Hall Edward T.

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Edward T.Hall
Antropologo americano. Nasce nel 1914 a Webster Groves (Missouri), studia nelle Università di Denver e dell’Arizona (master), conseguendo poi il dottorato alla Columbia University di New York (1942). Dal 1942 al 1946 è arruolato nell’esercito, prima sul fronte europeo poi nel Pacifico. Al ritorno si stabilisce a Santa Fe, Nuovo Messico.
Impegnato a osservare sul campo gli indiani Navajo, Hopi e Trukesi, gli ispano-americani di Nuovo Messico e America latina, gli arabi del Mediterraneo e gli iraniani, il suo approccio professionale non è in linea con le tradizioni dell’antropologia classica. Egli non approfondisce alcuna cultura in particolare e, utilizzando estensivamente la linguistica, acquista notorietà soprattutto per le sue ricerche e le sue pubblicazioni concernenti la ‘comunicazione interculturale’ e la ‘prossemica’ che preferisce rivolgere non tanto agli addetti ai lavori quanto al più vasto pubblico. Responsabile dei programmi di formazione nel Foreign Service Institute agli inizi degli anni Cinquanta, introduce i diplomatici alle culture straniere con una metodologia che media tra esempi concreti e generalizzazioni strutturali. Ne emerge un’antropologia insieme viva e classica che ritroviamo, poi, in tutte le sue opere.
Delle opere di H. si ricordano in particolare: Il linguaggio silenzioso, Bompiani, Milano 1969 (ed. orig. 1959); La dimensione nascosta, Bompiani, Milano 1968 (ed. orig. 1966); Handbook for proxemic research, Society for the Anthropology of Visual Communication, Washington (DC) 1974; Beyond culture, Anchor Press/Doubleday, Garden City (NY) 1976; The dance of life: the other dimension of time, Anchor Press/Doubleday, Garden City (NY) 1983; Hidden differences: doing business with the Japanese, Anchor Press/Doubleday, Garden City (NY) 1987; Understanding cultural differences, Intercultural Press, Yarmouth (ME) 1990; An anthropology of everyday life. An autobiography, Anchor Books, New York 1993.
Partendo dalla teoria freudiana dell’inconscio, H. invita a comprendere gli aspetti di una tipologia di comunicazione al di fuori della consapevolezza, in modo da superare le barriere che si frappongono tra gli uomini in ragione della diversità delle loro organizzazioni sociali. In assonanza pure con l’affermazione di E. Sapir ("reagiamo ai gesti secondo un codice segreto e complesso, scritto da nessuna parte, conosciuto da nessuno ma capito da tutti"), egli propone un modello di cultura che, fondato sull’analogia tra musica e linguaggio, si esprime come "partitura invisibile" affidata all’interpretazione del ricercatore. Il linguaggio verbale è soltanto uno dei mezzi per comunicare. La cultura è comunicazione. Comunicazione è il linguaggio silenzioso dei comportamenti, della gestualità e delle posizioni del corpo, delle tradizioni e dei tabù, degli usi e dei vestiti (Abbigliamento; Comunicazione non-verbale;Corpo, linguaggio del; Gesto). Gli uomini si trasmettono informazioni anche quando fissano gerarchie di valori, assegnano significato all’attesa, all’anticipo o al ritardo. La scansione della vita quotidiana, il nostro modo di impiegare il tempo comunica qualcosa al di là delle parole.
Come espressione di atteggiamenti e abitudini, il concetto di tempo – sostanzialmente differente da popolazione a popolazione – incarna un "sistema di comunicazione primario" che stabilisce rapporti reali tra individui e tra gruppi. Esso varia a seconda del tipo di cultura, a sua volta radicato al sostrato di attività biologica largamente condivisa da altre forme viventi. La cultura agisce a tre livelli: formale, informale e tecnico. La nozione del ‘tempo’ è formale in quanto conforme alle convenzioni di misura in minuti, ore, giorni, ecc.; informale se basata su approssimazioni come ‘più tardi’, ‘fra poco’, ‘molto prima’; tecnica in quanto legata alle determinazioni degli scienziati nei loro campi di specializzazione. Nella pratica i tre livelli sono connessi e interdipendenti.
Atteggiamenti e mentalità, sommati e interrelati, costituiscono la ‘cultura’ di un gruppo sociale, forma di comunicazione articolata in molteplici mezzi. Tale è pure la dimensione nascosta nello ‘spazio’. Il luogo che un individuo occupa oltre i limiti della propria persona traduce ‘distanze’ dagli altri: per es. la sedia preferita in casa, il posto in automobile, la grandezza della scrivania che separa il capo da chi riceve ordini in ufficio. Questo "territorio degli organismi" è l’oggetto dello "studio della percezione e dell’uso dello spazio" che H. codifica in una nuova disciplina: la prossemica. Un incontro occasionale, una conversazione o una conferenza rispettano le differenti misure delle ‘distanze spaziali’. Gli stessi spazi urbanistici rappresentano un linguaggio attraverso cui gli uomini si passano comunicazioni.

Bibliografia

  • ECO Umberto, La struttura assente. Introduzione alla ricerca semiologica, Bompiani, Milano 1968.
  • LAWRENCE D. - LOW S., The built environment and spatial form in «Annual Review of Anthropology», 19 (1990), pp.453-505.

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Note

Come citare questa voce
Gagliardi Carlo , Hall Edward T., in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (20/10/2019).
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