Camera oscura

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Autore: Franco Lever
Schema di funzionamento della camera oscura

1. Il principio e le sue applicazioni

Con il termine camera oscura si richiama un fenomeno ottico già conosciuto nell’antichità, ma che in tempi più recenti ha affascinato artisti e pittori e – da due secoli a questa parte – ha reso possibile ogni macchina capace di registrare le immagini: macchina fotografica, cinepresa, telecamera. È lo stesso fenomeno in base al quale funzionano anche i nostri occhi.
È utile servirsi di un esempio. In una giornata di sole oscuriamo perfettamente la stanza in cui siamo, tenendo aperto soltanto un piccolo foro là dove c’è una finestra; quando gli occhi si saranno abituati al buio, noteremo che la luce proveniente dal foro disegna sulla parete opposta un’immagine del paesaggio esterno, rovesciata sopra/sotto e destra/sinistra. Per evidenziare ancora di più il fenomeno, si può prendere un pezzo di carta traslucida, usandola come schermo posto tra noi e il raggio di luce: se il foro è sufficientemente piccolo, l’immagine appare così chiara e delineata sul foglio di carta che – muniti di un pennarello – possiamo copiarla.
Come si è detto, il fenomeno era conosciuto nell’antichità. Già Aristotele ne parla (IV secolo a.C.); dell’anno 1000 è una descrizione dettagliata, opera dello studioso arabo Alhazen; ma è in Italia, durante il Rinascimento, che prende il nome di camera ‘obscura’ e attira l’attenzione di studiosi e artisti. La ‘novità’ non poteva non affascinarli, dal momento che essa confermava in pieno quella che allora era considerata una grandissima scoperta tecnico-artistica, la prospettiva (infatti l’immagine generata nella c.o. obbedisce alle regole prospettiche). Nel 1490 Leonardo da Vinci ne fece l’oggetto di suoi studi (ma le sue annotazioni non divennero allora di pubblico dominio); Giovanni Battista Della Porta le dedicò un intero trattato (1553), cosicché per molto tempo ne fu considerato l’inventore. Altri introdussero dei miglioramenti: in quegli stessi anni, ad esempio, si applicò una lente sul foro, da dove proveniva la luce e, qualche anno dopo, anche un diaframma: l’immagine ne guadagnò in nitidezza.
Attorno al 1620 la c.o. divenne portatile; prima come una vera e propria tenda, poi come una portantina, infine come una grossa scatola: con quest’ultima soluzione l’operatore non entrava più nella c.o., la utilizzava come uno strumento.
Nel 1657 Kaspar Schott, sulla base di un disegno visto in Spagna, costruì una c.o. a forma di scatola in due parti, la seconda mobile, perché scorresse sull’altra a modo di telescopio: l’innovazione permetteva la messa a fuoco dell’immagine. Robert Boyle sostituì il fondo della scatola con un foglio di carta traslucida, su cui si poteva facilmente tracciare l’immagine. L’idea venne ripresa e perfezionata dal tedesco Sturm, il quale nel 1676 montò all’interno della scatola uno specchio posto a 45°, ottenendo così, direttamente sul piano di lavoro, un’immagine raddrizzata. La perfezione la raggiunse un secolo più tardi il monaco Johan Zahn, di Würzburg: sostituì la carta oleata con un vetro opaco e adottò un obiettivo a lunghezza focale variabile: ora l’immagine poteva anche essere ingrandita.
Nel XVIII secolo la c.o. faceva parte del corredo di un pittore: il Canaletto e il Guardi la utilizzarono normalmente. Che l’opera di un artista apparisse come la riproduzione fedele della realtà non era giudicato disdicevole; al contrario, erano le deformazioni dello schema prospettico ‘oggettivo’ che venivano considerate errori, frutto di imperizia.
A questo punto non si può non fare una osservazione: alla fine del XVIII secolo la c.o. possedeva tutti le componenti di una macchina fotografica: mancava solo la pellicola. Dal punto di vista concettuale la chimica non introdurrà alcuna reinterpretazione, renderà soltanto automatico il processo di formazione dell’immagine. Questo almeno è ciò che penseranno i primi fotografi e i loro contemporanei.

2. C.o. come laboratorio

Nel linguaggio fotografico con il termine c.o. si indica anche l’ambiente dove si sviluppano e stampano le immagini. È un laboratorio che in realtà deve essere perfettamente buio soltanto in determinati momenti (ad esempio, quando si estrae la pellicola esposta dal suo contenitore, per avviarne lo sviluppo); per il resto del tempo si lavora con tipi di luce che non alterano i materiali sensibili. Oggi l’industria ha messo a punto delle macchine che svolgono automaticamente ogni processo, come si può constatare nei mini-laboratori distribuiti ovunque, che assicurano sviluppo e stampa in un’ora. La c.o. è ancora indispensabile soltanto per alcuni lavori speciali e come spazio creativo per l’artista. (Fotografia; Macchina fotografica)

F. Lever

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Note

Come citare questa voce
Lever Franco , Camera oscura, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (06/05/2021).
CC-BY-NC-SA Il testo è disponibile secondo la licenza CC-BY-NC-SA
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