Dramma

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Eugène Ionesco, scrittore e drammaturgo francese di origini rumene. Uno dei maggiori esponenti del teatro dell’assurdo

1. Caratteristiche generali


Nel corso della storia della comunicazione umana si è sviluppata la particolare forma d’arte del d., che si concretizza nella rappresentazione ‘fisica’ di una storia. Da una parte la storia viene ‘rappresentata’, cioè resa visibile e udibile (anche se altri sensi possono essere coinvolti nella sua percezione, specialmente nelle rappresentazioni provocatorie del teatro moderno), dall’altra attraverso la storia vengono ‘comunicati’ contenuti, messaggi, filosofie. Inoltre il d. possiede una sua dimensione estetica che è composta da vari elementi appartenenti al linguaggio drammatico/teatrale di cui si servono coloro che lo realizzano nello spazio e nel tempo teatrale.
Il termine ‘dramma’ proviene dal verbo greco drao (agisco) e risale ai tempi di Aristotele. Il suo uso viene legato comunemente al testo drammatico nella sua realizzazione scenica; la storia non viene raccontata, ma resa attuale in maniera conflittuale dai personaggi coinvolti.
Già in epoca classica è stata introdotta la distinzione tra tragedia e commedia, intesi come i principali generi del d.; in entrambi i casi, comunque, la componente letteraria (sia per la prosa che per la poesia) dominava sull’azione scenica dell’attore;
Le varie epoche della storia del teatro presentano vari tipi di d. Si distinguono il d. antico (dove il fato domina l’azione drammatica e i personaggi rappresentano l’eterna lotta dell’uomo contro il destino); il d. liturgico (che tra tanti temi proposti si caratterizza soprattutto per la dialettica tra il Christus triumphans, il Re Pantocratore, e il Cristus patiens , l’uomo della Passione); il d. rinascimentale classico (più fedele alle tre unità aristoteliche – di tempo, di luogo e di azione – di quanto non fosse lo stesso d. antico); il d. elisabettiano (di cui quello shakespeariano è il più rappresentativo, dove il tragico viene mescolato con il comico e i luoghi e i tempi dipendono dalla fantasia dell’autore); il d. romantico (con la struttura che non si adatta alle regole classiche); il d. poetico (con la riscoperta della metaforadel simbolo, della polivalenza della parola). Oggi a tutto questo aggiungiamo le forme musico-letterarie (opera, operetta, musical, teatro-orchestra), musico-danzatorie (balletto classico, moderno) e varie forme di recitazione (il termine inglese performance) che esistono grazie all’azione dell’attore di fronte allo spettatore.

2. Componenti

Questi sono gli elementi costitutivi del d.:
– uno spazio specifico: oltre a essere una struttura fisica destinata alla realizzazione del d. (il palcoscenico), cambia di volta in volta secondo lo svolgimento e le necessità della storia;
– un tempo specifico, diverso da quello in cui avviene la rappresentazione, corrispondente allo sviluppo della storia, di cui subisce i cambiamenti;
– l’ attore (o gli attori) che – per mezzo di uno specifico lavoro fatto di azioni corporee e vocali – non presenta se stesso, ma il personaggio (o i personaggi) inventati dall’autore;
– gli spettatori: l’attore, in relazione con un ambiente fisico, rappresenta (recita) di fronte ad altre persone (ma anche a una sola persona), le quali, rimanendo loro stesse, senza assumere cioè un ruolo nel d., vi partecipano attraverso il loro seguire la storia in maniera intellettuale ed emotiva, con o senza l’approvazione sia dei singoli messaggi che del tenore globale del d.

3. D. come opera letteraria destinata al teatro

Dal punto di vista della componente verbale/letteraria, il d. assume una forma meglio definita a partire dal Settecento, quando le storie cominciano a rappresentare vicende di personaggi comuni, lasciando le figure eroiche della tragedia classica. In particolare con i drammaturghi Henrik Ibsen (1828-1906) e Anton Cechov (1860-1904) il d. diventa la forma artistica rappresentativa della società borghese europea. L’arte del comporre i d. acquista un proprio nome, ‘drammaturgia’, e l’autore teatrale diventa il ‘drammaturgo’.
Il termine drammaturgia non significa però solo ‘tecnica (o arte) del comporre testi drammatici’, ma anche ‘teorizzazione’ del lavoro del drammaturgo. Lungo i secoli sono nate varie poetiche teatrali, sempre in connessione con il pensiero filosofico, teologico e sociopolitico delle singole epoche.
La figura del drammaturgo, comunemente inteso come l’autore del testo drammatico, presenta una notevole evoluzione nel corso del tempo. Dall’autore-co-attore e realizzatore del d. come William Shakespeare (1564-1616) o Molière (1622-1673) si passa allo scrittore drammatico che, usando una tecnica letteraria particolare, mette a confronto i personaggi e i loro problemi.
Il teatro di prosa – il genere che privilegia il d. – nella sua storia conosce anche la figura del direttore letterario che è il responsabile dell’eventuale adattamento di un testo drammatico e della fedeltà all’idea del drammaturgo stesso.
La ‘parola’ acquista un posto di rilievo nell’insieme dei linguaggi che costruiscono la storia e i personaggi. Nel d. è il dialogo o il monologo che conduce la storia. Il dialogo può avere la forma semplice – solo due protagonisti – ma anche forme più complesse con vari personaggi presenti allo stesso tempo sul palco. Il monologo, che comunemente appartiene al personaggio-protagonista, può essere recitato in maniera diretta, come un discorso rivolto agli altri, ma anche nella forma del soliloquio, come verbalizzazione del pensiero del protagonista, senza alcun’altra presenza.
Il testo del d. è normalmente organizzato in atti e scene; contiene la parte destinata agli attori, ma può anche avere una componente illustrativa che serve per l’allestimento scenico (didascalia) ed è rivolta sia agli attori, come suggerimento per la recitazione, sia al regista e agli altri responsabili della rappresentazione scenica.
Il d. basato sulla parola vive ancora un momento di grandezza nel d. epico di Bertolt Brecht (1898-1956) e poi nell’opera dei drammaturghi esistenzialisti, tra i quali si distingue Jean-Paul Sartre (1905-1980); con le prime opere del teatro dell’assurdo (1950, La cantatrice calva di E. Ionesco; 1952, Aspettando Godot di S. Beckett) comincia invece a cedere il posto al d. che riconquista la valenza della recitazione dell’attore, attraverso la sua abilità espressiva e in relazione con lo spazio e con l’oggetto.

