Varietà

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The Ed Sullivan Show è stato uno dei più importanti programmi di varietà televisivi trasmessi dalla CBS. Ideato e condotto da Ed Sullivan venne trasmesso per la prima volta nel 1958
Si tratta anzitutto di uno spettacolo teatrale, il cui nome deriva appunto dal fatto di essere composto da tante brevi attrazioni di generi e sottogeneri anche molto diversi (comico, musicale, drammatico, illusionistico) e comunque non legate tra loro da trama o continuità. Il teatro di v. s’afferma in Italia all’inizio del sec. XX sull’onda dei successi del café-chantant francese tardo ottocentesco, da cui eredita soprattutto il gusto per le canzoni d’ispirazione operettistica. Nel nostro Paese la formula del v., non a caso, vive le stagioni di massimo successo tra gli anni Venti e i Sessanta in coincidenza con l’apogeo di un altro mass medium, il cinema, che dapprima sostituisce il melodramma nei gusti del grande pubblico, per poi essere a sua volta rimpiazzato dall’avvento della televisione nell’uso via via familiare e quotidiano.
Pur vivendo spesso di luce propria in appositi locali (eleganti teatrini o celebri ristoranti), il v., nella variante dell’avanspettacolo, veniva usato a integrazione degli spettacoli cinematografici: per rallegrare le platee delle sale in provincia o di seconda visione, prima e dopo la proiezione, una piccola compagnia proponeva una serie di sketch eterogenei. Tanto nei luoghi raffinati quanto nelle sale meno pretenziose, il v. si basava sempre su punti di forza corrispondenti a figure prestabilite: la vedette, il fantasista, il fine dicitore, le ballerine.
In questi ruoli, per diversi attori, il v. costituisce il banco di prova da cui emergere per carriere proiettate in altri settori: da esso provengono infatti Totò, la Magnani, Petrolini, Viviani, Rascel, Fabrizi, Macario, Taranto, Dapporto, i quali passano poi a generi teatrali più ambiziosi e meno volgari (come la rivista o la commedia musicale) o riversano la propria esperienza nel film comico o addirittura nella nascente televisione.
Sotto quest’ultimo aspetto occorre evidenziare non solo le origini teatrali della televisione medesima, ma la continuità nel passaggio di consegne tra i due linguaggi, tra la scena e lo schermo elettronico. Infatti, nel momento i cui il teatro di v. decade inesorabilmente, è il piccolo schermo a ereditarne le funzioni nel macrogenere spettacolare. Ancora oggi vengono definiti v. molti programmi da grande audience in prima serata su tutte le reti nazionali, pubbliche e private. Tuttavia il v. televisivo è il risultato della convergenza di altre forme mediali e comunicative: la stessa rivista teatrale, l’intrattenimento radiofonico (basato soprattutto sulla musica leggera), il modello americano delle reti commerciali.
Storicamente il v. statunitense, di cui Ed Sullivan Show rimane forse l’esempio insuperato, condiziona il gusto italiano nella paleotelevisione (le prime edizioni di Canzonissima) in particolare per lo splendore delle scenografie, entro cui s’inserisce non solo la spettacolarità coreografica, ma soprattutto la partecipazione di attori, comici, musicisti, cantanti e ballerini dalla fama indiscussa o conquistata proprio in virtù delle frequenti apparizioni sul piccolo schermo. Si registra invece un parziale rinnovamento del v. attorno al 1968 con programmi (Quelli della domenica) improntati a maggior sobrietà visuale e vivacizzati della carica aggressiva di intrattenitori di provenienza cabarettistica. Tuttavia, nonostante l’avvicendarsi di anno in anno di protagonisti anche molto diversi tra loro (si pensi alle numerose edizioni di Fantastico) il v. punta ancora a uno schema rigido con uno svolgimento concatenato talvolta prolisso e pretestuoso.
La neotelevisione, dagli anni Ottanta, introduce comunque formule assai originali per il v., legandole sia all’idea di flusso sia all’uso dello zapping: la svolta arriva sulle reti commerciali, in particolare con Drive in (1983-1988), il cui ritmo frenetico, accelerato pure dall’abolizione del presentatore e dalle battute fulminanti di una comicità demenziale neocabarettistica, sfrutta abilmente i tempi ristretti di messa in onda tra le varie interruzioni pubblicitarie. Negli ultimi anni, infine, il concetto di v. si adegua al frantumarsi del pubblico. Ragionando quindi in termini di target (fasce d’utenza mirate) le televisioni costruiscono numerosissime tipologie di v. televisivo. Fra i programmi da ricordare, in un genere ormai in crisi, secondo i soliti parametri, sono d’obbligo almeno due citazioni: Quelli della notte (1985) per lo stile autoironico e raffinatamente sgangherato e Striscia la notizia (dal 1988) che attraverso il minitesto giornaliero parodizza il mondo dell’informazione.

Bibliografia

  • ABRUZZESE Alberto - BIANCO Tina - BOLLA Luisella, Con la partecipazione straordinaria di... Dieci anni di varietà televisivo. Vol. I: Forme, ritmo, temi e valori, ERI, Torino 1985.
  • COSTANZO Maurizio - MORANDI Flaminia, Lo chiamavano varietà. L’industria televisione: produrre l’intrattenimento, Carocci, Roma 2004.
  • GRASSO Aldo (ed.), Enciclopedia della televisione, Garzanti, Milano 2002.

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Come citare questa voce
Michelone Guido , Varietà, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (20/10/2019).
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