Coro

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William Hogarth (morto nel 1764), Coro di Cantanti
È un gruppo di persone, che si esprimono insieme e in sincronia; lo possono fare attraverso il canto, la recitazione o anche, nel caso del dramma o di una azione scenica, compiendo dei movimenti, svolgendo così una funzione primaria, quando narrano l’evento, o secondaria quando esprimono la partecipazione allo stesso evento.
Nel linguaggio quotidiano il termine è spesso utilizzato per indicare i canti eseguiti insieme, all’unisono o a più voci, come anche le parti dell’opera lirica cantate dalla formazione dei cantanti, cioè dal c. polifonico. Pur essendo nato nel teatro, il termine è oggi più legato al canto e alla musica.
Nella storia del teatro, al c. viene riconosciuta una importanza fondamentale: secondo l’opinione più comune è proprio dal canto con il quale il c. dialogava con l’attore protagonista (introdotto quest’ultimo dal leggendario Tespi) che in Grecia sono nate sia la tragedia sia la commedia. Anche nel caso dell’Europa cristiana medievale, è dal c. – in questo caso liturgico – che nacque il teatro: i singoli personaggi del dramma infatti presero forma e identità a partire dal canto dialogato tra celebranti e c.
Nella tragedia greca antica il ruolo del c. era fondamentale, perché oltre alle parti affidate ai diversi personaggi (epejsodion), essa comprendeva delle parti recitate/cantate dallo stesso c. (stasimon). Il canto-recitazione era accompagnato dalla gestualità, dal movimento ritmico (la danza) e dal suono prodotto da strumenti musicali. Composto da dodici attori nel caso della tragedia (ventiquattro nella commedia), era sempre coordinato da una guida, il coreuta.
Già nel teatro antico greco è evidente una evoluzione del ruolo del c.: dal compito fondamentale che aveva nelle tragedie di Eschilo, nelle opere di Sofocle la sua presenza conservò un valore drammatico-narrativo, per limitarsi poi in Euripide a proporre un commento all’azione tragica, in forme di supplica, consiglio o avvertimento. Con l’ulteriore sviluppo del dramma dialogico – nei secoli successivi – il c. quasi scomparve o svolse parti che fungevano da intermezzo (è il caso della commedia latina). Il teatro medievale riprese il c. e gli affidò il ruolo di commentatore epico-moralista della vicenda rappresentata, a volte persino diviso in due parti, che dialogavano tra loro. Il teatro elisabettiano (per es. Shakespeare) limita il c. a un solo attore, che recita il prologo e l’epilogo dell’opera. Il teatro realista e naturalista rifiuta il c. per ragioni di verosimiglianza scenica.
Nel teatro del XX secolo, invece, il c. ritorna a svolgere ruoli significativi, soprattutto come espressione di un gruppo sociale o di un collettivo o come formula artistica unificante; così avviene nella commedia musicale e nel musical, dove il c. contemporaneamente recita, canta e danza, diventando vero protagonista sulla scena. Infine, le avanguardie teatrali non solo puntano sulla coralità delle loro performance, ma coinvolgono alla partecipazione anche il pubblico coordinato nell’insieme della coreografia.

Bibliografia

  • CARLSON Marvin, Teorie del teatro. Panorama storico e critico, Il Mulino, Bologna 1997.
  • DE ROMILLY Jacqueline, La tragédie greque, Quarige - Presses Universitaires de France, Paris 1970.
  • KITTO H. D. F., Greek tragedy. A literary study, Routledge, London 1990.

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Come citare questa voce
Lewicki Tadeusz , Coro, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (20/10/2019).
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