4. Variazioni e sviluppo nella drammaturgia d’oggi

Nella ricerca teatrale degli ultimi cinquant’anni si assiste all’evoluzione del significato del termine d. La parola, ridimensionata nella sua importanza nell’evento teatrale, non solo comincia a coprire una vasta gamma di forme teatrali, ma entra nel linguaggio comune come sinonimo di evento straordinario, tragico per le conseguenze su quanti vi sono coinvolti, protagonisti veri, al di fuori di ogni finzione.
È lo sviluppo della comunicazione e, soprattutto, l’appropriarsi da parte dei grandi mezzi di comunicazione del linguaggio e della struttura drammatica che porta a un più vasto uso del termine d. Le persone coinvolte in eventi drammatici, grazie alla diffusione mediale, diventano protagoniste di veri e propri ‘drammi’ offerti a un pubblico vasto, spesso mondiale. Scompare la caratteristica principale dell’attore protagonista, cioè la finzione. Anche l’altra componente del d., cioè lo spettatore, spesso non è nelle condizioni di scegliere se partecipare o no al d.
Gli ultimi sviluppi di certi programmi d’informazione o d’intrattenimento come i talk show (nati negli anni Ottanta) e i programmi tipo forum cambiano ulteriormente il significato del termine d.: la storia, fittizia, inventata, viene personalizzata e rappresentata come se fosse reale, coinvolgendo una nuova specie di attore – spesso l’amatore che diventa eroe per una notte – e creando un nuovo tipo di pubblico, che partecipa all’evento drammatico senza sapere della finzione oppure – se consapevole, come accadeva nel d. del passato – che si comporta da attore dell’evento.
Un altro cambiamento del significato del termine d. lo notiamo all’interno dello stesso mondo teatrale. Il d. dell’assurdo, anche se limitava la valenza della parola, ancora la manteneva come componente significante e ‘sine qua non’. Invece l’evoluzione teatrale iniziata dalla ricerca del Living Theatre (gruppo fondato a New York nel 1948), di Jerzy Grotowski (1933-1999), di Eugenio Barba e dei creatori degli ‘happening’, continuata da tanti loro seguaci del d./teatro moderno, riscopre la parola inglese performance, in molti casi equivalente al termine d., in altri invece dal significato notevolmente diverso. Comunque nel linguaggio teatrale attuale dell’Europa continentale il termine d. include anche le forme d. chiamate ‘performance’. Una delle principali caratteristiche di questo nuovo filone è che l’attore/attrice protagonista (performer) è spesso anche ideatore del d. e suo unico esecutore; sovente presenta il suo vissuto e le sue idee, di qualsiasi matrice e su qualsiasi argomento siano. Lo spettatore, oltre alla sua funzione principale di osservatore, viene spesso invitato a essere compartecipe dell’evento o addirittura coproduttore del d.
La drammaturgia, intesa come riflessione sulla poetica del d., va oltre il testo e nella sua riflessione tiene presenti gli altri elementi che compongono l’evento teatrale, come il luogo della rappresentazione con tutte le sue caratteristiche interne ed esterne, il tipo di palcoscenico con la sua attrezzatura, l’attore o gli attori in relazione con il gruppo teatrale, infine il pubblico che, pur composto da varie persone, diventa una particolare unità partecipante al d. La ricerca drammaturgica degli ultimi decenni percepisce il teatro come luogo di una comunicazione poli-linguistica, in cui la parola – tradizionalmente intesa come il testo drammatico – è diventata un linguaggio al pari degli altri linguaggi della comunicazione teatrale, perfino non necessaria per l’esistenza dell’evento drammatico. La riflessione teorica (la teatrologia, l’antropologia teatrale) tende così verso una percezione globalizzante del d.; lo vede cioè, lo percepisce e lo analizza tenendo conto degli approcci e degli strumenti che offrono le varie scienze: dalla storia, filosofia e teologia, attraverso la critica letteraria e semiotica, fino all’antropologia e alla sociologia.

Bibliografia

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Come citare questa voce
Lewicki Tadeusz , Dramma, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (20/10/2019).
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