasi quotidianamente viene evocata nel lessico giornalistico e politico correntemente in uso da una ventina di anni. Evocata, però, in modo allusivo e quasi sempre come proiezione dell’idea che lo scrivente ha in testa dell’i. collettivo; degli italiani, di solito. Quasi sempre per prendere le distanze, per stigmatizzarlo. L’i. collettivo degli italiani, cioè, viene evocato, nella polemica politica e giornalistica maggiormente diffusa in Italia, per alludere a ‘qualcosa’ di strano, tradizionale e irrazionale, sul quale fanno presa consumi e mode, personaggi e prodotti che divengono popolari contro l’opinione o il gusto degli intellettuali.
Nel campo italiano dei media e in particolare in quello giornalistico troviamo, dunque, un paradosso che in altri Paesi è meno visibile: una doppia negazione, sia della realtà sia dell’i. La realtà viene sostanzialmente negata da un discorso giornalistico – egemone in varie forme lungo tutta le storia post-unitaria – così poco sensibile all’ideale dell’ obiettività dell’informazione da ritenere che il giornalismo non possa non essere di parte, non possa che limitarsi a resoconti partigiani. Mentre l’i. viene implicitamente negato quando – e ciò accade molto spesso – si prende le distanze da tutto ciò che riguarda il contenuto dei media non riferibile all’informazione, unico prodotto nobile e degno di essere valorizzato dall’attenzione del pubblico, dei critici e degli studiosi. L’area dell’intrattenimento e del visivo, della fiction e della pubblicità – tutte aree riconducibili all’i. individuale e collettivo – vengono, infatti, stigmatizzate come fonti di disvalori, luoghi dell’irrazionale, ‘telenovele’ ripetitive e inutili, luoghi dello spettacolo e dell’evasione. Facendo proprie, in modo più o meno esplicito, le critiche vive al mondo dei media e della contemporaneità espresse in forma apodittica da Guy Debord (La società dello spettacolo) e da Neil Postman (Divertirsi da morire).

3. I. e comunicazione

Ma le cose non stanno come ciò che abbiamo scritto al punto precedente lascerebbe pensare. Anche se il concetto di i. è un concetto controverso, sul quale non esiste un corpus teorico condiviso dagli studiosi dei media e della comunicazione, è importante riflettere sull’area dei significati che a esso sono riconducibili. All’area dell’i., infatti, sono associabili – come in parte abbiamo già visto nelle definizioni dei vocabolari – termini come fantasia, desiderio, sogno, speranza,paura, illusione, ispirazione, immaginazione, fiducia, ideologia, mito, rito, intuizione, mentalità, vissuto, promessa, piacere, gioia, distrazione, divertimento, gioco, esperienza, arte, letteratura, racconto, romanzo, immagini, sentimenti, idee,culture, identità, simboli... tutti termini che richiamano alla mente aspetti importanti del mondo della vita, che sono entrati fin dall’inizio nella sfera di attenzione della filosofia e poi delle scienze umane e sociali, termini che hanno a che vedere con il mondo interno dell’essere umano e con il mondo sociale, termini che identificano oggetti psichici e sociali altrettanto importanti di quelli cosiddetti ‘reali’, identificati dalle scienze dure (dalla fisica alla biologia), dal positivismo volgare e dal senso comune, dal tecnologismo e dall’economicismo imperanti sull’incombente ‘società dell’informazione’ prossima ventura.
Termini tutti che hanno a che vedere con l’ultima nata delle grandi aree di ricerca delle scienze umane e sociali: l’area della comunicazione. Un’area di studi e di ricerche alla cui nascita stanno contribuendo – a partire soprattutto dagli anni Cinquanta del secolo XX – molte diverse discipline; senza che si sia ancora prodotta quella convergenza dei saperi che potrebbe portare alla costruzione di un paradigma universalmente accettato (Craig, 1999).
I termini che abbiamo elencato, come riconducibili all’area dell’i., contrapposta all’area della realtà fisica e biologica, possono essere riguardati da due punti di vista complementari: da un lato si riferiscono al mondo interno dell’essere umano, hanno a che vedere con la sua realtà psichica, dall’altro lato si riferiscono a modalità di apprendimento e di azione che oltrepassano la sfera della ragione, della scelta razionale, della consapevolezza.

