Propp Vladimir

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Vladimir Propp
Filologo, studioso del folclore russo, nato nel 1895 a Pietroburgo, coinvolto nello ‘strutturalismo’ non tanto dalla segnalazione di Jakobson (1945) quanto dalla critica al suo metodo portata da Lévi-Strauss (1960). Compie gli studi universitari nella città natale fino alla laurea in filologia (1918). Docente di lingua tedesca e poi di folclore all’Università di Leningrado (la rivoluzione sovietica aveva inciso anche sulla nomenclatura urbana), qui muore nel 1970.
Opere di P. con maggiori implicazioni per lo sviluppo metodologico ed epistemologico dello studio della comunicazione: Morfologia della fiaba, Einaudi, Torino 1966 (ed. orig. 1928); Edipo alla luce del folclore. Quattro studi di etnografia storico-strutturale, Einaudi, Torino 1975 (ed. orig. 1944); Le radici storiche dei racconti di fate, Einaudi, Torino 1949 (ed. orig. 1946); I canti popolari russi, Einaudi, Torino 1966 (ed. orig. 1961); La fiaba russa. Lezioni inedite, Einaudi, Torino 1990 (ed. orig. 1984).
Il suo contributo scientifico, indirizzato a una ‘classificazione’ fondata su criteri obiettivi secondo un programma di ricerca empirica, ha avuto il merito di avviare un dibattito – con ricadute interdisciplinari – sulla "fiaba come organizzazione e trasmissione di un sapere connesso alla tradizione orale". A tal fine P. delimita il proprio campo d’indagine a cento ‘fiabe di magia’ tratte dalla raccolta russa di Afanas’ev, per procedere quindi a una descrizione che tenga conto delle componenti di ciascuna e dei rapporti di queste con la totalità del corpus. A suo avviso, infatti, "classificare le fiabe, sulla base dei modelli formalizzati che provengono dai sistemi tassonomici delle scienze naturali, non vuol dire porre semplicemente delle etichette a ciascuna fiaba o a gruppi di fiabe". La novità del metodo consiste nell’analisi morfologica che, superando l’approccio genetico, la ripartizione per contenuti e quella per intrecci, individua ‘unità strutturali’ riconducibili a determinate funzioni. Nello studio della fiaba deve attribuirsi rilevanza primaria non tanto a quello che è raccontato quanto ai meccanismi che reggono le modalità del racconto. Sul piano della sintassi narrativa occorre distinguere due ordini di grandezze: 1) i personaggi ‘reali’ con i loro nomi e attributi (es. Cappuccetto Rosso, nonna, bosco, lupo cattivo), considerati ‘variabili’ più o meno accessorie che alimentano l’intreccio; 2) l’azione svolta (‘la protagonista va incontro alle prime insidie della vita’), nodo strutturale che sottende la narrazione attraverso componenti essenziali in cui si riconoscono ‘grandezze costanti’ o funzioni. Queste, ascrivibili a nomenclature prefissate e numerabili, rappresentano la ‘composizione’ del materiale fiabesco che si caratterizza appunto per la sua ripetibilità: nelle tradizioni popolari il significato del raccontare una fiaba corrisponde più a ripetere che a inventare. Ciò non toglie che la composizione, scandita in unità strutturali, non possa manifestare una sorprendente varietà di intrecci. E poiché la fiaba si presenta come un ‘sistema normativo’ fondato su precise leggi, anche la successione delle funzioni è sempre identica: nella logica interna le unità occupano un posto prestabilito, ad es. all’inizio, nello svolgimento o alla fine (uniformità di struttura). Le funzioni rientrano in determinate ‘sfere d’azione’ che P. (burattinaio dell’analisi) assegna a una ristretta cerchia di esecutori o ‘tipi’ (dramatis personae), in pratica sette: 1) l’antagonista, 2) il donatore, 3) l’aiutante, 4) la principessa e il re padre, 5) il mandante, 6) l’eroe, 7) il falso eroe. Come dire: i personaggi si dissolvono in un sistema astratto di rapporti tra funzioni e la fiaba diventa "un racconto costituito da una serie limitata di movimenti o sequenze narrative ordinate secondo un rigoroso sviluppo sintagmatico".
Lo schema racchiude un messaggio: le ‘fiabe di magia’ analizzate da P. raccontano tutte la stessa storia. Se l’autore della Morfologia nobilita l’assioma definendo la fiaba come "trasformazione di un’invarianza", Lévi-Strauss (1960) ne fa il cavallo di battaglia della propria critica sostenendo che l’analisi proppiana, nel peccare di eccessivo "formalismo", ha come risultato "un’astrazione così vaga e generale da non poterci dir nulla sui motivi per cui esiste un gran numero di fiabe particolari". L’errore sta nell’aver separato le forme (composizione) dai contenuti (personaggi, intrecci), contraddicendo al principio di unitarietà dei prodotti culturali, talché l’impostazione metodologica non porterebbe nel suo insieme a ricostruire un sistema narrativo generale che presieda alle singole fiabe.
A tali accuse replica P. (1966) con un saggio appositamente scritto per la versione italiana della Morfologia, in cui ribatte che le divergenze tra il metodo di Lévi-Strauss e il proprio si collegherebbero alla diversa natura dei rispettivi oggetti d’indagine: il mito e la fiaba.

Bibliografia

  • BREMOND Claude, Logica del racconto, Bompiani, Milano 1977.
  • CORNO Dario, Fiaba in Enciclopedia Einaudi, vol. VI, Einaudi, Torino 1979, pp.116-133.
  • GREIMAS Algirdas, Del senso, Bompiani, Milano 1974.
  • GREIMAS Algirdas, La semantica strutturale. Ricerca di metodo, Rizzoli, Milano 1968.
  • JAKOBSON Roman, Premesse di storia letteraria slava, Il Saggiatore, Milano 1975.
  • MELETINSKIJ E. M. (et al.), La folclorica russa e i problemi del metodo strutturale in LOTMAN J. M. - USPENSKIJ B. A. (ed.), Ricerche semiotiche. Nuove tendenze delle scienze umane nell'URSS, Einaudi, Torino 1973.
  • TODOROV Tzvetan (ed.), I formalisti russi. Teoria della letteratura e metodo critico, Einaudi, Torino 1977.

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Note

Come citare questa voce
Gagliardi Carlo , Propp Vladimir, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (19/10/2019).
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