4. L’i.: psicanalisi, antropologia, cultura di massa

È al lavoro pionieristico di Sigmund Freud (1856-1939), tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, che dobbiamo risalire, alla sua scoperta dell’inconscio e della fantasia infantile (Burgin, Donald e Kaplan, 1986), per trovare le radici del concetto di i. come di ‘qualcosa’ avente lo stesso statuto di realtà della realtà fisica.
È la nascita della cultura di massa, tra gli anni Venti e gli anni Trenta, intesa come originale invenzione di un costrutto culturale che impregna tutta la storia dei mass media fino alla fine del Novecento (e forse ben oltre), che dobbiamo richiamare, per capire la portata antropologica dell’intrattenimento ( Entertainment) nella vita quotidiana di un crescente numero di esseri umani (potenzialmente tutti) nella seconda metà del XX secolo (Bosshart, 1998). Un intrattenimento inteso come gioia e piacere, distrazione e divertimento, che attiva l’attenzione soggettiva degli esseri umani nel loro rapportarsi a tutti i tipi di media e soprattutto a quello finora più diffuso (la televisione) e a quelli emergenti (cellulari e computer). L’intrattenimento non riguarda solo il cinema o i programmi di varietà e di fiction della televisione ma riguarda tutti i tipi di media: dai libri ai giornali. Contrariamente a ciò che era stato inizialmente percepito (e che è stato caratteristico di una prima fase della società industriale) la diffusione della cultura di massa e dell’intrattenimento ha portato a una sempre maggiore interconnessione tra sfera pubblica e sfera privata, tra lavoro e tempo libero. Interconnessione che sempre più emerge a visibilità, man mano che ci allontaniamo dall’organizzazione del lavoro accentrata di tipo tayloristico e burocratico, per entrare nei nuovi ambiti della flessibilità e del decentramento della responsabilità.
La psicoanalisi e l’antropologia culturale (Turner, 1986), con i loro concetti di inconscio e di liminale ci hanno aperto la possibilità di mutare il nostro atteggiamento nei riguardi della realtà, facendoci percepire un altro territorio, un altro spazio: "lo spazio nel quale la fantasia presenta la messa in scena del desiderio". Il desiderio di altre possibili realtà, oltre i confini di una cultura intesa come routine quotidiana, come realtà immutabile, come cosa.
La cultura di massa, d’altra parte, ha modificato le culture popolari di un tempo, è diventata cultura popolare della contemporaneità e, nello stesso tempo, una via per costruire una realtà che va al di là della realtà quotidiana attivando un’immaginazione che aiuta e guida a oltrepassare i confini della datità del mondo sociale. Come già era successo nell’Ottocento, in ambiti sociali ristretti, con il romanzo, la messa in scena di una storia che è, insieme, racconto di un cambiamento e riflessione su quello stesso cambiamento.
Attraverso la via dell’i. veicolato dai media entra nella vita quotidiana della maggior parte delle persone la valorizzazione del soggettivo, del mondo interno della fantasia, dell’immaginazione e del desiderio, dei sogni e delle paure, delle illusioni e delle ideologie, delle emozioni e delle promesse. Un i. che, attraverso la televisione, diventa quotidiano (Bechelloni, 1984), non più relegato al momento della festa, negli spazi delimitati dalla ritualità collettiva (Rito).
Ecco, allora, che attraverso l’i. – sia quello incorporato nei testi dei media sia quello presente (e attivabile da quegli stessi testi) nell’inconscio individuale – si può far strada l’idea di un doppio statuto della realtà. Di una realtà che si rappresenta, si declina e si costruisce su due territori altrettanto ‘reali’: il territorio costituito e costruito dalla realtà fisica e biologica e dalle relazioni sociali faccia a faccia e il territorio costituito e costruito dall’i., dalle interpretazioni e dai simboli, dai sogni e dalle paure, dalle speranze e dalle ideologie. I due territori sono inestricabilmente interconnessi nell’esperienza di vita degli esseri umani che su di essi e attraverso di essi costruiscono le loro culture e le loro identità. Anche in assenza di consapevolezza. Anche in situazioni di soggettività ingenua che porta la maggior parte degli esseri umani a percepire il mondo sociale come se fosse ‘dato’, esterno e ‘naturale’.
Il fatto più clamoroso e sconvolgente della storia sociale della seconda metà del sec. XX è costituito proprio dall’irrompere dei mass media, attraverso la televisione, nella vita quotidiana di un numero sempre crescente di esseri umani. Tale irruzione ha sconvolto assetti secolari: rimescolando codici e linguaggi, rendendo quotidiane e familiari esperienze mediate del mondo, che erano state per secoli esperienze esclusive di poche e privilegiate élites. Rendendole quotidiane e familiari, la televisione ha reso popolari, apparentemente alla portata di tutti, esperienze che erano caricate di un’aura che le apparentava alla sfera del sacro.
I processi attivati dalla straordinaria e crescente mobilità di tutto ciò che è umano – le merci e le persone, i simboli e le idee – hanno dilatato la complessità sociale e la percezione soggettiva di tale complessità ‘costringendo’, di fatto, un numero sempre crescente di esseri umani a farsi carico della propria soggettività di persona e a fare i conti con il proprio i. e con l’i. degli altri, con l’i. collettivo.

Bibliografia

  • BECHELLONI Giovanni, L'immaginario degli italiani in BUONANNO Milly, Il reale è immaginario, Nuova ERI, Roma 1991.
  • BECHELLONI Giovanni, L'immaginario quotidiano, ERI, Torino 1984.
  • BOSSHART Louis, Media entertainment in «Communication Research Trends», 18 (1998) 3, pp.3-8 e 19-38.
  • BUONANNO Milly, I sogni e le paure, ERI, Torino 1988.
  • BUONANNO Milly, Il reale è immaginario, Nuova ERI, Roma 1991.
  • BURGIN Victor - DONALD James - KAPLAN Cora (eds.), Formations of fantasy, Routledge, London 1986.
  • CRAIG Robert T., Communication theory as a field in «Communication Theory», 9 (1999) 2, pp.119-161.
  • DEBORD Guy, La società dello spettacolo, Vallecchi, Firenze 1979.
  • GRANET Marcel - MANSS Marcel, Il linguaggio dei sentimenti, Adelphi, Milano 1994.
  • KLEINMAN Sherryl - COPP Martha A., Emotions and fieldwork, Sage, London 1993.
  • PASSERINI Luisa, L’Europa e l’amore. Immaginario e politica fra le due guerre, Il Saggiatore, Milano 1999.
  • PESCE Sara, Memoria e immaginario. La seconda guerra mondiale nel cinema italiano, Le Mani, Genova 2008.
  • POSTMAN Neil, Divertirsi da morire. Il discorso pubblico nell’era dello spettacolo, Longanesi, Milano 1985.
  • TURNER Victor, Dal rito al teatro, Il Mulino, Bologna 1986.

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Note

Come citare questa voce
Bechelloni Giovanni , Immaginario, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (15/12/2017).
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